Ricordi di una vecchia professoressa.

Autrice: LUCIANA MONTANARI.

Nel titolo ho voluto riecheggiare un racconto autobiografico di Giovanni Pascoli, Ricordi di un vecchio scolaro, anche se io non mi sento “vecchia”, almeno non ancora. L’esperienza del “Brogliaccio” ha richiamato alla mia memoria gli anni Sessanta, che sono stati anni fecondi: sono emerse nella società, soprattutto nelle nuove generazioni, istanze di cambiamento, ansia di rompere con situazioni cristallizzate, desiderio di trovare soluzioni ai problemi complessi e impegnativi che ormai apparivano maturi nella coscienza pubblica. Verso la metà degli anni Sessanta mi ero avvicinata al Movimento Femminile della Democrazia Cristiana, perché volevo incidere in qualche modo sulle trasformazioni della società, dare in particolare il mio apporto nella questione femminile, per arrivare al pieno riconoscimento della libertà e dignità della donna. Il 23-24-25 settembre 1966 a Bologna partecipai, per la prima volta, ad un Convegno Nazionale del Movimento Femminile della DC, imperniato sul rinnovamento del diritto di famiglia. Dopo l’articolata relazione dell’on. prof. Renato Dell’Andro, ci furono molti interventi, tra cui ricordo quello del giornalista Raniero Della Valle, direttore dell’Avvenire, che sostenne l’esigenza di introdurre il divorzio in Italia. Anch’io presi la parola e mi trovai a parlare quando era presente il segretario della Democrazia Cristiana on. Mariano Rumor. Forse per questo ciò che dissi non sfuggì all’attenzione della stampa. L’indomani lessi sul Resto del Carlino che l’incaricata giovani di Ancona aveva giustamente sottolineato la situazione assurda dell’Italia: si ammetteva nella Costituzione che la donna potesse ricoprire le più alte cariche della Repubblica e non le si permetteva di esercitare, in parità con il marito, la patria potestà; si ammetteva che potesse diventare Ministro del Tesoro e non la si riconosceva capace di amministrare il patrimonio familiare, che lei stessa aveva contribuito a creare. Il Presidente del Consiglio on. Aldo Moro, intervenuto nella giornata conclusiva del Convegno, sostenne, con soddisfazione del pubblico femminile, che i problemi della donna erano in piena evidenza nella vita nazionale e che l’idea della parità andava assecondata. Non rimase reticente sul problema del divorzio, ma disse che esso restava fuori dalle intese raggiunte con le forze del Governo e non era pensabile una discussione dell’argomento nella fase finale della legislatura. Le cose emerse nel Convegno vennero raccolte e sintetizzate nel disegno di legge sulla “Riforma del diritto di famiglia” presentato in Senato il 2 luglio 1969 dalla sen. Franca Falcucci, che era allora la Presidente del Movimento Femminile della DC. Dovranno tuttavia passare sei anni prima che la riforma del diritto di famiglia fosse approvata dal Parlamento. Quando tornai da Bologna ero abbastanza soddisfatta, perché avevo partecipato ad un confronto di idee franco e aperto.

Di lì a pochi giorni, e precisamente nell’ottobre 1966, sarebbe cominciata la mia esperienza come insegnante di lettere all’Istituto Tecnico Nautico “A. Elia” di Ancona, prima nella cattedra del biennio, poi in quella del triennio, dove avrei sostituito il prof. Werther Angelini, approdato ad Urbino nella cattedra universitaria di Storia Moderna. L’ambiente della scuola mi piacque. Mi diede il benvenuto il prof. Mario Veltri, docente di Astronomia e Navigazione: non avrei mai immaginato che sarebbe diventato mio marito, perché allora ero fidanzata con un giornalista della TV nazionale e vedevo il mio futuro a Roma. Il preside Giovanni Di Grande mi accolse con cordialità, anche per il fatto che ci eravamo già conosciuti, condividendo con me l’ideale dell’Europa Unita. Io allora ricoprivo la carica di segretaria provinciale dell’AEDE (Association Européenne des Enseignants), che era nata per diffondere gli ideali europeistici tra gli studenti dei Paesi dell’Europa occidentale, soprattutto in occasione della Giornata Europea della Scuola.  Desidero ora andare con la memoria all’anno scolastico 1967-68, che vide il mio coinvolgimento nei fermenti giovanili, mentre mi trovavo dall’altra parte della barricata. Il primo sciopero degli studenti dell’Istituto Nautico colse di sorpresa noi docenti. Se negli USA c’erano rivendicazioni e manifestazioni anche violente, in Italia, a parte l’occupazione di Palazzo Campana a Torino, avvenuta il 27 novembre 1967, il mondo studentesco, soprattutto quello delle città di provincia, rimaneva sonnolento, o per lo meno nell’alveo della legalità, anche se attraverso i giornali scolastici rivelava insofferenze e desiderio di cambiamento. L’Elia aveva la sede principale al Viale della Vittoria. Ricordo gli studenti stipati nello stretto cortile interno, che non volevano entrare nelle aule a far lezione. Parlavano concitatamente con il Preside e, tra le pressanti richieste, proponevano il cambiamento dell’orario, che era particolarmente pesante al Nautico. Essi chiedevano la riduzione dell’ora di lezione a 50 minuti, per evitare due rientri pomeridiani (cosa che negli anni successivi sarà concessa). Il preside Giovanni Di Grande era assai turbato da quella che a lui appariva un’intollerabile insubordinazione. Avendo un altissimo concetto del prestigio e dell’autorità del capo d’Istituto, riunì subito il Consiglio di Presidenza e comminò una punizione esemplare: due allievi per classe vennero sospesi dalla frequenza per due giorni. Apparentemente lo sciopero sembrava scaturire da motivazioni pratiche e non rivelava alcun chiaro aspetto politico. Dai miei contatti con i ragazzi ritengo, però, che gli alunni del Nautico percepissero il messaggio libertario proveniente dalla gioventù americana e fossero anche sollecitati dalle tensioni ideologiche che dividevano il mondo in quel periodo. A noi professori giungeva talvolta l’eco di zuffe pomeridiane tra gli studenti di opposte ideologie.   

Un po’ di contestazione la vissi anch’io con una classe, che intendeva apportare cambiamenti nel programma d’Italiano, non accettando in particolare di leggere I Promessi Sposi. Io ero una giovane insegnante e, pur amando profondamente il Manzoni, non mi opposi pregiudizialmente alle richieste degli allievi. Concordammo insieme i temi di attualità e le modalità di approfondimento, nonché l’introduzione di nuovi autori. L’importante era coinvolgere e appassionare i ragazzi allo studio. Solo così avrei potuto recuperare con profitto anche la lettura dei Promessi Sposi. Che, di fatto, successivamente avvenne. Anche l’insegnamento della grammatica non era gradito, ma convinsi gli studenti che occorreva conoscere le regole della lingua italiana, come di qualsiasi altra lingua, per avere poi la libertà di infrangerle, purché consapevolmente. Intanto i fatti di cronaca premevano e le contestazioni giovanili finivano per assumere un volto violento come, ad esempio, negli scontri del 1° marzo 1968 tra gli studenti della facoltà di Architettura a Roma e i poliziotti. Avendo avviato un rapporto dialogante con i miei studenti ricordo che diedi un tema sui fatti di Valle Giulia, analizzando, in seguito, anche la poesia di Pier Paolo Pasolini Cari studenti vi odio, in cui il poeta si schierava a fianco dei poliziotti, figli di contadini e operai, contro i sessantottini, figli di papà “borghesi”.
A me comunque stava a cuore un altro concetto. In una repubblica non bisogna fare contestazioni in modo violento. Il rispetto delle leggi garantisce la nostra libertà, diceva Cicerone nel 66 a.C. e questo cercavo dinsegnare ai ragazzi. Qualche tempo fa ho incontrato un mio ex studente del 68, che mi ha detto di ricordare ancora il titolo di un tema che avevo assegnato alla classe, perché vi aveva trovato alcuni stimoli interessanti. Si semina e non si sa che cosa si raccoglie ..

Il preside Giovanni Di Grande morì nellaprile 1969 e purtroppo non riuscì a vedere la nuova sede dellIstituto Nautico, con le belle aule affacciate al Porto. Si risparmio tuttavia londata di contestazioni e di scioperi che avrebbe agitato il mondo studentesco negli anni Settanta, soprattutto nel periodo delle Brigate Rosse. Il lungo Sessantotto con le sue istanze di liberazione in vari ambiti della società, dalla famiglia alla scuola, dal mondo del lavoro alla condizione della donna, con le sue lotte alle discriminazioni, i suoi aneliti di pace, le sue pratiche di solidarietà arriva fino agli inizi degli anni Settanta per poi dissolversi. Esso coincide ad Ancona con la straordinaria esperienza del Brogliaccio, dove lavorarono insieme, in un clima di grande apertura, giovani di differente ideologia, cultura ed estrazione sociale Negli anni successivi invece si affermerà nel nostro Paese una diffusa e capillare violenza politica organizzata, che coinvolgerà in vario modo i giovani e avrà un riverbero negli ambienti delle nostre scuole. 

Di quegli anni travagliati della storia d’Italia, che videro svanire tante fallaci illusioni, resta il monito per le nuove generazioni, che nulla si costruisce di positivo se si abbandona la strada della libertà, della pacifica convivenza fra le persone, del rispetto delle leggi in uno Stato democratico. 

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