Per una storia del 68′ (Tesi di Laurea).

Per una storia del ‘68
L’ESPERIENZA DEL “SESSANTOTTO”
TRA REALTA’ NAZIONALE
E REALTA’ MARCHIGIANA
Tesi di Laurea in Storia Contemporanea
di Francesca Luconi (luconi@libero.it),
discussa il 28 novembre 2002
presso l’Università di Macerata.

CAPITOLO 1
Il quadro storico internazionale
1.1: Il contesto internazionale negli anni ‘60
1.2: Gli avvenimenti del ’68 in America, in Europa e nel resto del mondo
CAPITOLO 2
L’Italia negli anni ’60:
quadro politico, economico e sociale
CAPITOLO 3
Il “Sessantotto” in Italia
3.1: Condizione e cultura giovanili negli anni ‘60
3.2: La scuola e l’università alla vigilia del ‘68
3.3: Le lotte studentesche in Italia
3.4: Dopo il ‘68
CAPITOLO 4
Un caso locale: il “Sessantotto” nelle Marche
4.1: La cultura giovanile nelle Marche degli anni ‘60
4.2: Le lotte studentesche nelle Marche
4.3: Le Marche e il terrorismo
CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA

CAPITOLO 1
IL QUADRO STORICO INTERNAZIONALE
1.1: Il contesto internazionale negli anni ‘60
La principale caratteristica della situazione geopolitica mondiale negli anni ’60 è data
dalla contrapposizione tra due grandi blocchi di stati creatisi nel dopoguerra, quello
orientale-comunista, facente capo all’Unione sovietica, e quello occidentale-capitalista,
gravitante intorno agli Usa.
La fine della seconda guerra mondiale, oltre ad aver segnato la sconfitta del
nazifascismo e il trionfo delle democrazie, aveva sancito quella crisi dell’Europa già
iniziata con la prima guerra mondiale. Così due soli stati, all’indomani della guerra,
potevano aspirare al ruolo di “superpotenze” mondiali: gli Stati Uniti, con la loro indubbia
supremazia sul piano economico e militare, e l’Unione Sovietica, la quale, benché
estremamente provata dal conflitto, rimaneva militarmente molto forte ed era ormai
padrona dell’Europa orientale. A questo proposito ha sottolineato Paolo Pombeni:
“L’Europa perse definitivamente la sua centralità politica: da quel momento in poi tutti i
suoi stati furono condizionati nella loro vita politica dall’andamento delle loro relazioni
con le due superpotenze vincitrici, gli Usa e l’Urss, e dalle relazioni che queste avevano tra
loro”1.
Urss e Usa si erano trovate momentaneamente alleate durante la guerra contro il
nazifascismo, ma questa alleanza era inevitabilmente destinata a rompersi. I due stati
vincitori del 1945 erano, infatti, portatori di sistemi politici e di modelli economici molto
lontani tra loro: dopo la guerra essi tornarono “alle loro posizioni naturali, l’uno
predicendo il crollo del capitalismo e attrezzandosi alla rivoluzione mondiale con la
rinascita della Terza Internazionale sotto il nome di Cominform, l’altro proponendo un
piano di ricostruzione mondiale dell’economia improntato alle regole del capitalismo”2.
In conseguenza di ciò, si aprì tra le due superpotenze un nuovo confronto globale che
venne definito “guerra fredda”: non una guerra combattuta frontalmente, ma, piuttosto,
uno scontro ideologico-politico, una irriducibile ostilità fra due blocchi contrapposti di
stati3. Certamente l’uso della bomba atomica sul Giappone, voluto dal presidente
americano Harry Truman, doveva servire anche come arma di pressione nei confronti di
Stalin e dell’Urss, e questo fu il primo segno della nuova contrapposizione globale.
L’assetto bipolare del mondo venne poi sancito dai patti militari con cui le due
superpotenze legarono a sé i propri alleati: la Nato (1949) per i paesi occidentali e il Patto
di Varsavia (1955) per il blocco orientale.
Elemento fondamentale della guerra fredda fu senza dubbio la possibilità di ricorrere
alle armi nucleari come risorsa estrema. “L’arma nucleare – come ha ricordato Scipione
Guarracino – venne ad inserirsi nella guerra fredda dandole il carattere di guerra che non

1 PAOLO POMBENI, La politica nell’Europa del ‘900, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 125.
2 SCIPIONE GUARRACINO, Il Novecento e le sue storie, Milano, Mondadori, 1997, pp. 127-128.
3 Per una trattazione completa del periodo della guerra fredda si veda BRUNO BONGIOVANNI, Storia della
guerra fredda, Roma-Bari, Laterza, 2001.

poteva essere combattuta perché non avrebbe avuto vincitori. La presenza dell’arma
nucleare rese da un lato la guerra fredda assai più angosciosa, ma dall’altro venne e viene
ritenuta una delle cause principali che impedirono alla guerra fredda di diventare guerra
calda”4.
Il periodo più duro della guerra fredda fu senza dubbio quello compreso tra il 1947 e il
1953. Il ’47, con la costituzione del Cominform da un lato e l’enunciazione della dottrina
Truman del “containment” (cioè della necessità di contenere in ogni modo
l’espansionismo sovietico) dall’altro, viene generalmente considerato l’anno di inizio della
guerra fredda. Negli anni successivi altri avvenimenti costituirono fattori di tensione
internazionale: il blocco della zona di occupazione occidentale di Berlino da parte dei
sovietici nel 1948, la rottura tra la Jugoslavia di Tito e l’Unione Sovietica, sempre nel ’48,
la divisione della Germania in due stati distinti, uno appartenente al blocco occidentale e
uno a quello orientale, nel maggio del 1949, la vittoria di Mao Tse-Tung e dei comunisti in
Cina nell’ottobre del 1949, la guerra di Corea, che, iniziata nel 1950, si concluse con un
ritorno allo status quo, cioè ad una divisione del paese in due zone, al nord un regime
comunista e al sud un governo filoamericano.
Gli anni del secondo mandato Truman furono il periodo più cupo della guerra fredda,
caratterizzato, negli Usa, dalla “crociata anticomunista” condotta dal senatore Joseph
McCarthy5.
Con la fine della presidenza Truman (novembre 1952) e la morte di Stalin (marzo
1953), il confronto tra blocco occidentale e blocco sovietico assunse nuove forme. Con i
loro successori, il generale Dwight D. Eisenhower, alla guida della nuova amministrazione
repubblicana, e il nuovo segretario del Pcus Nikita Kruscev, si crearono le premesse per
una coesistenza pacifica e una distensione tra i blocchi.
Il 1956 fu un anno di fondamentale importanza. Nel febbraio, in un rapporto al XX
congresso del Pcus, Kruscev scosse l’opinione pubblica mondiale denunciando gli orrori
commessi da Stalin per oltre vent’anni: arresti in massa, deportazioni, torture, processifarsa.
Il “rapporto Kruscev” non metteva, comunque, in discussione la validità del modello
sovietico e metteva in secondo piano le responsabilità del partito, ingigantendo, invece, le
colpe individuali di Stalin. Questa denuncia presentava, insomma, limiti evidenti, perché

4 S. GUARRACINO, Il Novecento e le sue storie, cit., p. 131.
5 B. BONGIOVANNI, Storia della guerra fredda, cit., pp. 90-91.

“scaricava sul solo Stalin colpe che erano condivise da un intero gruppo dirigente (Kruscev
compreso) ed erano espressione della natura stessa di un sistema politico”6.
Il processo di “destalinizzazione” ebbe, però, conseguenze non previste in alcuni
paesi dell’Europa orientale, dove si iniziò a sperare in un allentamento del controllo
sovietico. Diffusi movimenti di protesta si verificarono nel corso del 1956 in Polonia e in
Ungheria; mentre le agitazioni polacche portarono ad alcuni miglioramenti interni,
l’insurrezione ungherese venne stroncata nel sangue dall’intervento dell’Armata Rossa.
In seguito alla repressione armata sovietica migliaia di attivisti abbandonarono i
partiti comunisti occidentali, mentre “la timida condanna statunitense alla repressione in
Ungheria sanciva […] la volontà di non ingerenza di Washington in questioni di ‘politica
interna’ al Patto di Varsavia”7.
Gli anni Sessanta vengono generalmente ricordati come gli anni della prosperità
economica, di un incredibile sviluppo di cui godette l’Occidente industrializzato, ma
anche come il periodo dell’ “equilibrio del terrore”: la coesistenza tra i due blocchi si
basava sulla consapevolezza di non poter arrivare ad uno scontro nucleare senza mettere a
rischio l’esistenza dell’intera umanità (concetto di “deterrenza nucleare”).
Negli Usa, gli anni ’60 si aprirono con l’elezione alla presidenza del giovane
democratico John Fitzgerald Kennedy, figlio di una delle più ricche e influenti famiglie
cattoliche del Massachussets8. Kennedy seppe utilizzare al meglio il nuovo strumento di
propaganda costituito dalla televisione, per “mostrare all’opinione pubblica il suo volto da
idealista e insieme da energico propugnatore di un nuovo americanismo”9, e nei dibattiti
diretti con il suo avversario Richard Nixon apparve più brillante e convincente. Il
programma di Kennedy (esposto nel celebre “discorso della Nuova Frontiera”, con
riferimento ad una frontiera culturale, spirituale e scientifica, diversa da quella materiale
dei pionieri dell’800) si riallacciava alla tradizione progressista di Roosevelt e prometteva
una dura lotta alla povertà, con un aumento della spesa pubblica destinato a programmi
sociali, e un importante appoggio al movimento per i diritti civili, nel tentativo di imporre
l’integrazione razziale in quegli stati che ancora conoscevano forme di discriminazione nei
confronti degli afro-americani. In quegli anni anche il reverendo Martin Luther King si

6 S. GUARRACINO, Storia degli ultimi cinquant’anni. Sistema internazionale e sviluppo economico dal 1945
a oggi, Milano, Mondadori, 1999, p. 104.
7 ENRICO SARTOR, Le relazioni internazionali, in P. POMBENI (a cura di), Introduzione alla storia
contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 143.
8 Sull’epoca kennediana si veda GIUSEPPE MAMMARELLA, Destini incrociati. Europa e Stati Uniti nel XX
secolo, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 184-208.
9 MARCELLO FLORES – ALBERTO DE BERNARDI, Il Sessantotto, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 14.

batteva tenacemente per i diritti dei neri, auspicando, tramite un’azione non violenta
ispirata alle teorie gandhiane, la realizzazione di una vera integrazione fra bianchi e neri; la
grande marcia pacifica su Washington guidata da Martin L. King, nell’agosto del 1963,
vide la partecipazione di oltre duecentomila persone.
Nonostante i grandi progetti, i risultati della politica kennediana furono, però,
abbastanza scarsi: “le leggi sociali furono respinte dal Congresso, mentre alla fine del 1963
quella sui diritti civili non era stata ancora discussa”10.
Dal punto di vista internazionale, due gravi crisi, tra il 1961 e il 1962, sembrarono
mettere in discussione il processo di distensione fra le due superpotenze. Nell’agosto del
1961 il governo della Germania Orientale, di fronte al continuo esodo nella zona
occidentale di cittadini dell’est, bloccò le vie di passaggio tra est ed ovest costruendo un
muro che circondava interamente Berlino Ovest e che sanzionava visibilmente la divisione
in due della Germania e dell’Europa. La seconda grande crisi del periodo fu quella cubana.
Nell’isola caraibica Fidel Castro, preso il potere nel 1959, aveva poi instaurato un governo
di ispirazione marxista. Nel 1961 Kennedy aveva appoggiato lo sbarco sull’isola di un
gruppo di esuli anticastristi, al fine di suscitare una insurrezione contro Castro, che si
risolse però in un fallimento (“questione della Baia dei porci”). Nell’estate del 1962 l’Urss
iniziò l’installazione a Cuba di alcune basi di lancio per missili nucleari. Quando venne a
conoscenza di quanto stava accadendo, il presidente americano ordinò un blocco navale
intorno a Cuba per impedire alle navi sovietiche di raggiungere l’isola.
Per alcuni giorni il mondo sembrò davvero vicino ad un conflitto generale tra le due
superpotenze. Finalmente, alla fine di ottobre, Kruscev annunciò il ritiro dei missili
nucleari, in cambio della garanzia americana di rinunciare ad ogni intervento nell’isola e di
ritirare i missili che si trovavano in Turchia, puntati sull’Unione Sovietica. La crisi di Cuba
segnò, certamente, un punto a favore di Kennedy e, nello stesso tempo, dopo giorni di
estrema tensione, diede inizio ad una nuova fase di distensione.
Lo smacco ricevuto dall’Urss nella crisi di Cuba fu senza dubbio una delle principali
ragioni che portarono alla caduta di Kruscev, nel 1964. Il suo successore, Leonid Breznev,
rimasto al potere fino al 1982, mutò profondamente lo stile della politica krusceviana: “il
modello repressivo staliniano, depurato dei suoi estremismi terroristici, tornò in auge. Ogni
10 S. GUARRACINO, Storia degli ultimi cinquant’anni, cit., p. 212.
spinta riformistica fu bloccata, ogni tentativo di democratizzazione fu frustrato. La
nomenklatura di partito riaffermava in modo autoritario e oppressivo i suoi diritti”11.
Nel 1963 era, intanto, scomparso tragicamente John Kennedy, ucciso a Dallas il 22
novembre, in un attentato che resta ancora avvolto nel mistero e che ha contribuito a far
entrare Kennedy nella leggenda.
Anche la morte di Papa Giovanni XXIII (avvenuta nel giugno del ’63) aveva privato il
mondo di un’altra figura chiave del processo di distensione internazionale. Giovanni
XXIII, che aveva avviato un processo di rinnovamento della Chiesa cattolica ed una sua
apertura alla società moderna, finì per assumere, insieme a Kennedy e Kruscev, il ruolo di
difensore della pace universale12.
A Kennedy subentrò il suo vice Lyndon Johnson, poi rieletto nel 1964, che seppe
portare avanti molti progetti di legislazione sociale avviati in epoca kennediana
(miglioramento del sistema sanitario e scolastico, creazione di appositi programmi per
disoccupati, anziani e famiglie bisognose) e dare una spinta decisiva all’integrazione
razziale nel sud: il “Civil Rights Act” (1964) e il “Voting Rights Act” (1965) sancirono “la
fine della discriminazione e segregazione razziale e degli ostacoli per lungo tempo frapposti
da numerosi stati al voto delle minoranze nere”13.
Sul piano della politica estera, la logica della guerra fredda spinse Johnson ad
impegnare l’America in una guerra periferica come quella del Vietnam, fra il regime
comunista del nord, guidato da Ho Chi Minh, e quello filoamericano del sud, in nome
della “teoria del domino” per cui la caduta di un paese in mani comuniste avrebbe causato
anche la caduta di quelli vicini14. In seguito alla nascita di un movimento di guerriglia
(Vietcong), guidato dai comunisti e sostenuto dallo stato nordvietnamita, contro il

11 LORIS MARCUCCI, L’universo russo-sovietico, in P. POMBENI (a cura di), Introduzione alla storia
contemporanea, cit., p. 248.
12 Nel 1962 Papa Giovanni XXIII aveva aperto il Concilio Vaticano II (che si sarebbe concluso nel 1965, sotto
il pontificato di Paolo VI), con l’intento di far uscire la Chiesa dall’atteggiamento di chiusura verso il mondo
contemporaneo che l’aveva caratterizzata fino a quel momento, e di aprirla al dialogo con le altre chiese
cristiane non cattoliche e con le altre religioni. La Chiesa cattolica ne uscì riformata, anche nella liturgia
(venne abbandonato, ad esempio, l’uso del latino durante la Messa). Il nuovo atteggiamento di Papa
Giovanni XXIII emerse anche dalle sue encicliche: “Mater et magistra”, del ’61, dedicata ai problemi sociali,
condannava l’egoismo dei paesi ricchi e dei ceti privilegiati e lo sfruttamento dei più deboli; Pacem in terris,
del ’63, riconosceva le conquiste dell’età moderna, cioè l’ascesa delle classi lavoratrici, l’emancipazione della
donna e l’indipendenza dei paesi coloniali, e affermava la necessità di fondare la pace internazionale
sull’uguaglianza di tutti gli uomini. Cfr. FRANCESCO MALGERI, La Chiesa e i problemi del Novecento, in
MICHELE MILLOZZI (a cura di), Giano bifronte. L’eredità storica del Novecento, Firenze, Centro Editoriale
Toscano, 2001, pp. 152-157.
13 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 27.
14 S. GUARRACINO, Storia degli ultimi cinquant’anni, cit., p. 243.

governo del sud, già durante la presidenza Kennedy erano stati inviati dei “consiglieri
militari” nel Vietnam del sud. Dall’estate del ’64 venne continuamente aumentato il corpo
di spedizione americano (che raggiunse i cinquecentomila uomini nel 1968) e iniziarono le
incursioni aeree sul Vietnam del nord. Nell’escalation militare contro lo stato
nordvietnamita vennero utilizzate tutte le armi più moderne e micidiali, ma il Fronte
Nazionale di Liberazione del Vietnam del sud (Fnl) e i nordvietnamiti, aiutati da Urss e
Cina, resistettero, riuscendo addirittura a lanciare, all’inizio del 1968, una grande
offensiva contro le città del sud.
Proprio nel 1968 si verificarono negli Usa due gravissimi omicidi: quello di Robert
Kennedy, fratello di John e candidato democratico alla presidenza, e quello del pastore
nero Martin Luther King, la cui morte scatenò una violenta ribellione nei ghetti di oltre
cento città americane.
Nel marzo del 1968 Johnson decise di sospendere i bombardamenti sul Vietnam del
nord e di non ripresentarsi alle elezioni di quell’anno, poi vinte dal repubblicano Richard
Nixon. La strategia del nuovo presidente fu quella della “‘vietnamizzazione’ del conflitto
attraverso il progressivo ritiro delle proprie forze e una migliore organizzazione
dell’esercito sudvietnamita, al quale veniva affidato il contenimento dei vietcong fino a che
non si fosse arrivati alla pace”15. Nel 1973, con la firma a Parigi dell’armistizio tra americani
e nordvietnamiti, le forze statunitensi lasciarono il Vietnam. Due anni dopo i vietcong e le
truppe nordvietnamite entrarono a Saigon, mentre anche Laos e Cambogia cadevano nelle
mani dei comunisti: si trattava della prima grande sconfitta degli Stati Uniti.
La guerra del Vietnam provocò le più imponenti manifestazioni di protesta che
l’America avesse mai conosciuto. L’opinione pubblica, che ogni giorno vedeva in
televisione le terribili immagini del Vietnam, cominciò ben presto a mostrare il proprio
malcontento per una “sporca guerra” i cui costi economici e soprattutto umani venivano
sentiti sempre più come inaccettabili. Tra il 1965 e il 1967 la protesta contro l’impegno
statunitense si diffuse in tutto il paese; le manifestazioni per la pace si intrecciavano
spesso con la mobilitazione degli afro-americani, mentre molti giovani in età di leva
rifiutavano di partire per la guerra. Il nascente movimento studentesco fece
dell’opposizione all’impegno militare in Viertnam e della battaglia antimperialista la
propria bandiera, e anche fuori degli Usa il Vietnam divenne il simbolo più visibile della
protesta giovanile16.

15 S. GUARRACINO, Storia degli ultimi cinquant’anni, cit., p. 245.
16 ANTONIO LONGO – GIOMMARIA MONTI, Dizionario del ’68, Roma, Editori Riuniti, 1998, pp. 77-79.

Mentre gli Usa venivano messi sotto accusa in ogni parte del mondo per la condotta
della guerra in Vietnam, il blocco sovietico si trovò indebolito dalla rottura con la Cina e
dalla crisi cecoslovacca del 1968.
Il conflitto ideologico tra Cina e Urss era stato originato, soprattutto, dalla politica di
distensione con l’Occidente attuata da Kruscev e osteggiata da Mao Tse-Tung e dal partito
comunista cinese, secondo i quali era inimmaginabile qualsiasi possibilità di
compromesso e di coesistenza pacifica tra capitalismo e comunismo. Lo scontro tra Mosca
e Pechino si aggravò in seguito al fallimento del cosiddetto “grande balzo in avanti”: nel
1958 Mao Tse-Tung, nel tentativo di accelerare la produzione agricola, lanciò questa
nuova strategia, che consisteva nella creazione di comuni popolari agricole, ciascuna delle
quali doveva raggiungere l’autosufficienza economica, producendo ciò che le era
necessario. Si trattò, in realtà, di un grande fallimento: nonostante i sacrifici della
popolazione ci fu una forte diminuzione della produzione agricola. L’Urss criticò
duramente l’esperimento del “grande balzo in avanti” e Kruscev, nel 1960, decise di
richiamare i tecnici sovietici che si trovavano in Cina. In seguito alla rottura con l’Urss,
all’interno del partito comunista cinese emersero le componenti più moderate e meno
ostili a Mosca; Mao si trovò, allora, nella necessità di avviare una lotta al “revisionismo”
interno al partito: nel 1966, ottenuto l’appoggio dell’esercito, diede il via alla “rivoluzione
culturale”, una grande campagna di mobilitazione dei giovani contro ogni potere
burocratico e ogni autorità basata sulla competenza tecnica, per arrivare ad una società
fondata “sull’uguaglianza nell’austerità e sulla superiorità dei ‘rossi’ sugli ‘esperti’”17.
La rivoluzione culturale venne lanciata nel maggio del 1966, quando all’Università di
Pechino un “tazebao” (cioè un manifesto a grandi caratteri) denunciò il funzionamento
elitario dell’università, il carattere borghese degli insegnamenti e l’influenza
dell’ideologia occidentale. Mao dichiarò subito il proprio sostegno all’iniziativa con un
tazebao intitolato “Bombardare il quartier generale!”. Ben presto fecero la loro comparsa
le “Guardie rosse”, gruppi di giovani che avevano il compito di diffondere la rivoluzione
culturale in tutto il paese. Nel giro di poco tempo, però, questa rivoluzione cominciò a
degenerare in violenti scontri tra le varie fazioni. Il paese rischiava di cadere nel caos,
nell’anarchia: lo stesso Mao, nel 1968, fu costretto a ristabilire l’ordine tramite una
repressione degli studenti, dopo essere, comunque, riuscito ad allontanare i propri
avversari.

17 S. GUARRACINO, Storia degli ultimi cinquant’anni, cit., p. 237.

Il pensiero di Mao e il modello della rivoluzione culturale divennero un punto di
riferimento fondamentale per gli studenti in rivolta nel ’68: le massime di Mao, raccolte
nel famoso “libretto rosso”, affascinarono il movimento studentesco occidentale,
soprattutto per “l’idea della inarrestabilità della lotta di classe, che non poteva trovar posa
neppure nel comunismo, ma che era destinata a generare sempre nuove contraddizioni, e
da queste procedere all’infinito”18. In molti paesi europei, inoltre, si formarono gruppi
politici che si ispiravano direttamente al pensiero maoista.
Nel blocco comunista gli anni ’60 furono caratterizzati da una certa tendenza al
“policentrismo”, alla revisione dei rapporti tra la superpotenza egemone e i paesi satelliti,
alcuni dei quali aspiravano ad una maggiore autonomia interna, senza comunque
compromettere l’appartenenza al blocco comunista19.
Anche l’Europa orientale conobbe, in quegli anni, un importante processo di crescita
economica, con un aumento della produzione agricola e di quella industriale, orientata a
rafforzare l’industria pesante. Ma anche le spese destinate ai consumi registrarono un
aumento, contemporaneamente ad una crescente influenza degli stili di vita occidentali: le
popolazioni dell’Europa dell’est non erano più disposte “ad accettare sacrifici in nome di
valori di rinnovamento e di palingenesi sociale che sembravano aver perduto gran parte
della loro credibilità e della loro attrazione”20.
In questo senso, il miglioramento economico contribuì al manifestarsi di situazioni di
crisi politica, la più grave delle quali fu la cosiddetta “primavera di Praga”.
Alexander Dubcek divenne segretario del partito comunista cecoslovacco nel 1968:
leader dell’ala innovatrice, era considerato un uomo politico moderato ed equilibrato.
Appoggiato da intellettuali, studenti e da una opinione pubblica in fermento, Dubcek
iniziò un processo di rinnovamento interno che prevedeva l’introduzione di elementi di
pluralismo economico e politico, nonché la libertà di stampa e di opinione. L’intento di
creare un “socialismo dal volto umano” ebbe, però, vita breve. Sebbene Dubcek non
mettesse in discussione la collocazione del suo paese nel sistema di alleanze sovietico,
Breznev cominciò a temere che l’esempio cecoslovacco potesse diventare contagioso e
provocare stravolgimenti all’interno del blocco. Ad un iniziale invito rivolto a Dubcek a
frenare le riforme, seguì l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia (con l’eccezione
della Romania: anch’essa stava vivendo un difficile rapporto con l’Urss a causa del suo

18 PEPPINO ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in Europa e in America, Roma, Editori Riuniti, 1998, p. 192.
19 G. MAMMARELLA, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, cit., pp. 370-376.
20 Ibidem, p. 374.

desiderio di autonomia21): nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 Praga e il resto del
paese vennero occupati. Dubcek venne arrestato, espulso dal partito e sostituito da un
uomo più fedele a Mosca. L’intervento sovietico a Praga venne condannato dai governi
occidentali, ma, a differenza di quanto era avvenuto dodici anni prima con la rivoluzione
ungherese, il moto di protesta coinvolse, questa volta, anche i partiti comunisti
occidentali.
Mentre nell’Europa orientale si verificavano queste spinte “centrifughe” da parte di
alcuni paesi del blocco che chiedevano una certa autonomia da Mosca, le democrazie
dell’Europa occidentale conoscevano, negli anni ’60, un periodo di notevole prosperità,
nonostante un certo rallentamento dell’economia tra il 1963 e il 1967, e di importanti
mutamenti politici.
Il ventennio compreso tra i primi anni ’50 e il 1973 rappresentò il periodo di maggiore
espansione economica conosciuto dall’Europa e, in misura leggermente inferiore, da Stati
Uniti e Giappone: fu l’epoca d’oro (la cosiddetta “golden age”) del capitalismo22. Diversi
elementi possono essere presi in considerazione per spiegare il boom economico23.
Innanzitutto la crescita demografica, dovuta ad una forte ripresa della natalità (“baby
boom”), fece aumentare la domanda delle merci e dei generi di consumo. La crescita del
mercato interno fu favorita anche dalle politiche economiche e sociali degli stati: “così, da
una parte si ebbero le nazionalizzazioni delle industrie e dei servizi considerati di interesse
pubblico e varie forme di controllo sulle industrie private; a ciò bisogna aggiungere gli
interventi decisivi della spesa pubblica compiuti (seguendo la teoria del deficit spending
elaborata dall’economista inglese J. M. Keynes in reazione alla grande depressione degli
anni trenta) anche creando un deficit di bilancio e indirizzati a creare posti di lavoro e una
domanda aggiuntiva”24.
Questi furono anche gli anni della diffusione, in tutti gli stati industrializzati, del
“Welfare State”, modello di intervento statale, nato in Gran Bretagna nel secondo

21 Ibidem, p. 375.
22 SIDNEY POLLARD, L’economia internazionale dal 1945 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 137.
23 Sulle cause del boom economico si veda VERA ZAMAGNI, Dalla rivoluzione industriale all’integrazione
europea. Breve storia economica dell’Europa contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 225-231.
24 S. GUARRACINO, Storia degli ultimi cinquant’anni, cit., p. 141. L’economista J. M. Keynes, con il suo
volume “Occupazione, moneta, interesse. Teoria generale”, elaborato in connessione con le drammatiche
vicende della crisi del ’29, aprì un nuovo capitolo nella storia dell’economia. Partendo da una critica ai
principi classici del liberalismo, come il mito del pareggio del bilancio, Keynes arrivò alla conclusione che lo
stato, specie in una condizione di crisi, deve aumentare la spesa pubblica, anche con il ricorso al deficit e
con l’aumento della moneta in circolazione, portando così benefici al reddito e alla produzione. Su Keynes si
veda V. ZAMAGNI, Dalla rivoluzione industriale all’integrazione europea, cit., p. 134.

dopoguerra, che garantiva ai cittadini i servizi sociali essenziali (pensioni, assistenza
medica gratuita, istruzione di base pubblica e gratuita). Anche il mercato internazionale
conobbe un periodo di crescita, grazie soprattutto al buon funzionamento del sistema
monetario istituito a Bretton Woods nel 1944 (basato sulla convertibilità del dollaro in
oro) e alla liberalizzazione degli scambi favorita dal Gatt (Accordo generale tariffe e
commercio, 1947), che limitava il protezionismo doganale e il controllo statale sul
commercio estero25.
Di fondamentale importanza per lo sviluppo dell’economia mondiale fu, in quel
periodo, anche la possibilità, per i paesi ricchi, di accedere a basso costo alle materie
prime (specialmente il petrolio), possedute in gran parte dai paesi ex coloniali, i quali,
diventati per lo più indipendenti nel dopoguerra, conoscevano ora una nuova forma di
sfruttamento economico (“neocolonialismo”). Proprio l’aumento del prezzo del petrolio,
nel 1973, segnò un arresto nello sviluppo e l’inizio di una congiuntura negativa.
Gli anni Sessanta furono anche quelli durante i quali l’Europa si confrontò con l’
“american way of life”. Come ha ricordato Giuseppe Mammarella, “fino ad allora il
rapporto tra Europa e Stati Uniti si era tenuto a livello di uomini politici, grandi
industriali, intellettuali, artisti, ma l’eccezionale diffusione dei media e dei consumi
portava per la prima volta l’America a contatto con le diretto con le masse. Con i suoi miti,
i suoi prodotti, le sue mode, i suoi valori e disvalori l’America stava entrando nella vita
quotidiana degli europei”26.
Dal punto di vista politico, in questa fase l’Europa occidentale vide la formazione di
coalizioni riformiste in alcuni stati. In Italia, nel 1962, iniziò la collaborazione tra
Democrazia cristiana e socialisti. In Germania, nel 1966, i cristiano-democratici si unirono
alla socialdemocrazia, guidata dall’ex sindaco di Berlino ovest Willy Brandt, dando così
inizio alla “grande coalizione”; proprio in quegli anni Brandt gettava le basi della
“Ostpolitik”, al fine di ristabilire le relazioni tra la Germania Federale e i paesi del blocco
orientale. In Gran Bretagna i laburisti tornarono al potere nel 1964 con Harold Wilson,
che completò il ritiro dalle colonie, fece approvare una vasta legislazione sui diritti civili

25 A Bretton Woods (New Hampshire) nel luglio del ’44 si tenne una conferenza internazionale finalizzata a
risolvere alcune questioni economiche del dopoguerra. In questa occasione vennero creati due nuovi
organismi: il Fmi (Fondo monetario internazionale), che doveva assicurare la stabilità dei cambi fra le monete
(in riferimento al dollaro, unica moneta convertibile in oro) e la Banca mondiale, che avrebbe concesso
prestiti a singoli paesi per favorirne lo sviluppo. Con il Gatt (General agreement on tariffs and trade, 1947) si
cercò di ridurre gli ostacoli al commercio internazionale.Si veda S. POLLARD, L’economia internazionale dal 1945 a oggi, cit., pp. 97-113.
26 G. MAMMARELLA, Destini incrociati, cit., p. 203.

(abolizione della pena di morte, legalizzazione dell’aborto, legge sul divorzio), ma si trovò
anche ad affrontare una difficile situazione economica negli ultimi anni di governo.
In Francia il potere era saldamente nelle mani del generale Charles De Gaulle.
Ottenuta la riforma in senso presidenzialista della Costituzione27 e chiusa definitivamente
la difficile questione algerina, con la concessione dell’indipendenza alla colonia francese,
De Gaulle, eletto presidente della Quinta Repubblica nel 1958, mostrò subito la sua
maggiore ambizione: quella di dare alla Francia una politica estera nuova, che la liberasse
da legami troppo stretti con gli Usa e la proponesse come guida di una futura Europa
indipendente dai due blocchi. L’idea di De Gaulle di una “Europa delle patrie”, dove ogni
stato mantenesse la propria identità storica e culturale, si scontrava con la prospettiva di
una Europa federalista e “atlantica”, strettamente legata agli Usa, auspicata da Kennedy
nei primi anni ‘6028.
La tendenza nazionalista di De Gaulle si manifestò in vari modi: con l’uscita della
Francia dalla Nato, con l’opposizione ai progetti di integrazione politica fra i paesi della
Cee29 e con il veto posto all’ingresso della Gran Bretagna nel nascente Mercato comune
europeo.
La posizione della Francia gollista mostrava come anche all’interno del blocco
occidentale esistessero delle spinte “centrifughe”, delle tendenze ad allentare un legame
considerato troppo stretto con la potenza egemone.
Per quanto riguarda il resto dell’Europa, la penisola iberica conosceva ancora regimi
fascisti, con le dittature di Franco in Spagna e di Salazar in Portogallo, mentre in Grecia,
nel 1967, un colpo di stato militare guidato dal colonnello Papadopulos instaurò la
“dittatura dei colonnelli”. Questo avvenne probabilmente con il concorso dei servizi
segreti americani: come ha sottolineato Marcello Flores, in questi anni gli Usa

27 La nuova Costituzione voluta da De Gaulle (1958) dava al presidente della Repubblica importanti funzioni:
stabiliva, infatti, che il capo dello Stato scegliesse, e potesse revocare, il primo ministro e, su sua proposta,
nominasse gli altri membri del governo, che potesse sciogliere le Camere, indire referendum popolari e,
infine, assumere pieni poteri in casi di emergenza.Dal 1962 il presidente della Repubblica sarebbe stato
eletto direttamente dai cittadini. Sulla nascita della Quinta Repubblica francese si veda P. POMBENI, La
politica nell’Europa del ‘900, cit., pp. 145-148.
28 Sullo scontro tra “Europa carolingia” di De Gaulle ed “Europa atlantica” di Kennedy si veda G.
MAMMARELLA, Destini incrociati, cit., pp. 192-201.
29 La Comunità economica europea era nata nel 1957 dall’accordo tra Francia, Germania. Italia, Belgio,
Olanda, Lussemburgo con lo scopo di creare un Mercato comune europeo (Mec), tramite un abbassamento
delle tariffe doganali e la libera circolazione di capitali e forza-lavoro, nonché con il coordinamento delle
politiche industriali ed agricole. Sul processo di integrazione europea si veda V. ZAMAGNI, Dalla rivoluzione
industriale all’integrazione europea, cit., pp. 231-240.

appoggiarono spesso, con le loro “cover actions”, forze anche antidemocratiche, purché
anticomuniste, come avvenne, ad esempio, in alcuni stati dell’America Latina30.
Il confronto tra le due superpotenze, il processo di decolonizzazione del Terzo
mondo, la presenza dei socialisti al governo in molti paesi europei, un periodo di
prosperità e benessere per tutto l’Occidente industrializzato, ma anche un certo sviluppo
dell’Europa orientale: questi, dunque, gli elementi fondamentali nel quadro
internazionale degli anni ’60, questo il contesto in cui nacquero ed agirono i movimenti
studenteschi e giovanili del ’68.

1.2: Gli avvenimenti del ’68 in America, in Europa e nel resto del mondo
I giovani che parteciparono ai movimenti studenteschi del ’68 negli Stati Uniti ed in
Europa appartenevano alla cosiddetta “baby boom generation”. Erano nati tra gli anni ’40
e ’50 ed avevano vissuto direttamente quell’incredibile periodo di sviluppo economico
conosciuto dall’Occidente industrializzato a partire dagli anni ’50. Questa generazione
non aveva visto guerre, né epidemie, né catastrofi; al contrario, aveva avuto la fortuna di
vivere la propria infanzia e la propria adolescenza negli anni del dopoguerra, anni di
benessere, di crescita economica, di sviluppo tecnologico e di modernizzazione. Ma,
contemporaneamente, il contesto in cui era cresciuta la generazione del dopoguerra era
anche quello dell’“equilibrio del terrore”: la contrapposizione tra i due blocchi, in cui era
diviso il mondo, si basava sul delicato equilibrio della deterrenza atomica. Proprio la
minaccia nucleare, il rischio di una distruzione totale fecero in modo che i giovani di
quegli anni si sentissero partecipi di un destino comune, indipendentemente dal paese di
appartenenza31.
In questo contraddittorio contesto i giovani di vari paesi si ribellarono ai propri
sistemi politici, sociali e culturali, individuando nel sistema internazionale, nello Stato e
nella società il nemico da combattere.
Ovunque il punto di partenza delle rivolte fu l’università, ambiente in cui il
movimento giovanile nacque e primo obiettivo della sua contestazione. L’università degli
anni ’60 era diventata una università di massa. Una conseguenza dell’aumento del

30 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., pp. 30-31.
31 Ibidem, p. 92.

benessere era stata, infatti, la moltiplicazione della popolazione studentesca: mai come in
questo periodo l’istruzione aveva coinvolto un numero così alto di persone.
In America come in Europa “da luogo di preparazione professionale per una ristretta
élite di estrazione sociale ben determinata le università diventa[ro]no punto di incontro di
masse giovanili di diversa origine sociale, in prevalenza borghese o piccolo-borghese ma
anche di estrazione operaia e contadina”32.
Nella maggior parte dei casi, però, le università non furono in grado di gestire questa
nuova situazione. La scolarizzazione di massa imponeva cambiamenti radicali all’interno
delle università, nelle strutture, nei programmi e nei metodi di insegnamento, nel
rapporto tra studenti ed insegnanti; tuttavia, nella prima metà degli anni ’60, le strutture
scolastiche erano ancora insufficienti, gli insegnamenti arretrati ed anacronistici, incapaci
di esprimere in maniera adeguata i cambiamenti della società e i progressi scientifici. Gli
studenti avvertivano un forte divario tra didattica e realtà, tra scuola e società: per questo
individuarono nell’università la prima istituzione da trasformare.
Inizialmente la contestazione riguardò i contenuti arretrati dell’istruzione, che si
voleva più aperta ai problemi dell’attualità; successivamente gli studenti arrivarono a
chiedere l’abolizione di voti, interrogazioni, esami e degli “sbarramenti” alle facoltà sulla
base dei diplomi. Non si volevano più, infatti, strumenti di selezione che limitassero
l’accesso dell’università a pochi privilegiati e si rifiutava l’esame tradizionale, “visto come
rito di divisione”33, in favore di un “esame di gruppo”, che mettesse effettivamente sullo
stesso piano tutti gli studenti.
Assemblee, dove tutti parlavano e partecipavano liberamente secondo il principio
della democrazia diretta34, università occupate ed autogestite, forme di didattica
alternativa, “controcorsi”: questi gli strumenti adottati dagli studenti per liquidare la
vecchia istruzione e dare vita ad una università moderna, in cui si potesse affermare la
propria indipendenza dalla cultura dominante, ritenuta asservita al potere35.

32 G. MAMMARELLA, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, cit., p. 357.
33 P. ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in Europa e in America, cit., p. 87.
34 Uno degli elementi salienti della contestazione studentesca fu, infatti, la critica alla democrazia
rappresentativa: si riteneva che la delega privasse ciascuno del suo diritto di partecipare alle decisioni
comuni. A questo gli studenti opposero l’assemblea, ritenuta vero strumento di democrazia, dal momento
che tutti potevano partecipare e prendere la parola. Nel corso della contestazione, tuttavia, molti misero sotto
accusa la pratica dell’assemblea, per la contraddizione che si era creata tra il principio di democrazia diretta
e la nascita di leader che, di fatto, guidavano il movimento studentesco nelle varie università. Su questo
punto cfr. A. LONGO – G. MONTI, Dizionario del ’68, cit., pp. 179-182.
35 “Il movimento – come ricorda P. Ortoleva – denunciava l’‘asservimento’ delle istituzioni produttrici di
sapere alle esigenze dello Stato e della classe dominante: asservimento tanto più ‘scandaloso’ in quanto
Parallelamente all’azione dentro le università, il movimento studentesco cominciò a
mobilitarsi nella società, nelle piazze. La società borghese dei consumi, nata dal boom
economico, venne messa sotto accusa: nacque tra gli studenti, ma anche tra molti
intellettuali di orientamento marxista, un rifiuto del consumismo, di un benessere che si
riteneva illusorio e ottenuto a spese dei popoli poveri del Terzo mondo. Come insegnava
Herbert Marcuse, a lungo ritenuto l’ispiratore della cultura del ’68, le speranze di
trasformare la società borghese, in cui l’uomo viveva alienato e “stordito” da un
consumismo frenetico, non erano più affidate alla classe operaia, ormai “integrata nel
sistema” (secondo una espressione molto comune all’epoca) e condizionata dal
capitalismo, ma agli emarginati e alle masse diseredate del Terzo mondo, la cui esistenza
mostrava le terribili contraddizioni della società del benessere36.

La protesta contro l’intervento americano in Vietnam, gli ideali pacifisti e
antimilitaristi furono un elemento di unione fra i movimenti studenteschi di tutto il
mondo. Il Vietnam divenne ovunque il simbolo della ribellione dei popoli del Terzo
mondo contro l’imperialismo americano; per questo era necessario “creare due, tre, molti
Vietnam”, secondo la celebre espressione di Che Guevara, vero eroe per i giovani del ’68.
Il comunismo cubano e quello cinese ebbero un notevole successo nel ’68: le
esperienze comuniste di Fidel Castro e Mao Tse-Tung venivano considerate, spesso in
modo acritico, valide alternative al comunismo sovietico, rifiutato perché troppo
burocratizzato e autoritario. In particolare, la figura di Ernesto “Che” Guevara, medico
argentino che aveva avuto un ruolo importante nella costruzione del regime marxista a
Cuba e che era morto in Bolivia nel 1967, mentre organizzava un movimento
rivoluzionario, divenne per gli studenti occidentali un punto di riferimento fondamentale,
in quanto era visto come “leader di una nuova stagione di riscatto per i popoli del Terzo
mondo e interprete di un marxismo non burocratico ma rivoluzionario”37.
Tra i tanti aspetti che hanno caratterizzato il ’68, uno può certamente essere
considerato il filo rosso che li collega tutti quanti: l’antiautoritarismo. Il principio di
autorità in quanto tale venne messo in discussione e ciò produsse una vigorosa rivolta dei
veniva mascherato sotto la veste della presunta obiettività scientifica del sapere stesso”. Cfr. P. ORTOLEVA,
I movimenti del ’68 in Europa e in America, cit., pp. 117-120.

36 Il filosofo tedesco H. Marcuse era tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte, un gruppo di filosofi,
sociologi, psicologi ed economisti che proprio negli anni ’60 elaborarono una “teoria critica della società”,
ipotizzando una ideale umanità futura libera da ogni condizionamento. Marcuse, con il suo testo “L’uomo a
una dimensione” (1964), venne spesso considerato l’ideologo del ’68, anche se, in realtà, pochi tra i giovani
rivoluzionari conoscevano bene la sua opera. Si veda MARIE CLAIRE LAVABRE – HENRY REY, Il ’68. Una
generazione in rivolta, Firenze, Giunti, 1998, pp. 31-32.
37 A. LONGO – G. MONTI, Dizionario del ’68, cit., p. 141.
giovani contro la scuola e l’università, contro la famiglia, contro l’educazione borghese
con le sue regole ritenute perbeniste e ipocrite, contro la religione con i tabù del sesso e
del peccato, contro la politica e i partiti tradizionali.

La famiglia ricevette un duro colpo dalla contestazione: era accusata di reprimere, di
educare alla passività e all’ipocrisia, di trasmettere la paura dell’autorità. La critica della
famiglia e la ribellione verso di essa si inserivano nel contesto di un più generale bisogno
dei giovani di separarsi dal mondo degli adulti; di qui la tendenza a ritirarsi dalla società, la
ricerca di un proprio spazio, in cui vivere in piena autonomia e libertà circondati dai
coetanei. Questo movimento di “autoesclusione” trovò espressione nelle occupazioni
universitarie, “atto contemporaneamente di rovesciamento simbolico dell’autorità e di
creazione di uno spazio proprio, separato e protetto, di sperimentazione di una vita
diversa”38. L’indipendenza dal mondo degli adulti passava anche attraverso il sesso:
proprio quella sessuale fu la “rivoluzione” che sembrò coinvolgere l’intera generazione.
“Il senso di colpa individuale – sottolinea Flores – e di riprovazione sociale che
accompagnava il sesso negli anni cinquanta si trasformò in una gioiosa rivendicazione
della propria libertà”39.
Il nuovo atteggiamento dei giovani suscitò, inevitabilmente, scandalo nella società
dell’epoca, ma contribuì alla rottura di molti tabù che ancora circondavano la sfera
sessuale.
Pacifismo, critica alla società dei consumi, passione per le rivoluzioni terzomondiste,
aspirazione alla democrazia diretta, rivoluzione sessuale, lotta all’autorità in tutte le sue
forme, dentro la scuola e fuori, nella società: insomma le richieste di fondo dei giovani del
’68 erano la libertà e la voglia di “bombardare il quartier generale”, lasciandosi alle spalle
il vecchiume di una società che aveva conosciuto un notevole sviluppo delle condizioni
materiali di vita, ma rimaneva ancora culturalmente arretrata. Se questi furono gli elementi
comuni del “fenomeno Sessantotto”, è anche vero che in ogni contesto nazionale le lotte
studentesche conobbero forme e obiettivi diversi.
Le prime mobilitazioni si ebbero negli Stati Uniti. La rivolta di Berkeley, sede
dell’Università della California, nel 1964, fu un momento chiave della protesta studentesca

38 P. ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in Europa e in America, cit., p. 65.
39 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 49. In quegli anni di “liberazione sessuale” i giovani
riscoprirono il pensiero dello psicanalista austriaco Wilhelm Reich, autore del testo “La rivoluzione sessuale”
(1936), in cui condannava la morale repressiva e sessuofobica dell’epoca ed esaltava la più totale
liberazione sessuale. Si veda a questo proposito AAVV, 1968. Dizionario della memoria, Roma,
Manifestolibri, 1998, p. 51-52.

americana40. All’origine della rivolta c’era la limitazione dell’attività politica all’interno
dell’università stabilita dalle autorità accademiche, a cui gli studenti risposero con la
costituzione del “Free Speech Movement”, che rivendicava il diritto di parlare di tutto ciò
che interessava gli studenti all’interno del campus. Già in precedenza l’associazione
studentesca Sds (Student for a democratic Society), fondata nel 1960, aveva cominciato a
mobilitarsi: così, nel 1962, aveva visto la luce il primo manifesto teorico degli studenti, il
“Port Huron Statement”, in cui si parlava di lotta contro le discriminazioni, critica della
deterrenza nucleare, contestazione della burocrazia nelle università, protesta contro il
capitalismo e il ruolo svolto dagli Stati Uniti nel mondo41. L’occupazione di Berkeley diede
il via ad una contestazione che investiva non solo l’istituzione universitaria ma anche
l’intera società americana. Ben presto la rivolta studentesca venne ad intrecciarsi con gli
altri due avvenimenti fondamentali dell’epoca: la guerra del Vietnam e la mobilitazione
degli afro-americani.
Nel 1966 gli studenti occuparono nuovamente l’università di Berkeley: questa volta
protestavano per l’apertura, all’interno del campus, di un ufficio di reclutamento della
Marina per il conflitto vietnamita. Decine di altri campus e scuole superiori vennero
occupati; ovunque si contestava l’intervento americano in Vietnam, e anche la
popolazione civile aderiva, ogni giorno di più, a questa protesta: migliaia di persone
marciavano quasi quotidianamente per la pace.
Accanto alla questione della guerra c’era il “problema nero”. Tra il 1965 e il 1967 nei
ghetti metropolitani scoppiarono aspre rivolte guidate dai capi rivoluzionari del “Black
Power”, tra cui spiccava Malcom X . Differenziandosi dal pacifismo di Martin Luther
King, il “Black Power”usava la violenza e auspicava la formazione di una società nera
distinta da quella dei bianchi. Certamente la lotta contro le discriminazioni razziali era un
obiettivo fondamentale dei giovani americani in lotta, anche se in concreto l’incontro tra
movimento studentesco e “movimento nero” fu abbastanza limitato, come dimostrò la
spaccatura, avvenuta nel 1968 alla Columbia University di New York, tra studenti bianchi e
studenti afro-americani sugli obiettivi della lotta42.
Sul movimento studentesco americano incise notevolmente la presenza del
movimento “hippy” e della controcultura alternativa. Verso la metà degli anni ’60

40 ALBERTO MARTINELLI, Il movimento studentesco degli Stati Uniti, in ALDO AGOSTI – LUISA
PASSERINI – NICOLA TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, Milano, Franco Angeli, 1991,
pp. 124-143.
41 M. C. LAVABRE – H. REY, Il ’68. Una generazione in rivolta, cit., p. 10.
42 P. ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in Europa e in America, cit., p. 236.

nacquero in California i primi gruppi hippies, formati da giovani anticonformisti. Nati
sulla scia della “beat generation”43 degli anni ’50, gli hippies erano pacifisti, rifiutavano i
comportamenti e i valori dominanti, praticavano una vita comunitaria, erano affascinati
dalle religioni e dai culti orientali. Proprio gli hippies furono i creatori di una
“controcultura” giovanile, alternativa e contrapposta a quella ufficiale, che caratterizzò
tutti gli anni ’60, con i nuovi miti musicali (Beatles, Rolling Stones, Doors, Jimi Hendrix,
Joan Baez e Bob Dylan, questi ultimi molto impegnati sul fronte del pacifismo), una nuova
moda pratica e colorata destinata esclusivamente ai giovani, la nascita di una stampa
alternativa giovanile, ma anche la diffusione della droga, vista come “mezzo di sfida
all’autorità, strumento di espansione della coscienza e rituale di appartenenza alla
comunità giovanile44.
La cultura dei cosiddetti “figli dei fiori” si diffuse ben presto anche in Europa, dando
vita a vari gruppi: i “teddy boys” inglesi, i “blouson noir” francesi, i “capelloni” italiani.
Fu soprattutto Londra ad imprimere il nuovo stile nella moda, nell’arte, nella musica.
Un esperimento molto originale di contestazione fu quello dei “provos” olandesi,
gruppo di derivazione anarchica, con un forte connotato ambientalista: il loro intento era
“di liberare il centro di Amsterdam e lasciarlo alle biciclette e ai mezzi pubblici, di
chiudere le industrie inquinanti, di concedere le case vuote agli studenti, di porre fine alla
repressione poliziesca e di aprire l’amministrazione locale alla trasparenza e a una vera
partecipazione”45. Il movimento dei provos ebbe vita breve, ma lasciò comunque il segno
per le sue anticipazioni anticonsumistiche ed ecologiste.

43 La “beat generation”era costituita da un gruppo di poeti, scrittori e artisti residenti a New York e San
Francisco nella prima metà degli anni ’50, accomunati da una volontà di sovvertimento dei canoni letterari e
artistici tradizionali e dalla ricerca di nuove forme di espressione culturale ed esistenziale. La letteratura beat diffuse molte delle pratiche che sarebbero poi diventate caratteristiche delle “culture alternative” degli anni ’60 e ’70: dall’uso delle droghe alla vita di gruppo come forma di relazione e convivenza autentica tra le
persone, dalla centralità del viaggio inteso come vera forma di conoscenza alle filosofie orientali. I principali
esponenti della beat generation furono Allen Ginsberg e Jack Kerouac, il cui romanzo “On the road” (trad.
“Sulla strada”, 1957) esaltava il viaggio come fuga (dalla città, dal lavoro, dal conformismo) e come ricerca di nuove esperienze e nuovi valori. Sulla letteratura beat si veda FERNANDA PIVANO, Poesia degli ultimi
americani, Milano, Feltrinelli, 1995. A diffondere il mito del viaggio fra i giovani di quegli anni contribuì anche un film del 1969, “Easy rider”, incentrato sulle vicende di due ragazzi in viaggio attraverso l’America; nel film, al tema del viaggio sono legati alcuni elementi centrali della cultura alternativa: la droga, la musica rock, il pacifismo, le comunità hippy.

44 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 48
45 Ibidem, p. 55.

Un analogo ruolo di avanguardia venne svolto in Francia dagli intellettuali
“situazionisti”, fortemente critici nei confronti della società dei consumi e del potere di
manipolazione dei media46.

Fu proprio in Francia che la rivolta studentesca apparve più simile alla rivoluzione e
per un momento sembrò mettere in crisi il potere. La Francia di De Gaulle viveva un
periodo di benessere economico, ma sotto questa superficie covava l’insofferenza dei
giovani di fronte ad un sistema politico considerato oppressivo e a schemi culturali ormai
superati.
La scintilla della rivolta scoppiò a Nanterre, moderna università nata nel 1964 in un
quartiere periferico. In questo campus, ben presto sovraffollato, nel 1967 iniziarono le
prime contestazioni contro i rigidi regolamenti universitari e i metodi d’insegnamento
considerati anacronistici, ma anche l’eco delle proteste contro la guerra del Vietnam non
tardò a farsi sentire. In queste mobilitazioni cominciava a mettersi in luce uno studente di
origini tedesche, Daniel Cohn-Bendit, destinato a diventare il portavoce del movimento
studentesco francese. I primi di maggio, di fronte ad una protesta che stava diventando
sempre più violenta, il rettore di Nanterre decise la chiusura dell’università. Così gli
studenti, guidati dall’Unef (Union nationale des étudiants de France), vero sindacato
studentesco, trasferirono la loro rabbia alla Sorbona, dando inizio al maggio francese, “le
joli mai”47.
La prestigiosa università della Sorbona e il Quartiere Latino in cui è situata divennero
per tutto il mese di maggio teatro di una guerriglia urbana, con scontri violentissimi tra gli
studenti e la polizia, che cercava di evacuare con la forza l’università occupata e caricava i
dimostranti. De Gaulle e il primo ministro Georges Pompidou non seppero intervenire se
non con la dura repressione della protesta, e perfino il partito comunista francese (Pcf) si
oppose al movimento studentesco, attribuendo a “gruppuscoli” di anarchici il progetto di
mettere in crisi il potere. Ben presto la rivolta studentesca, che fin dall’inizio ebbe il
sostegno degli intellettuali francesi (Jean-Paul Sartre, ad esempio, intervenne più volte in

46 Il più importante rappresentante dell’ “Internazionale situazionista”era Guy Debord, autore del libro “La
società dello spettacolo”(1967). A metà degli anni ’60, in un opuscolo pubblicato dagli studenti di Strasburgo
(intitolato “Sulla miseria del mondo studentesco, considerata sotto l’aspetto economico, politico, psicologico,
sessuale e soprattutto intellettuale e di alcuni mezzi per rimediarvi”), i situazionisti analizzarono la condizione
studentesca in termini molto negativi, sottolineando soprattutto la totale passività, la mancanza di spirito
critico e il conformismo degli studenti all’interno dell’università. Cfr. M. C. LAVABRE – H. REY, Il ’68. Una
generazione in rivolta, cit., pp. 32-34.
47 B. BONGIOVANNI, Attraverso le interpretazioni del maggio francese, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N.
TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, cit., pp. 103-123.

difesa degli studenti), si allargò alla società intera, colpita dalla violenza della polizia,
coinvolgendo studenti medi, medici, architetti, attori, giornalisti, impiegati; ma fu
soprattutto la protesta degli operai, che si mobilitarono con scioperi ed occupazione delle
fabbriche, a far temere, per un momento, l’inizio di una vera rivoluzione. Il 24 maggio in
Francia c’erano nove milioni di scioperanti: il paese era paralizzato, la protesta era ormai
diretta contro lo stesso De Gaulle e stava diventando una vera crisi sociale.
Nel giro di poco tempo, però, la stanchezza dell’opinione pubblica, la fine del breve
incontro fra studenti e operai, la divisione all’interno della sinistra facilitarono la riscossa
gollista. Il 30 maggio, ottenuto l’appoggio dell’esercito, De Gaulle comunicò le sue
decisioni al paese: scioglimento della Assemblea Nazionale, nuove elezioni, accordi con i
sindacati.
Nelle elezioni di giugno De Gaulle venne largamente premiato dall’opinione pubblica
moderata, spaventata dalla minaccia comunista. Finiva così “le joli mai”: la contestazione
di maggio era stata una rivoluzione mancata, o meglio “una rivoluzione inesistente”48.
In Germania il movimento studentesco, guidato dall’associazione di studenti di
sinistra Sds (Sozialistischer Deutscher Studentenbund), si trovò impegnato su vari fronti:
quello legato alla protesta contro la guerra in Vietnam, quello più propriamente
universitario, con la critica all’autoritarismo dei metodi e delle strutture educative, e
quello legato alla politica interna49. In quegli anni la “grande coalizione” di governo tra
Cdu e Spd aveva in progetto l’approvazione di leggi eccezionali che conferivano poteri
speciali al governo in casi di emergenza: “il timore diffuso che la grande coalizione
segnasse l’inizio di una svolta autoritaria […] alienò alla Spd una parte della sinistra,
incoraggiando la nascita dell’opposizione extraparlamentare (Apo) e del movimento di
contestazione”50.
L’epicentro della contestazione fu Berlino, dove alcune manifestazioni si conclusero
con scontri cruenti con la polizia. Gli studenti tedeschi si trovarono impegnati anche in
una dura lotta contro quello che veniva definito “il monopolio reazionario della stampa”,
rappresentato dal gruppo editoriale Springer, che attaccava duramente gli studenti,
accusandoli di fomentare l’anarchia. Quando nell’aprile del 1968 il carismatico leader della

48 E’ questa, appunto, l’opinione di Raymond Aron, autore del libro omonimo (La révolution introuvable,
1968). Secondo Mammarella il maggio francese è stato una delle due rivoluzioni mancate del ’68, insieme
“alla primavera di Praga”: cfr. G. MAMMARELLA, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, cit., p. 368.
49 ROLAND ECKERT, Il movimento studentesco nella Germania occidentale, in A. AGOSTI – L. PASSERINI
– N. TRANFAGLIA (a cura di ), La cultura e i luoghi del ’68, cit. pp. 144-158.
50 G. MAMMARELLA, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, cit., p. 330.

Sds Rudi Dutschke venne gravemente ferito in un attentato da un giovane neonazista, le
sedi del gruppo editoriale Springer divennero bersaglio di violente manifestazioni, mentre
in tutto il paese si moltiplicavano gli scontri per le strade (“agitazioni di Pasqua” del 1968).
La frantumazione in vari gruppi e l’opposizione tra una componente più radicale e
una più moderata portarono in breve tempo alla fine del movimento e allo scioglimento
della Sds. Una parte degli aderenti alle posizioni più estremistiche formò, nel 1968, la Raf
(Rote Armee Fraktion), che scelse di attuare una strategia terroristica e di entrare in
clandestinità.
In Gran Bretagna la contestazione non raggiunse l’estensione e l’intensità che
caratterizzarono il movimento in altri paesi: Londra fu soprattutto il luogo dove nacquero
il nuovo costume giovanile e la nuova musica, con l’esplosione del “fenomeno Beatles”.
La London School of Economics, prestigiosa università dalla tradizione progressista,
costituì il cuore della protesta studentesca, tra il 1967 e il 1969. Fu soprattutto
l’opposizione alla guerra in Vietnam a spingere i giovani inglesi a mobilitarsi con
occupazioni e manifestazioni, incontrando la repressione del governo laburista.
Proprio a Londra, nell’estate del 1967, si tenne un convegno spesso considerato
l’antefatto culturale del ’68: il tema era incentrato sulle “dialettiche della liberazione”
(Dialetics of Liberation). All’incontro parteciparono vari studiosi di scienze umane, tra cui
il filosofo H. Marcuse, uniti nel condannare tutte le forme di oppressione che limitavano la
libertà umana: “Tutti gli uomini sono in catene – si legge nel manifesto programmatico del
convegno – Vi è la schiavitù della povertà e della fame, la schiavitù della sete di potere,
della spinta al prestigio sociale, al possesso”51.
Anche gli abitanti del ricco Occidente vivevano, dunque, in una condizione di
schiavitù, perché troppo legati ai beni materiali e troppo condizionati dal consumismo.
In Spagna, come negli altri paesi, il Vietnam rappresentò l’elemento più visibile della
rivolta giovanile, ma strettamente intrecciato con la protesta contro il regime franchista e
la richiesta di libertà e democrazia. Fra il 1968 e il 1969 l’occupazione di molte università
spagnole, le manifestazioni degli studenti, nonché numerosi scioperi degli operai, riuniti
nelle “Comisiones obreras”, spinsero il governo alla repressione e alla proclamazione dello
stato d’emergenza, nel gennaio del ‘6952.

51 AAVV, 1968. Dizionario della memoria, cit., p. 23.
52 ALFONSO BOTTI, Il movimento del ’68 in Spagna, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N. TRANFAGLIA (a
cura di), La cultura e i luoghi del ’68, cit., pp. 159-172.

Anche in Grecia la presenza di un regime autoritario limitò le mobilitazioni degli
studenti. Ma nel novembre del 1968 i funerali dell’ex primo ministro Papandreu divennero
l’occasione per una grande manifestazione antifascista durata due giorni, con il
conseguente intervento della polizia e l’arresto di centinaia di manifestanti.
Il “Sessantotto” attraversò anche alcuni paesi dell’est europeo: gli studenti cechi
ebbero un ruolo importante nell’esperienza della “primavera di Praga”, mentre in Polonia
gli studenti si batterono contro la censura per la libertà di espressione, rimanendo però
isolati rispetto alla popolazione53.
Sulla scia di quanto avveniva in America, dunque, gli studenti erano in agitazione un
po’ in tutta Europa; tuttavia il movimento studentesco americano e quello europeo
presentavano notevoli differenze.
Negli Usa il movimento si caratterizzò per la forte pragmaticità, la tendenza allo
spontaneismo e la scarsa ideologizzazione: “[il movimento] nasceva dalla contestazione
contro le amministrazioni universitarie, alla ricerca di nuove forme di rappresentanza e di
partecipazione, ma poi ripiegava verso lo sperimentalismo esistenziale della cultura hippy,
influenzato più dai profeti di un nuovo umanesimo come Allen Ginsberg, Jack Kerouac,
Bob Dylan che da un’ideologia e da un programma politico”54.
In Europa, al contrario, si ebbe un movimento studentesco più ideologizzato e
politicizzato. Poiché i partiti della sinistra tradizionale, di fronte al miglioramento delle
condizioni di vita della classe lavoratrice, già da tempo si erano spostati su posizioni più
moderate e riformiste, furono gli studenti a colmare l’area rivoluzionaria, proponendosi
come “nuova sinistra”55.
Il “Sessantotto” non fu, comunque, un fenomeno esclusivamente americano ed
europeo, ma arrivò a toccare anche il Giappone e l’America Latina.
Il Giappone, che dopo la guerra aveva conosciuto l’occupazione americana, vide la
nascita di una organizzazione studentesca di sinistra, “Zengakuren”, impegnata contro la

53 Nel gennaio del ’68 alcuni giovani vennero arrestati a Varsavia mentre protestavano contro la proibizione
di una rappresentazione teatrale. Il testo proibito era “Dziady”(Gli avi), scritto nell’800 dal polacco Adam
Mickiewicz e incentrato sulla polemica contro l’imperialismo zarista. Contro la censura, che aveva messo
l’opera all’indice per i toni antirussi, i giovani polacchi chiedevano libertà per il teatro e l’arte. Cfr. M. FLORES
– A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 63.
54 G. MAMMARELLA, Destini incrociati, cit., p. 207.
55 G. MAMMARELLA, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, cit. p. 359. Secondo Ortoleva gli studenti oscillarono
tra due poli nel loro confronto con la sinistra tradizionale: alcuni si vedevano come la “nuova sinistra”, che
rompeva definitivamente con il passato, altri tendevano, invece, ad identificarsi con la “vera sinistra”,
sottolineando la loro volontà di “attuare le potenzialità che erano state presenti fin dalle origini della sinistra,
ma che le generazioni più anziane, per tradimento, per cedimento o per debolezza, non avevano saputo
realizzare”. Cfr. P. ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in Europa e in America, cit., pp. 198-202.,

guerra del Vietnam e l’imperialismo americano. Il culmine della rivolta venne raggiunto
nell’ottobre del 1968: ci fu un vero e proprio “assalto a Tokyo”, con violente
manifestazioni di studenti e operai che protestavano contro un governo ritenuto troppo
sottomesso agli Usa.
In Messico il movimento studentesco conobbe un tragico epilogo con il “massacro di
Piazza delle Tre Culture”, avvenuto a Città del Messico nell’ottobre del 1968. Già da
alcuni mesi gli studenti messicani mettevano sotto accusa il governo e chiedevano il
rispetto della costituzione, le libertà democratiche, la fine della corruzione e del clima di
repressione che c’erano nel paese. Nell’imminenza delle Olimpiadi di Città del Messico, la
manifestazione del 3 ottobre in Piazza delle Tre Culture, luogo simbolo del Messico,
venne repressa nel sangue: a fine giornata i morti erano circa cinquecento.
Il 12 ottobre iniziarono regolarmente le Olimpiadi, che in seguito sarebbero state
ricordate per il gesto di protesta di due atleti neri americani: sul podio, al momento della
premiazione e dell’esecuzione dell’inno nazionale, alzarono il pugno chiuso guantato di
nero, simbolo del “Black Power”, pagando questo gesto con l’espulsione dalla squadra
americana56.
L’influenza della rivoluzione cubana si diffuse, negli anni ’60, in molti paesi
dell’America Latina. L’idea della guerriglia,azione condotta da una minoranza di studenti,
intellettuali e militanti politici contro l’esercito regolare, ebbe notevole successo fra i
giovani del ’68: come ha sottolineato Ortoleva “la guerriglia veniva interpretata come
antidoto all’ordine stabile […] e come sola possibilità di tener vivo il conflitto tra oppressi e
oppressori […]. D’altra parte il guerrigliero, a differenza del combattente ‘regolare’,
appariva privo di radici stabili e condizionanti, capace di muoversi fra infiniti terreni di
scontro”57, come dimostrava l’esempio di Che Guevara.
Un altro “mito” del Sessantotto ebbe origine in America Latina: quello del prete
colombiano Camilo Torres, ucciso nel 1966 durante la sua militanza rivoluzionaria. Nella
Chiesa latino-americana degli anni ’60 si era sviluppata una nuova riflessione teologica, la
cosiddetta “teologia della liberazione”, che si sforzava di ripensare i grandi temi della
dottrina cristiana nel contesto dei cambiamenti della società. In un mondo popolato da
poveri e sfruttati, molti preti cattolici dell’America del sud avvertirono la necessità di
impegnarsi attivamente per combattere a fianco degli oppressi che si ribellavano,
ricorrendo, se necessario, anche alla lotta armata. Camilo Torres era convinto che

56 A. LONGO – G. MONTI, Dizionario del ’68, cit., p. 237.
57 P. ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in Europa e in America, cit., p. 193.

compito della Chiesa fosse stare dalla parte dei poveri e degli sfruttati: pagò questa sua
convinzione con la morte58.

CAPITOLO 2
L’ITALIA NEGLI ANNI ’60:
QUADRO POLITICO, ECONOMICO E SOCIALE
Gli anni ’60 furono un decennio cruciale della storia italiana, con grandi cambiamenti
nel campo politico, economico e sociale. Per quanto riguarda l’economia, in questa fase
esplose il “miracolo economico”, ossia il più intenso periodo di sviluppo della storia del
nostro paese, che collocò l’Italia tra le nazioni industrializzate e diede il via a quella
“rivoluzione dei consumi” destinata a mutare profondamente il volto della società italiana.
Dal punto di vista politico, invece, i primi anni ’60 segnarono la nascita di una nuova
formula di governo, il centro-sinistra, con l’ingresso dei socialisti nell’area della
maggioranza. L’inizio di questa nuova stagione politica, “esplicitamente fondata su un
‘patto riformatore’ tra socialisti e democristiani”59, pose fine alla precedente esperienza
del centrismo, che aveva visto una Dc molto forte al governo per tutti gli anni ’50, con
l’esclusione dalla maggioranza sia della sinistra (socialisti e comunisti), sia della destra
monarchica e neofascista.
L’egemonia della Dc era iniziata nell’immediato dopoguerra, anche se fino al 1947 i
tre partiti di massa, Dc, Pci e Psi, continuarono a governare insieme. Risale al dicembre
del 1945 il primo governo di Alcide De Gasperi, leader della Democrazia cristiana,
principale partito moderato del dopoguerra. Il nuovo governo, pur reggendosi ancora
sulla partecipazione di tutti i partiti antifascisti, segnava “l’inizio di un predominio che
sarebbe durato per tutto il corso della prima repubblica”60,cioè il predominio della
Democrazia cristiana sulla vita politica italiana.
Dopo le elezioni del 2 giugno del 1946, con cui gli italiani (e per la prima volta anche
le italiane) si pronunciarono, tramite referendum, a favore della forma repubblicana ed

58 M. C. LAVABRE – H. REY, Il ’68. Una generazione in rivolta, cit., p. 71.
59 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 153.
60 AURELIO LEPRE, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 1998, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 70.

elessero i membri della Assemblea Costituente, la Democrazia cristiana, il Partito
comunista e il Partito socialista, i tre partiti usciti vincitori dalle elezioni, proseguirono la
loro collaborazione di governo. Tuttavia, ben presto, il mutamento della situazione
internazionale, con l’inasprirsi del contrasto fra Usa e Urss e l’inizio della guerra fredda,
ebbe inevitabili ripercussioni anche sulla politica italiana, dove alla Dc, favorevole
all’ingresso del paese nel sistema di alleanze occidentale, si contrapponevano i partiti della
sinistra, strettamente legati all’Urss.
In questa difficile situazione, all’inizio del 1947, il Partito socialista dovette affrontare
una scissione interna: la corrente che faceva capo a Giuseppe Saragat, contraria a legami
troppo stretti con i comunisti di Palmiro Togliatti e con l’Unione Sovietica, decise di
abbandonare il Psiup (nome assunto dai socialisti nel ’43 e poi abbandonato), guidato da
Pietro Nenni, per dare vita ad una nuova formazione politica, il Partito socialista dei
lavoratori italiani (Psli), diventato più tardi Partito socialdemocratico italiano (Psdi).61 Ha
sottolineato Paul Ginsborg: “Da versanti opposti, sia De Gasperi sia Togliatti
incoraggiarono la scissione socialista; il primo cercava un alleato socialista più moderato,
il secondo voleva un Psiup liberato dei suoi elementi anticomunisti […]. La scissione
rappresentò una tragedia per il socialismo italiano, assicurò la subordinazione del Psiup
al Pci e condannò la minoranza socialdemocratica a un futuro sterile, all’ombra della Dc e
costantemente soggetta alle pressioni dell’America della guerra fredda”62.
Contemporaneamente alla scissione socialista, si svolse la visita di De Gasperi negli
Stati Uniti. Come molti governanti europei in quei mesi, De Gasperi si recava negli Usa
alla ricerca di aiuti economici per risollevare la difficile situazione del proprio paese nel
dopoguerra. Dagli incontri avuti con esponenti del mondo politico ed economico, egli
capì che ulteriori aiuti americani sarebbero arrivati all’Italia solo in seguito all’esclusione
di socialisti e comunisti dal governo.
Ma, come ha osservato Mammarella, questa operazione, all’inizio del 1947, sembrò a
De Gasperi prematura: la permanenza dei comunisti al governo, in rappresentanza delle
classi lavoratrici, era ancora ritenuta necessaria e si temeva che la loro estromissione

61 Sulla “scissione di Palazzo Barberini”si veda GIOVANNI SABBATUCCI, Il riformismo impossibile. Storie
del socialismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 79-91.
62 PAUL GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Torino, Einaudi,
1989, p. 137.

potesse provocare mobilitazioni e proteste delle masse popolari, con il rischio di gettare il
paese nel caos63.
I contrasti interni alla coalizione di governo, tra la Dc e le sinistre, rendevano tuttavia
il clima politico ogni giorno più pesante. Nel maggio del ’47 avvenne l’ inevitabile rottura:
De Gasperi formò un nuovo governo da cui erano escluse le forze della sinistra, che
passavano così all’opposizione, analogamente a quanto accadeva in Francia64. La fase della
collaborazione tra i partiti antifascisti, iniziata nel 1944, si chiudeva, dunque, in
conseguenza della guerra fredda e del confronto globale tra est ed ovest. L’esclusione
delle sinistre dal governo non ostacolò, comunque, la collaborazione tra le forze
antifasciste per la stesura della nuova Costituzione repubblicana, approvata il 22 dicembre
del ’47, con la firma del primo (e provvisorio) Capo dello Stato Enrico De Nicola, ed
entrata in vigore il primo gennaio del ’48.
La nuova Costituzione, che dava vita ad un sistema parlamentare, rappresentò, in
sostanza, un “compromesso” tra le diverse forze politiche che la realizzarono e che
riuscirono ad accordarsi nonostante molti contrasti65. Lo scontro più violento avvenne
riguardo all’articolo 7, che stabiliva l’immutabilità del Concordato del ’29 tra Stato e
Chiesa, se non con un nuovo accordo tra le due parti. Il Pci, diversamente dai socialisti,
decise di votare a favore dell’articolo, per rispettare il sentimento religioso della maggior
parte degli italiani e “allo stesso tempo poté dare un contributo essenziale alle parti più
innovative della costituzione, quelle che ponevano il lavoro a fondamento della repubblica
e prospettavano una serie di riforme intese ad eliminare le disparità sociali e a tutelare i
diritti dei lavoratori”66.
Le prime elezioni politiche si tennero il 18 aprile del 1948, data fondamentale della
storia repubblicana. Ha ricordato, infatti, Enzo Santarelli: “Il 18 aprile del 1948 – prime
elezioni legislative della Repubblica – costituisce un momento di intensa vita collettiva
della nazione, un passaggio cruciale caratterizzato da rilevanti risvolti internazionali”67.

63 G. MAMMARELLA, L’Italia contemporanea. 1943-1998, Bologna, Il Mulino, 2000, p. 103.
64 Sull’estromissione dei comunisti dal governo in Francia (1947) si veda G. MAMMARELLA, Storia d’Europa
dal 1945 a oggi, cit.,pp. 125-129.
65 PIETRO SCOPPOLA, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico. 1945-1996,
Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 211-221.
66 S. GUARRACINO, Storia degli ultimi cinquant’anni, cit., p. 94.
67 ENZO SANTARELLI, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Milano, Feltrinelli, 1997, p.
44.

Il Pci e il Psi decisero di presentare liste comuni, sotto l’insegna del “Fronte
popolare”, che aveva come simbolo l’immagine di Garibaldi, nella convinzione che solo un
blocco delle sinistre avrebbe potuto conquistare la maggioranza: “Nenni si rifaceva al
ricordo dei fronti popolari in Francia e in Spagna e credeva anche che l’unità con i
comunisti avrebbe permesso al Psi di reggere meglio alle conseguenze negative provocate
dalla scissione […]. Il Pci accettò subito la proposta socialista che sembrava collocarsi nella
linea d’azione indicata dal Cominform: la formazione di un fronte democratico e
antimperialista”68.
La Dc condusse una campagna elettorale molto efficace, mobilitando tutte le risorse a
propria disposizione. Un peso notevole ebbe, certamente, l’appoggio dato alla Dc sia dalla
Chiesa cattolica che dagli Stati Uniti. Papa Pio XII, impegnato, durante tutto il suo
pontificato, nella difesa della tradizione cattolica contro il comunismo ateo, si impegnò in
prima persona, attuando, durante la campagna elettorale, una vera e propria “crociata
religiosa” contro le forze della sinistra69.
Gli Stati Uniti, invece, fecero capire che avrebbero sospeso gli aiuti economici del
“piano Marshall”70 in caso di una vittoria delle sinistre.
Le elezioni segnarono un grande successo della Dc, che ottenne il 48 per cento dei
voti e la maggioranza assoluta alla Camera, mentre il Fronte popolare raggiunse solo il 31
per cento. La paura del comunismo, ritenuto capace di portare gravi sconvolgimenti nei
valori e nelle tradizioni degli italiani, e le prospettive di benessere e di sviluppo, che erano
rappresentate dal legame con gli Stati Uniti, furono determinanti per la vittoria del fronte
moderato71.

68 A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p. 102.
69 Sul pontificato di Pio XII si veda GUIDO VERUCCI, La Chiesa cattolica in Italia dall’Unità a oggi, Roma-
Bari, Laterza, 1999, pp. 67-77.
70 L’ Erp (European Recovery Program), conosciuto come “piano Marshall”, dal nome del segretario di Stato
americano che lo propose, aveva l’obiettivo di dare aiuti economici ai paesi europei che avevano bisogno di
cibo, materie prime, carbone. “In sostanza – ha ricordato Vera Zamagni – si trattava di un piano di
trasferimento gratuito di beni (e non di dollari) da parte degli Stati Uniti, formulato ogni anno in base ad una
lista di richieste che i paesi europei dovevano compilare in relazione ad un loro piano di sviluppo
quadriennale”. L’Urss rifiutò l’offerta americana, ritenuta strumento di controllo della politica europea, e in
Italia il “piano Marshall” venne duramente contestato dalle sinistre. Si veda V. ZAMAGNI, Dalla periferia al
centro. La seconda rinascita economica dell’Italia. 1861-1981, Bologna, Il Mulino, 1990, pp. 408-411.
71 Le elezioni del ’48 in Italia furono certamente influenzate da quanto era avvenuto, nel febbraio dello stesso
anno, in Cecoslovacchia: qui il governo di coalizione tra comunisti e socialisti venne sostituito con la forza da
un governo composto esclusivamente dai comunisti, dopo che i socialisti si erano mostrati favorevoli al piano
Marshall. Sul “colpo di Praga” si veda B. BONGIOVANNI, Storia della guerra fredda, cit., p. 62.

L’egemonia del partito cattolico, già iniziata con l’avvento al governo di De Gasperi,
usciva decisamente rafforzata dalle elezioni del 18 aprile. La delusione delle sinistre e la
tensione creata dalla campagna elettorale si manifestarono nel luglio del ’48, quando un
giovane di destra attentò alla vita di Togliatti. Operai e militanti comunisti scesero in
piazza, scontrandosi con la polizia; molte fabbriche furono occupate e in alcune zone il
moto si trasformò in una vera e propria insurrezione. Solo con fatica, e grazie
all’intervento dello stesso Togliatti, si riuscì a fermare le proteste.
Con la vittoria democristiana del ’48 iniziava l’epoca del “centrismo”, caratterizzato
dalla presenza al governo di forze moderate: al centro del sistema c’era una Dc molto
forte, circondata dai cosiddetti “partiti laici minori” (cioè repubblicani, socialdemocratici
e liberali). Pur avendo la Dc la forza parlamentare per governare da sola, De Gasperi
preferì mantenere un governo di coalizione (“quadripartito”): come ha osservato Aurelio
Lepre, “De Gasperi mostrò di rendersi conto che la sfera politica, in cui, a suo parere, la
Dc aveva conosciuto un successo così grande soprattutto perché gli elettori avevano avuto
paura del comunismo, non coincideva con le altre sfere della società civile, dove l’influenza
dei cattolici era meno forte”72. Di qui la necessità di assicurarsi l’alleanza con altre forze
politiche moderate.
Gli anni del centrismo furono caratterizzati, in campo economico, da una linea
liberista, inaugurata da Luigi Einaudi, ministro del Bilancio nel 1947 (e presidente della
Repubblica dal 1948), che limitava l’intervento statale in economia73.
Le misure prese dai governi centristi (inasprimenti fiscali, svalutazione della lira per
favorire le esportazioni, restrizione del credito) portarono ad un effettivo miglioramento
della situazione economica, ma ebbero gravi conseguenze sul piano sociale, soprattutto
dal punto di vista della disoccupazione. “La politica economica liberista – scrive Robert
Lumley – subordinava l’intervento dello stato alle esigenze immediate del capitale privato
e, laddove in altri paesi europei occidentali la ricostruzione aveva l’obiettivo di assicurare
la piena occupazione e la piena utilizzazione delle risorse di capitale, in Italia Einaudi e i

72 A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p.115.
73 Sulla politica economica dei governi centristi si veda VALERIO CASTRONOVO, Storia economica d’Italia.
Dall’Ottocento ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 1995, pp. 391-400.

suoi successori adottarono una politica attiva di deflazione e contenimento della domanda
mediante un regime di bassi salari e forte disoccupazione”74.
Nel 1950 il governo mise mano a due importanti provvedimenti, a testimonianza di
come la Dc si rendesse conto della necessità di conservare il consenso delle classi
popolari, soprattutto contadine: la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno. La
riforma agraria aveva lo scopo di espropriare e frazionare una parte delle grandi proprietà
terriere, per rafforzare la piccola impresa agricola. I risultati della riforma furono, però,
scarsi, sia per l’eccessivo frazionamento dei terreni distribuiti, sia per la mancanza di
assistenza tecnica ai nuovi proprietari. La riforma toccava inoltre solo la questione della
distribuzione della terra, mentre vennero trascurati altri problemi, ad esempio quelli
riguardanti migliori salari e migliori condizioni di lavoro per i braccianti. Anche la Cassa
per il Mezzogiorno, nuovo ente pubblico creato per favorire lo sviluppo agricolo e
industriale delle regioni meridionali, si rivelò un provvedimento inadeguato rispetto ai
problemi che doveva risolvere: nonostante la notevole quantità di denaro pubblico
stanziato, la Cassa non riuscì a colmare il divario tra nord e sud, soprattutto per la
mancanza di un efficace programma di organizzazione delle attività75.
Dal punto di vista delle scelte internazionali, gli anni del centrismo furono quelli
durante i quali l’Italia si collocò definitivamente nel campo occidentale, con l’adesione,
nel 1949, al Patto Atlantico (alleanza difensiva tra i paesi dell’Europa occidentale, gli Usa e
il Canada), fortemente voluta da De Gasperi e dal ministro degli Esteri Carlo Sforza. Alla
scelta atlantica si accompagnò quella europeista: nel 1951 l’Italia fu tra i sei paesi che
crearono la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), nata essenzialmente da
un accordo tra Francia e Germania e poi diventata, con l’adesione di Italia, Belgio, Olanda
e Lussemburgo, il primo atto del processo di integrazione europea76.
Nel complesso la politica di ricostruzione dei governi centristi seguì un programma
decisamente moderato, che non fu in grado di risolvere i problemi di fondo dell’Italia del
dopoguerra, in particolare l’alta disoccupazione e il profondo divario esistente tra nord e

74 ROBERT LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana, Firenze, Giunti, 1998,
p. 31.
75 Ricorda, inoltre, Mammarella che una parte delle risorse destinate al sud andarono ad “alimentare interessi
particolari e clientele, e in qualche misura anche attività mafiose”. (G. MAMMARELLA,
L’Italia contemporanea, cit., p. 163).
76 SERGIO ROMANO, Guida alla politica estera italiana, Milano, Rizzoli, 1993, p. 44 sgg.

sud e tra città e campagna. Come ha osservato Ginsborg “il cattolico e il combattente della
guerra fredda prevalsero, in De Gasperi, sul riformatore”77.
Questa politica dei centristi incontrò forti opposizioni: i partiti di sinistra la
attaccavano per la difficile situazione in cui vivevano le classi popolari, mentre i liberali
abbandonarono il governo in seguito alla riforma agraria. Di fronte alla disoccupazione e
ai bassi salari, la Cgil e la sinistra cominciarono a mobilitare le masse operaie con scioperi
e manifestazioni, a cui il governo rispose con durezza. Le forze di polizia, per volere del
ministro Scelba, vennero potenziate con la creazione di “reparti celeri”, utilizzati
appositamente nei servizi di ordine pubblico, per reprimere le manifestazioni operaie e
contadine. Mario Scelba, rimasto al ministero dell’Interno dal ’47 al ’55, sarebbe stato
ricordato, in seguito, soprattutto per il suo intransigente anticomunismo, che lo portò a
compiere molte discriminazioni nei confronti di persone appartenenti ai partiti di sinistra
o sospettate di essere tali, soprattutto tra le forze dell’ordine 78.
Di fronte alle pressioni della sinistra e ad una certa crescita della destra monarchica e
neofascista (registrata alle elezioni amministrative del ’51 e del ’52), i partiti di governo
pensarono ad una riforma elettorale, con l’introduzione di una legge maggioritaria che
permettesse alla coalizione di continuare a governare con una certa sicurezza. La nuova
legge modificava il sistema proporzionale previsto dalla Costituzione e prevedeva che il
partito o il gruppo di partiti apparentati che avessero raggiunto il 50 per cento più uno dei
voti avrebbero ottenuto il 65 per cento dei seggi alla Camera; i partiti del quadripartito, si
pensava, avrebbero facilmente raggiunto questo risultato. De Gasperi pensava in questo
modo di creare una salda maggioranza in grado di governare per l’intera legislatura.
L’opposizione di sinistra iniziò una dura lotta contro la nuova legge, che
soprannominò “legge truffa”, sottolineando anche come essa ricordasse la legge Acerbo
voluta da Mussolini nel 192379. Nonostante un durissimo ostruzionismo, la legge venne
approvata nel marzo del 1953; ma alle elezioni di giugno la coalizione di governo raggiunse
il 48,5 per cento dei voti, senza ottenere, dunque, il premio di maggioranza. La Dc e i suoi

77 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 192.
78 P. POMBENI, I partiti e la politica dal 1948 al 1963, in GIOVANNI SABBATUCCI – VITTORIO VIDOTTO (a
cura di), Storia d’Italia. Vol. V. La Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 171.
79 Secondo la legge Acerbo la lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa (almeno il 25 per cento dei
voti) avrebbe avuto i due terzi dei seggi. Si veda DENIS MACK SMITH, Mussolini, Milano, Rizzoli, 1994, 117-
118.

alleati persero voti rispetto al ’48, mentre ne guadagnarono la sinistra e la destra
monarchica e neofascista.
Il 1953 segnò la fine dell’era di De Gasperi (dimessosi in luglio), ma non della formula
del centrismo, che si esaurì sul finire degli anni ’50, poiché non fu in grado di affrontare
quei cambiamenti sociali prodotti dal nascente miracolo economico: come ha ricordato
Alberto De Bernardi, “l’intreccio pervasivo tra anticomunismo, liberismo economico,
statalismo clientelare e conformismo cattolico che aveva costituito il collante su cui la Dc
aveva aggregato le basi di massa interclassiste del suo sistema di potere, si rivelò
inadeguato a sostenere sul versante politico quel processo di integrazione sociale messo in
moto dall’accesso ai consumi”80.
Di fronte alla rapida modernizzazione della società italiana appariva necessaria una
nuova formula di governo più riformista, che mettesse mano ai problemi lasciati irrisolti
dai governi centristi, primo fra tutti “il problema dell’inserimento delle masse nello stato”,
secondo una espressione molto ricorrente negli anni successivi alle elezioni del ‘5381.
Gli anni compresi tra il 1953 e il 1962, anno del primo governo di centro-sinistra,
rappresentarono una complessa fase di transizione nella vita politica italiana. Anche dopo
la morte di De Gasperi (avvenuta nel 1954), la Dc continuò a governare il paese, cercando
contemporaneamente nuove alleanze. All’interno del partito cattolico iniziò allora lo
scontro tra le correnti conservatrici, che avrebbero voluto uno spostamento a destra del
governo, e le forze più riformiste, convinte che solo una “apertura a sinistra”, con
l’ingresso dei socialisti nella maggioranza, avrebbe permesso di affrontare adeguatamente
la modernizzazione del paese. Questo dilemma caratterizzò tutto il decennio 1953-1962,
incentrato, appunto, sullo scontro tra fautori e contrari al centro-sinistra.
In quegli anni di transizione ci furono, comunque, significative novità in economia, in
politica interna e sul piano internazionale. Nel 1955 il ministro del Bilancio Vanoni
presentò un piano che costituiva il primo abbozzo di “programmazione economica”, cioè
il primo tentativo di stabilire un sistematico intervento dello stato in economia; nel 1956
venne creato il ministero delle Partecipazioni Statali, per il controllo delle attività degli
enti a partecipazione statale, soprattutto l’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale),
fondato dal fascismo e ora potenziato con nuovi finanziamenti, e l’Eni (Ente nazionale

80 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 153.
81 G. MAMMARELLA, L’Italia contemporanea, cit., p. 224.

idrocarburi), creato nel ’53, in seguito alla scoperta di giacimenti di metano in Val Padana,
e guidato da Enrico Mattei, abile manager, legato alla Dc, che esercitò una notevole
influenza sul mondo politico82.
Una importante novità di quegli anni fu anche l’insediamento, nel 1956, della Corte
Costituzionale, organo previsto dalla Costituzione come supremo garante dei principi
della nuova repubblica.
Sul piano internazionale, nel 1954 si arrivò ad un accordo con la Jugoslavia per il
ritorno di Trieste all’Italia, mentre continuava il processo di integrazione europea: nel ’57
l’Italia aderiva alla Cee (Comunità economica europea), che mirava ad una unione
economica sempre più stretta fra i sei paesi già aderenti alla Ceca, e all’Euratom
(Comunità europea per l’energia atomica), “che prevedeva l’integrazione dei ‘sei’ nel
campo della ricerca e dello sfruttamento dell’energia nucleare a fini pacifici”83.
I due trattati vennero firmati a Roma, nel marzo del 1957.
Negli anni della seconda legislatura (1953-1958) si registrarono importanti
cambiamenti all’interno dei principali partiti. Nella Dc, dopo la sconfitta della corrente
degasperiana, cominciò ad emergere un nuovo gruppo di politici, più attenti ai problemi
sociali, più favorevoli ad un intervento statale in economia e critici verso la linea liberista
seguita dai governi centristi nel dopoguerra. Tra essi spiccavano Aldo Moro e Amintore
Fanfani (diventato segretario del partito nel ’54), entrambi influenzati dal riformismo
dossettiano84.
Nel 1955 sembrò verificarsi un importante cambiamento nella vita politica italiana,
con l’elezione alla presidenza della Repubblica di Giovanni Gronchi, esponente della
sinistra della Dc e favorevole ad una apertura del governo ai socialisti. L’elezione di

82 ROLF PETRI, Dalla ricostruzione al miracolo economico, in G. SABBATUCCI – V. VIDOTTO (a cura di),
Storia d’Italia. Vol. V. La Repubblica, cit., p. 358-359. A proposito di Enrico Mattei, Ginsborg ricorda i danni
creati dall’intreccio fra economia pubblica e politica: “L’Eni fu però un feudo privato di Mattei e la sua
direzione un esempio drammatico dell’uso e abuso del potere statale […]. Il denaro pubblico era usato
abitualmente e senza scrupoli per corrompere clienti e funzionari”. Si veda P. GINSBORG, Storia d’Italia dal
dopoguerra a oggi, cit., p. 220.
83 ANTONIO VARSORI, Le scelte internazionali, in G. SABBATUCCI – V. VIDOTTO (a cura di), Storia
d’Italia. Vol. V. La Repubblica, cit., p. 297.
84 Giuseppe Dossetti fu il principale esponente, fino al 1951, della sinistra democristiana. La corrente
dossettiana affermava la necessità di uno stretto collegamento fra attività politica e morale cattolica; il gruppo
di Dossetti ebbe molti rapporti con certi settori della Chiesa, specialmente con giovani sacerdoti che
svolgevano un’opera di assistenza e di educazione delle masse operaie e contadine. Si veda G.
MAMMARELLA, L’Italia contemporanea, cit., p. 147. Sulla corrente di Dossetti si veda anche P. POMBENI, Il
gruppo dossettiano e la fondazione della Democrazia cristiana italiana (1938-1948), Bologna, Il Mulino, 1979.

Gronchi avvenne proprio mentre il Partito socialista conosceva delle trasformazioni
interne. Già dagli anni ’54-’55 i socialisti avevano cominciato a manifestare la volontà di
allentare il loro legame con il Pci; nel 1956 si arrivò ad una totale rottura, in conseguenza
della svolta che subì la politica internazionale con il “rapporto Kruscev” e l’invasione
sovietica dell’Ungheria. Di fronte alla denuncia dei crimini staliniani e alla dura
repressione dell’insurrezione ungherese, il Pci rimase comunque fedele al modello
sovietico e solo alcuni intellettuali se ne allontanarono, mentre il Psi di Nenni decise di
rompere i rapporti con l’Urss e con il Pci e di mostrarsi disponibile ad una eventuale
collaborazione con il governo.
Il ’56 è stato, dunque, un anno fondamentale nella storia del socialismo italiano, la
svolta che ha segnato l’inizio del cammino verso il centro-sinistra85.
Alle elezioni del ’58 i socialisti ottennero un netto progresso ed anche i candidati
della sinistra democristiana raggiunsero buoni risultati, fatto che incoraggiò quanti
speravano in un allargamento della maggioranza ai socialisti, in primo luogo Fanfani.
L’apertura a sinistra sembrava ormai veramente vicina, proprio mentre nel paese si
verificavano profonde trasformazioni in campo economico e sociale: l’Italia cominciava a
vivere il più rapido “boom economico” della sua storia.
I primi anni ’60, come abbiamo già avuto modo di notare, furono un periodo di
notevole crescita economica per tutto l’Occidente industrializzato, ma per il nostro paese,
come anche per Germania e Giappone, si poté parlare di un vero “miracolo economico”,
che raggiunse il suo culmine tra il 1958 e il 1963, anni in cui si ridusse significativamente il
divario che separava l’Italia dagli altri paesi più industrializzati. Vari fattori contribuirono
a promuovere il miracolo economico: la situazione internazionale favorevole, l’entrata
dell’Italia nel Mercato comune europeo, che favoriva il libero scambio fra i paesi europei,
ma soprattutto il basso livello salariale.
“E’ abbastanza chiaro – ha sottolineato Ginsborg – il fatto che il ‘miracolo’ non
avrebbe potuto aver luogo senza il basso costo del lavoro che predominava in Italia. Gli
alti livelli della disoccupazione degli anni ’50 permisero che la domanda di lavoro
eccedesse abbondantemente l’offerta, con prevedibili conseguenze in termini di andamento

85 G. SABBATUCCI, Il riformismo impossibile, cit., p. 93 sgg.

dei salari […]. Con un costo del lavoro così basso, le imprese italiane si presentarono in
modo estremamente competitivo sui mercati internazionali”86.
Tutti gli economisti sono d’accordo nel ritenere questa grande quantità di lavoratori,
poco qualificati e disponibili ad essere retribuiti con bassi salari, l’elemento chiave del
miracolo economico italiano. Furono soprattutto i contadini meridionali immigrati nelle
città del triangolo industriale a costituire questa nuova leva di “operai-massa”87 .
In questo modo l’Italia, nel giro di poco tempo, si trasformò in un moderno paese
industriale mentre, però, la modernizzazione delle attività agricole fu molto limitata,
soprattutto a causa di un vero e proprio esodo dalle campagne: tra il 1959 e il 1971 più di
tre milioni di contadini abbandonarono le loro terre in cerca di nuove opportunità di
lavoro.
Lo sviluppo industriale riguardò, comunque, solo alcune aree dell’Italia
settentrionale, mentre l’economia del sud continuò ad essere povera e con scarse
prospettive di sviluppo. In realtà ci fu, tra gli anni ’50 e ’60, una leggera crescita delle
attività industriali anche nelle regioni meridionali: la Cassa per il Mezzogiorno cercò di
promuovere una certa industrializzazione, anche per fermare il continuo esodo verso il
nord. Vennero create delle “aree di sviluppo industriale”, ma si trattò comunque di un
fenomeno limitato (le cosiddette “cattedrali nel deserto”88); il sud continuò soprattutto a
costituire una riserva di manodopera per le industrie delle grandi città industriali del nord.
Il “boom economico” portò con sé importanti trasformazioni, che cambiarono il volto
della società italiana. Innanzitutto le grandi migrazioni interne, da sud a nord e da
campagna a città, ebbero varie conseguenze: la crescita, spesso caotica e disordinata, delle
città, accompagnata dal fenomeno della speculazione edilizia; l’aumento della classe
operaia e della piccola borghesia urbana89; la difficile integrazione degli immigrati
meridionali nelle grandi città del nord. Partiti alla ricerca di migliori condizioni di vita e di
lavoro, gli immigrati trovavano spesso una realtà molto diversa da quella immaginata: per
loro erano all’ordine del giorno problemi quali la mancanza di strutture di accoglienza e di
alloggi decenti, le difficoltà causate dalle differenze culturali con gli abitanti delle grandi

86 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 288-289.
87 V. CASTRONOVO, Storia economica d’Italia, cit., p. 411.
88 V. ZAMAGNI, Dalla periferia al centro, cit., p. 446.
89 PAOLO SYLOS LABINI, Saggio sulle classi sociali, Roma-Bari, Laterza, 1988¹º, p. 157.

città, l’impatto iniziale con occupazioni precarie o con il lavoro nero, fino all’arrivo in
fabbrica, dove si apriva un’altra realtà fatta di dure condizioni di lavoro.
Negli stessi anni molti italiani emigrarono all’estero, soprattutto in Germania,
Svizzera, Belgio e Francia. A differenza di coloro che emigravano nell’Italia settentrionale,
la maggior parte degli italiani che si spostava in altri paesi europei considerava la
permanenza all’estero una cosa temporanea: raramente costoro vi rimanevano per più di
qualche anno o si facevano raggiungere dalle loro famiglie90.
Gli anni ’60 segnarono anche la diffusione dei consumi di massa in Italia. Alcuni di
questi, come la televisione e l’automobile, divennero i principali simboli del cambiamento
che stava investendo la società italiana.
Nessuna novità ebbe in quegli anni un impatto più grande sulla vita quotidiana della
televisione. Nel 1954 iniziarono regolari programmi televisivi e alla fine degli anni ’50 ci fu
un vero “boom” della televisione, che divenne non solo un importante elemento di
aggregazione della famiglia, ma anche uno strumento di unificazione culturale e
linguistica. La televisione italiana, essendo gestita da un ente pubblico (la Rai), era,
naturalmente, controllata dalla Dc e influenzata dalla Chiesa: i programmi riflettevano,
perciò, l’egemonia della cultura cattolica (i servizi giornalistici, ad esempio, avevano toni
anticomunisti)91. I programmi più seguiti erano avvenimenti sportivi, varietà e quiz, alcuni
dei quali assunsero “il carattere di vero e proprio ‘evento’ […]: da ‘Lascia o raddoppia’ a ‘Il
Musichiere’, dagli sceneggiati televisivi a ‘Carosello’”92.
Insieme alla televisione, anche l’automobile cambiò decisamente il modo in cui gli
italiani utilizzavano il tempo libero. Le nuove utilitarie prodotte dalla Fiat, la “600” e la
“500”, che avevano un prezzo abbastanza accessibile, conobbero una eccezionale
diffusione, alla fine degli anni ’50: le gite domenicali in macchina divennero ben presto
un’abitudine, non più riservata soltanto a pochi privilegiati, e aumentarono anche gli
spostamenti per le vacanze; contemporaneamente lo Stato iniziò la costruzione di
un’ampia rete autostradale.
Un altro settore il cui sviluppo portò notevoli trasformazioni nella vita degli italiani fu
quello degli elettrodomestici; naturalmente furono soprattutto le donne a beneficiarne,

90 Sulle migrazioni si veda UGO ASCOLI, I movimenti migratori in Italia, Bologna, Il Mulino, 1979.
91 A. LEPRE, Storia della prima repubblica, cit., p. 169.
92 GUIDO CRAINZ, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e
sessanta, Roma, Donzelli, 1996, p. 143.

potendo finalmente avere a disposizione “uno strumento di liberazione dall’asservimento
al lavoro casalingo”93.
Ai cambiamenti materiali prodotti dallo sviluppo economico degli anni ‘60 si
accompagnarono importanti cambiamenti nella mentalità degli italiani: uno dei più
rilevanti fu una certa diminuzione dell’influenza della Chiesa cattolica. Diminuì il numero
dei praticanti e ci fu anche un calo delle vocazioni sacerdotali.
Questo declino della religiosità può essere considerato una delle conseguenze
dell’esodo dalle campagne e dal sud: nelle grandi città settentrionali il sentimento
religioso era meno forte che nelle campagne e nelle regioni meridionali. In generale,
comunque, la modernizzazione della società italiana mal si conciliava con il rigido
atteggiamento di chiusura della Chiesa degli anni ’50, rappresentato soprattutto da Pio
XII.
Un significativo cambiamento avvenne, come abbiamo già notato nel capitolo
precedente, con il pontificato di Giovanni XXIII94.
I consumi di massa rappresentarono, senza dubbio anche un importante strumento di
integrazione fra gli italiani. Il consumo divenne “un segnale di riconoscimento che
permette[va] agli uomini del nord e del sud, della città e della campagna, delle classi
elevate e dei ceti popolari di accettarsi reciprocamente con una naturalezza che chiesa,
lingua, partiti, istituzioni pubbliche e servizio militare non erano mai riusciti ad
assicurare”95.
Alla fine degli anni ’50, il “boom” economico conosciuto dal nostro paese ebbe come
conseguenza un notevole calo della disoccupazione e questo favorì l’inizio di una stagione
di lotte nelle fabbriche del nord. Gli operai, infatti, vedendo allontanarsi il problema della
disoccupazione che aveva caratterizzato gli anni precedenti, acquistarono maggiore
sicurezza e intrapresero una serie di lotte sindacali (1959-1962) con cui riuscirono ad
ottenere notevoli miglioramenti salariali. Nel 1962, al momento del rinnovo del contratto
dei metalmeccanici, i sindacati chiesero non solo un aumento del salario, ma anche
migliori condizioni di lavoro per gli operai.

93 A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p. 171.
94 Su papa Giovanni XXIII rimandiamo alla nota 12 del primo capitolo. Sul processo di “secolarizzazione”
della società negli anni ’60 si veda G. VERUCCI, La Chiesa cattolica in Italia dall’Unità a oggi, cit., p. 75.
95 SILVIO LANARO, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni novanta, Venezia,
Marsilio, 1992, p. 259.

Il momento di più alta tensione venne raggiunto con la “rivolta” di Piazza Statuto a
Torino (giugno 1962), dove per due giorni si verificarono violenti scontri tra operai che
manifestavano, la maggior parte dei quali erano immigrati meridionali, e polizia.
Fu in tale contesto di trasformazioni economiche e sociali che prese avvio la formula
politica del centro-sinistra96. Già le elezioni del ’58 avevano costituito una buona
premessa per l’apertura a sinistra, a cui, però, si arrivò concretamente solo nel 1962:
c’erano ancora vari ostacoli che dovevano essere superati.
Nel 1960, mentre all’interno della Dc le varie correnti dibattevano sulla convenienza o
meno di una apertura ai socialisti, il democristiano Fernando Tambroni formò un governo
monocolore con l’appoggio determinante del Movimento sociale italiano (Msi), partito
neofascista nato nel ’46: questo fatto suscitò le proteste dei partiti laici e della sinistra Dc.
La situazione si fece molto grave nel luglio del 1960: il permesso dato dal governo al
Msi di tenere il proprio congresso nazionale a Genova, città in cui i valori della Resistenza
erano profondamente sentiti, scatenò una vera e propria rivolta popolare. Per tre giorni
operai e militanti antifascisti si scontrarono duramente con la polizia. Il governo Tambroni
fu costretto a dimettersi, sostituito da un nuovo governo monocolore presieduto da
Fanfani, con cui riprendeva corpo l’idea della coalizione tra cattolici e socialisti97.
A far cadere gli ultimi ostacoli al centro-sinistra contribuirono due importanti fattori:
una politica più aperta alla sinistra da parte americana (“il presidente Kennedy e i suoi più
stretti collaboratori vedono senza ostilità la cauta apertura ai socialisti”98) e un nuovo
atteggiamento della Chiesa cattolica.
Papa Giovanni XXIII, infatti, fece capire di non essere contrario ad una apertura a
sinistra del governo, né ad una minore interferenza della Chiesa nella vita politica italiana.
Il contesto era ormai favorevole per l’avvio del centro-sinistra. Dopo il congresso
della Dc, svoltosi a Napoli nel gennaio del ’62, nel corso del quale il segretario Aldo Moro

96 Per una trattazione completa del periodo del centro-sinistra si veda GIUSEPPE TAMBURRANO, Storia e
cronaca del centro-sinistra, Milano, Rizzoli, 1990.
97 Sui fatti del luglio’60 si veda GIOVANNI DE LUCA – MARCO REVELLI, Fascismo e antifascismo. Le idee,
le identità, Firenze, La Nuova Italia, 1995, pp. 134-141. Gli autori ricordano come dai fatti di Genova sia
emersa l’importanza dell’antifascismo quale valore fondamentale dell’Italia repubblicana: “Più che un singolo
partito e anzi più che il sistema dei partiti fu quindi l’antifascismo il paradigma a cui l’Italia attinse in quel
momento di svolta”(p. 139). Anche Ginsborg sottolinea che “l’antifascismo era diventato parte integrante
dell’ideologia egemone, specialmente nel Nord e nel Centro Italia”.Cfr P. GINSBORG, Storia d’Italia dal
dopoguerra a oggi, cit., p. 348.
98 G. TAMBURRANO, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 76.
confermò la necessità di una coalizione tra Dc e Psi, nel marzo dello stesso anno un nuovo
governo Fanfani, composto da Dc, Psdi, Pli e Pri, ottenne l’appoggio esterno dei
socialisti.

La nuova coalizione proponeva un complesso programma di riforme: l’istituzione
della scuola media unica, con l’innalzamento dell’obbligo scolastico a quattordici anni;
l’attuazione dell’ordinamento regionale previsto dalla Costituzione, che avrebbe portato
ad un vasto decentramento amministrativo; una riforma urbanistica; la nazionalizzazione
dell’energia elettrica e, infine, un progetto di programmazione economica, che mirava a
rafforzare l’intervento statale in economia, per ridimensionare gli squilibri della società
italiana99. In politica estera, il governo confermava il sostegno e la partecipazione
dell’Italia alla politica europea e a quella atlantica, impegnandosi, inoltre, a collaborare
con gli alleati “per giungere alla favorevole soluzione di tutti i problemi oggetto di
contrasto fra est e ovest al fine di consolidare la pace mondiale”100.
La nazionalizzazione dell’industria elettrica venne compiuta nel dicembre del ’62,
con la creazione dell’Enel (Ente nazionale per l’energia elettrica), mentre nel gennaio
del’63 si arrivò alla riforma che istituiva la scuola media unica (venne così abolita la
distinzione fra scuola media e scuola di avviamento professionale).
L’attuazione delle regioni venne rimandata, poiché la Dc temeva un rafforzamento dei
comunisti a livello locale, e anche la programmazione economica rimase in gran parte
inattuata, nonostante l’istituzione, nell’agosto del 1962, di una “Commissione nazionale
per la programmazione economica”, formata da esperti e da rappresentanti delle
organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro. Un’altra riforma mancata fu quella
urbanistica (presentata dal ministro dei Lavori pubblici Fiorentino Sullo), che si
proponeva di risolvere i problemi della speculazione edilizia e della crescita disordinata
delle città.
La neo-nata coalizione di centro-sinistra lasciava, insomma, molte questioni irrisolte,
alimentando in questo modo la sfiducia dell’opinione pubblica. Le elezioni della
primavera del ’63, infatti, segnarono un notevole calo della Dc e perdite più limitate per il

99 Della necessità di una programmazione economica parlò il ministro del Bilancio, il repubblicano Ugo La
Malfa, nella sua “Nota aggiuntiva alla relazione generale sulla situazione economica del paese per il 1961”,
presentata nel maggio del ’62, in cui il ministro sottolineava, soprattutto, l’urgenza di colmare il divario tra sud
e nord e di promuovere la modernizzazione e l’industrializzazione delle regioni meridionali e delle aree
sottosviluppate. Si veda V. CASTRONOVO, Storia economica d’Italia, cit., p. 449.
100 G. MAMMARELLA, L’Italia contemporanea, cit., p. 278.

Psi, mentre i comunisti avanzavano, ottenendo soprattutto i voti degli immigrati nelle città
del nord.
“Il risultato elettorale del ’63 – ricorda Santarelli – non aveva incoraggiato il ritorno al
centro-sinistra: tuttavia si trattava ormai di una scelta obbligata, di uno ‘stato di
necessità’”101. Anche dopo la formazione del primo governo “organico” di centro-sinistra,
con i socialisti per la prima volta nella maggioranza e Aldo Moro presidente del Consiglio
(dicembre 1963), le intenzioni riformiste del governo vennero meno rapidamente.
Questo avvenne per vari motivi. Innanzi tutto a partire dal ’63 cominciarono a
manifestarsi i primi segni di una crisi economica, ricollegabile agli aumenti salariali
ottenuti dagli operai con le lotte del periodo ’59-‘62: come ha osservato Ginsborg,
“poiché gli imprenditori scaricavano sui prezzi gli aumenti salariali concessi e la richiesta
di alcuni beni di consumo superava l’offerta, per la prima volta dagli anni ’40 l’inflazione
divenne un problema significativo”102.
Pur trattandosi di una crisi momentanea (la crescita sarebbe continuata anche negli
anni successivi, tornando di nuovo ad alti livelli tra il 1966 e il 1969), il peggioramento
della situazione economica colpì profondamente l’opinione pubblica, spingendo anche il
governo a muoversi in modo più cauto sul piano delle riforme. Intanto nel paese
crescevano le forze ostili al governo, sia a sinistra, con la dura critica dei comunisti per le
riforme mancate, sia a destra, dove l’opposizione al centro-sinistra era rappresentata dalla
grande borghesia industriale, contraria alla programmazione economica, dalle correnti
più conservatrici della Dc, dalle alte sfere militari e dallo stesso presidente della
Repubblica Antonio Segni, uomo della destra democristiana eletto nel ’62 grazie ai voti
del Msi e dei monarchici.
Da non trascurare anche il malcontento dei ceti medi e dell’elettorato moderato, il
quale “temeva che il programma di centro-sinistra fosse solo l’inizio di una politica ben più
radicale che il Partito socialista avrebbe imposto alla Democrazia cristiana”103.
In tale difficile situazione, nel 1964 si diffusero voci di un colpo di stato progettato dal
Generale Giovanni De Lorenzo, comandante del Sifar (il servizio segreto dell’esercito) e
poi, dal ’62, capo dell’arma dei carabinieri. Secondo il “piano Solo”(così chiamato perché

101 E. SANTARELLI, Storia critica della Repubblica, cit., p. 133.
102 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 367. Si veda anche V. ZAMAGNI, Dalla
periferia al centro, cit., pp. 423-424.
103 G. MAMMARELLA, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, cit., p. 333.

dovevano agire solo i carabinieri) si sarebbero dovute arrestare varie persone ritenute
pericolose per la sicurezza pubblica (probabilmente leader comunisti, socialisti e
sindacali) e occupare vari centri nevralgici dello stato (prefetture, sedi di partito ecc.).
Questo progetto di golpe, a cui, sembra, non era estraneo il presidente Segni, venne
denunciato qualche anno più tardi dal settimanale “L’Espresso”; nel 1969 si formò una
commissione parlamentare d’inchiesta, che però non riuscì a fare piena luce sui fatti104.
Il 1964 fu anche un anno di importanti cambiamenti all’interno del Partito socialista.
A gennaio la minoranza di sinistra, contraria alla formula di governo, abbandonò il partito
dando origine ad una nuova formazione, il Partito socialista di unità proletaria (Psiup).
Nell’ambito del centro-sinistra la scissione (la seconda conosciuta dal partito dopo quella
del ’47 con Saragat) indebolì ulteriormente il potere dei socialisti rispetto alla Dc. Nenni
cercò di rimediare a tali problemi con la riunificazione con il Psdi, riunificazione che però
ebbe vita breve, dal 1966 al 1969. Il Psi continuò a perdere voti anche alle elezioni
successive (nel ’68 e nel ’72), mentre i comunisti si rafforzavano.
Il Pci viveva, comunque, in quegli anni una situazione di isolamento: isolamento che,
del resto, era stato proprio uno degli scopi dell’alleanza tra Dc e Psi.
Dopo la morte di Togliatti, avvenuta in Crimea nell’estate del ’64105, Luigi Longo fu
eletto nuovo segretario del partito, mentre all’interno del Pci cresceva anche l’influenza di
Giorgio Amendola, rappresentante dell’ala moderata e convinto sostenitore di una
alleanza tra le forze di sinistra per realizzare quelle riforme non attuate dal governo. A lui
si opponeva Pietro Ingrao, leader della sinistra del partito, secondo cui il Pci doveva
organizzare nuove agitazioni nelle fabbriche e nelle piazze per evitare che “strati

104 G. TAMBURRANO, Storia e cronaca del centro-sinistra, cit., p. 328 sgg. A proposito del “piano Solo” e di
avvenimenti simili, si è spesso parlato di “doppio stato”, per indicare un intreccio di forze politiche e di servizi
segreti “deviati” che, nel corso della storia repubblicana, avrebbero agito nell’illegalità per impedire l’ingresso
delle sinistre al governo, fino ad arrivare alle estreme conseguenze della “strategia della tensione”negli anni
’70 (Cfr. FRANCO DE FELICE, Doppia lealtà e doppio stato, in Studi Storici, n.3, 1989). E’ di questa
opinione, ad esempio, De Bernardi: “Da allora [dal ‘64] l’azione dispiegata da questo ‘doppio stato’, a presidio
della sudditanza atlantica del nostro paese, degli interessi di lobby e gruppi di potere nazionali e
internazionali, e degli equilibri sociali consolidati, avrebbe segnato profondamente la vicenda politica italiana
e avrebbe assunto nel decennio successivo, con la ‘strategia della tensione’, i caratteri di una vera e propria
minaccia alla stabilità democratica”(M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 159). Più cauto
sulla teoria del “doppio stato” è, invece, Pietro Scoppola, di cui si veda La Costituzione contesa, Torino,
Einaudi, 1998, pp. 69-79.
105 Togliatti lasciò al partito una sorta di testamento, il “Memoriale di Yalta”, in cui muoveva alcune critiche al
Pcus e affermava la necessità per il Pci di agire con una certa indipendenza da Mosca, seguendo la “via
italiana al socialismo”. Si veda A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p. 211.

importanti del movimento operaio potessero venire integrati nel sistema a seguito di una
politica progressista neocapitalista”106.
La posizione di Ingrao risultò minoritaria, ma egli continuò comunque il suo
impegno nel partito negli anni seguenti. Nel dicembre del ’64 i comunisti sostennero con
il loro voto l’elezione di Saragat, leader socialdemocratico, alla presidenza della
Repubblica.
Fra varie difficoltà e interruzioni la formula del centro-sinistra continuò a
sopravvivere per circa un decennio, ma contemporaneamente vennero accantonate del
tutto quelle promesse di riforme su cui era nata la coalizione tra cattolici e socialisti.
Questi ultimi, una volta entrati al governo, abbandonarono progressivamente il loro
impegno riformista, preoccupandosi, invece, soprattutto di rimanere nella maggioranza, e
provocando in tal modo la scissione del ’64. D’altra parte, fin dall’inizio, nelle intenzioni
di Moro il centro-sinistra non avrebbe dovuto portare cambiamenti radicali nel paese, né
mettere in discussione la centralità della Dc nella vita politica italiana: si trattava
semplicemente di allargare il consenso in una società che rapidamente si stava
trasformando.
Il riformismo di Moro “era un riformismo minimalista, il cui obiettivo non era
‘cambiare l’Italia’, ma introdurre quei correttivi indispensabili per garantire la cooptazione
del Psi nel sistema di potere democristiano”107.
Molto diverso era, invece, il progetto di alcuni socialisti (come Riccardo Lombardi)
che volevano riforme “strutturali”, cioè in grado di favorire la realizzazione del socialismo,
e che, comunque, rimasero del tutto isolati nel contesto del centro-sinistra.
“Il centro-sinistra, dunque, sopravvisse – come ha sottolineato Guido Crainz – solo
come formula di governo, come modalità di esercizio del potere che contraddiceva il
progetto originario, e quindi contribuiva a scolorirlo in modo irrimediabile”108.
Ma che conseguenze ebbe il fallimento del centro-sinistra? “Da un lato – continua
Crainz – il ripiegamento conformista, un adeguamento all’esistente che non disdegna la
ricerca dell’utile e del vantaggio individuale. Dall’altro il sedimentare di sentimenti di
insoddisfazione sociale, l’accendersi sempre meno sporadico di focolai di dissenso, il

106 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 398.
107 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 159.
108 G. CRAINZ, Storia del miracolo italiano, cit., p.229.

diffondersi di contrapposizioni alle vecchie, sopravvissute coordinate del sistema politico, e
anche il moltiplicarsi di fermenti culturali sui terreni più diversi”109.
In conclusione, il mancato riformismo del centro-sinistra, che aveva suscitato tante
speranze alla sua nascita, ma che ben presto aveva creato tante insoddisfazioni, contribuì
certamente ad “accendere” le lotte del “Sessantotto” italiano.

CAPITOLO 3
IL “SESSANTOTTO” IN ITALIA
3.1: Condizione e cultura giovanili negli anni ‘60
Già verso la fine degli anni ’50, in concomitanza con l’esplodere del “boom
economico”, si poté assistere in Italia ad una trasformazione della condizione giovanile.
Molti giovani in quegli anni cominciarono ad assumere un atteggiamento di rifiuto e di
ribellione verso la società in cui vivevano e gli stili di vita che essa proponeva. La crescita
economica, le trasformazioni sociali, la rapida modernizzazione avevano “disorientato”
alcuni giovani al punto tale da creare una frattura, una rottura fra essi e il resto della
società.
Erano giovani ribelli, come il James Dean di “Gioventù bruciata” (il cui titolo
originale era, significativamente, “Rebel without a cause”, cioè “Ribelle senza motivo”),
film uscito in Italia nel 1957 e ben presto diventato un cult movie, ed erano certamente
109 Ibidem.
influenzati dagli atteggiamenti degli artisti della “beat generation”110: erano
anticonformisti e volevano rompere con il mondo adulto, vivendone il più possibile
lontani.
A questo proposito ha osservato Omar Calabrese: “Il ribellismo degli anni ’50 tende
[…] alla non accettazione, alla separazione, al distacco fra ‘giovani’ e il ‘resto’ del corpo
sociale”111.
Questo atteggiamento di ribellione e di anticonformismo si accompagnava spesso al
fenomeno del “teppismo”, a nuove forme di delinquenza giovanile: “carattere spesso
gratuito della violenza, coinvolgimento anche dei giovani delle classi medie e alte, ruolo
delle bande, crescita verticale dei furti d’auto e di moto, aggressioni a passanti e
vandalismi: sono i tratti più noti di un fenomeno che si afferma nel corso degli anni ‘50”112.
Questo nuovo atteggiamento giovanile di ribellione, anche se rimase sul piano di “un
generico e sociologico anticonformismo”, senza costituire una vera “contestazione”113 al
sistema, può comunque farci capire come, già sul finire degli anni ’50, molti giovani
avvertissero un certo disagio, un fastidio nei confronti di quella società del benessere che
il boom economico tanto rapidamente aveva creato.
I fatti del luglio 1960 a Genova costituirono certamente un passo avanti sulla strada
del protagonismo e della politicizzazione delle giovani generazioni. Fra le persone che
scesero in piazza a manifestare e a protestare contro il governo Tambroni moltissimi erano
giovani. Ricorda infatti Crainz: “Quella ‘esplosione popolare’ non colpiva solo per la sua
ampiezza: colpiva in primo luogo per i protagonisti che metteva in campo. E’ un messaggio
che viene già dalle fotografie delle manifestazioni, punteggiate dalle magliette a strisce dei
giovani di allora”114.

110 Sulla “beat generation” si veda la nota 43 del primo capitolo.
111 OMAR CALABRESE, Appunti per una storia dei giovani in Italia, in PHILIPPE ARIES – GEORGES
DUBY, La vita privata. Il Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1988, p. 93.
112 G. CRAINZ, Storia del miracolo economico, cit., p. 74. Sul fenomeno del teppismo e, in generale, sulla
condizione dei giovani negli anni ’50 si veda anche SIMONETTA PICCONE STELLA, La prima generazione.
Ragazze e ragazzi nel miracolo economico italiano, Milano, Franco Angeli, 1993.
113 Calabrese distingue tra anticonformismo, prima forma di rifiuto della società che si esprime nella
separazione da essa, e contestazione, che propone una nuova visione del mondo del tutto opposta a quella
offerta dalla società “borghese”. La fase successiva è rappresentata dall’alternativa, cioè dalla creazione di
un vero e proprio modello alternativo di società. (O. CALABRESE, Appunti per una storia dei giovani in
Italia, op. cit., pp. 96-97).
114 G. CRAINZ, Storia del miracolo italiano, cit., p. 173. Diego Giachetti ricorda che i giovani manifestanti
vennero chiamati dai giornalisti “i ragazzi dalle magliette a strisce” perché in quei mesi si era diffusa la moda
delle magliette di cotone bianche con strisce orizzontali colorate. Si veda D. GIACHETTI, Anni Sessanta
comincia la danza. Giovani, capelloni, studenti ed estremisti negli anni della contestazione, Pisa, Biblioteca
Franco Serantini, 2002, p. 15.

La grande partecipazione giovanile al moto di protesta di Genova lasciò stupiti molti
politici e giornalisti, tanto che sul settimanale “L’Espresso” venne pubblicato un articolo
con un titolo molto significativo: “Perché così giovani?”; ma proprio dalla mobilitazione di
Genova ebbe inizio in qualche modo quel percorso che sarebbe culminato con le lotte
studentesche del ’68.
All’inizio degli anni ’60 fecero la loro comparsa in Italia i primi gruppi di “capelloni”
(così chiamati,ovviamente, per l’abitudine di portare i capelli lunghi), nati sulla scia degli
hippies e della cultura alternativa americana.
“I capelloni rappresentarono – ricorda De Bernardi – il primo fenomeno collettivo
pienamente inserito in quel processo di mobilitazione delle giovani generazioni su scala
planetaria che si è chiamato movement”115. I capelloni segnarono in qualche modo l’inizio
del “movimento” italiano. Infatti nel loro modo di vivere, nei loro atteggiamenti e nelle
loro idee si potevano ritrovare molti elementi che sarebbero stati poi caratteristici della
cultura del ’68: critica alla società dei consumi, desiderio di separarsi dal mondo degli
adulti, ricerca di un modo di vivere alternativo a quello “borghese” basato sul denaro e sul
successo personale, pacifismo, libertà sessuale. Tutti temi, questi, che venivano affrontati
dalla rivista, scritta e letta da capelloni, “Mondo beat”, chiusa dopo la pubblicazione di
sette numeri, per contenuto ritenuto contrario al “buon costume”116.
I gruppi più consistenti di capelloni si riunivano a Roma (in Piazza di Spagna) e a
Milano, dove avevano creato un campeggio autogestito alle porte della città. In poco
tempo il numero dei capelloni cominciò ad aumentare un po’ in tutta Italia: molti
adolescenti fuggivano di casa per protestare contro la propria famiglia (“Odio il nuovo
frigorifero, odio la nuova televisione, il divano con le poltrone, mio padre e mia madre. E
me ne andrò di casa”: così scriveva all’epoca un giovane di vent’anni117) e si univano ai
gruppi di “giovani alternativi”, affascinati dalla cultura del viaggio e della vita nomade.
L’anticonformismo dei capelloni non poteva, naturalmente, non suscitare scandalo
nell’opinione pubblica: infatti “giovane e capellone divenne sinonimo di trasgressione, di
contestazione, di sporcizia, di mancanza di rispetto e di decoro verso la società, gli adulti,
gli anziani, i genitori, le zie, i parenti, gli altri giovani per bene ancora tutti casa, famiglia,

115 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 170.
116 Sulla rivista “Mondo beat” si veda GIANNI DE MARTINO – MARCO GRISPIGNI, I capelloni. Mondo beat,
1966-1967. Storia, immagini, documenti, Roma, Castelvecchi, 1997.
117 SANDRO MAYER (a cura di), Lettere dei capelloni italiani, Milano, Longanesi, 1969, p. 126.

chiesa e capelli accorciati da barbieri militari”118. Per questo non mancarono, in quel
periodo, episodi di aggressione a danno dei giovani che portavano i capelli lunghi.
L’atteggiamento di ribellione proprio dei capelloni cominciò, verso la metà degli anni
’60, a diffondersi a macchia d’olio fra i giovani, diventando “un movimento collettivo
sempre più politicizzato”119 e aprendo così la strada alle lotte universitarie.
In breve tempo si passò, dunque, “dai capelli lunghi al pugno chiuso”120, come
ricorda Giachetti; ma il crescente interesse dei giovani per la politica andava di pari passo
al rifiuto e al distacco dai partiti tradizionali. Ne fu un esempio la crisi delle vecchie
organizzazioni studentesche legate ai partiti, che furono letteralmente travolte dagli
avvenimenti del ’68, in quanto ritenute incapaci di rappresentare efficacemente gli
studenti e di sostenere le loro lotte.
Le principali organizzazioni studentesche erano l’Ugi (Unione goliardica italiana),
che raccoglieva studenti comunisti e socialisti, l’Intesa Universitaria, legata alla Dc, l’Agi
(Associazione goliardi italiani), che rappresentava gli studenti di ispirazione liberale,
repubblicana e socialdemocratica, e il Fuan (studenti di destra). Al di sopra di queste
associazioni esisteva poi un organismo nazionale, l’Unuri (Unione nazionale universitaria
rappresentativa italiana). In realtà le organizzazioni studentesche non avevano alcun
potere effettivo: si limitavano in sostanza a gestire alcuni servizi per gli studenti (centri
sportivi, circoli cinematografici o teatrali…)121.
I giovani ribelli degli anni ’50, i “ragazzi dalle magliette a strisce” del 1960, i
capelloni, tutti accomunati sostanzialmente da una volontà di rifiuto della società
presente, furono in un certo senso i “precursori” dei giovani protagonisti delle lotte del
’68. Ma quali furono effettivamente le basi da cui ebbe origine la contestazione in Italia?
Seguendo la linea interpretativa di Ginsborg, potremo distinguere tra “basi materiali” e
“basi ideologiche” della rivolta studentesca122. Per comprendere i motivi ideologici sottesi
all’esplosione del “Sessantotto” bisogna necessariamente partire dall’atteggiamento di
rifiuto di gran parte della gioventù verso la società del benessere, atteggiamento
riscontrabile, come abbiamo avuto modo di notare, già verso la fine degli anni ’50. Molti
giovani non condividevano affatto i valori dominanti nell’Italia del “miracolo economico”:

118 D. GIACHETTI, Anni Sessanta comincia la danza, cit., p. 128.
119 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 175.
120 D. GIACHETTI, Anni Sessanta comincia la danza, cit., p. 165.
121 D. GIACHETTI, Oltre il Sessantotto. Prima, durante e dopo il movimento, Pisa, Biblioteca Franco
Serantini, 1998, pp. 43-44.
122 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 404-409.
la corsa ai consumi, l’individualismo, l’esaltazione della famiglia, la ricerca del potere e del
successo.

Era ben altro quello a cui essi aspiravano: ascoltare musica rock, vestire in modo
diverso, portare i capelli lunghi come simbolo di ribellione alla famiglia e alla società,
viaggiare, leggere autori come Sartre, Camus, Baudelaire, generalmente dimenticati dai
programmi scolastici. Questo atteggiamento di rifiuto trovò un fertile terreno di crescita
“nelle minoranze che contestavano le due ortodossie dominanti in Italia, quella cattolica e
quella comunista”123.
Per quanto riguarda il pensiero comunista, un ruolo fondamentale, per l’influenza che
esercitarono sulla cultura del ’68, ebbero alcune riviste marxiste nate nei primi anni
Sessanta e impegnate nella critica ai partiti della sinistra tradizionale, in particolar modo al
Pci che veniva accusato di aver perso la sua impostazione rivoluzionaria124. Le riviste più
importanti furono “Quaderni Rossi” e “Quaderni Piacentini”.
I “Quaderni Rossi” nacquero a Torino nel 1961 per iniziativa di Renato Panzieri e di
giovani intellettuali provenienti dai partiti di sinistra. La rivista si rivolgeva essenzialmente
ai militanti comunisti e socialisti, scontenti delle posizioni ritenute troppo “moderate”
che avevano assunto i due partiti operai. Oggetto di analisi della rivista era soprattutto la
condizione della classe operaia; in particolare venivano esaminate le trasformazioni della
fabbrica e del lavoro operaio prodotte dal “boom economico” (ad esempio la nuova
importanza assunta dall’operaio-massa nelle grandi fabbriche).
Pochi anni dopo la sua nascita la rivista conobbe rotture e divisioni (dopo le lotte
operaie del ’62 “la redazione si spaccò sulla questione se fosse giunto il momento di
costituire un’organizzazione rivoluzionaria”125); da una di queste scissioni nacque nel ’64
un’altra rivista di tendenze operaiste, “Classe Operaia”.
Nonostante la loro limitata diffusione (solo sei numeri), i “Quaderni Rossi”
costituirono uno dei principali riferimenti del movimento studentesco e poi delle lotte
operaie.
I “Quaderni Piacentini” nacquero nel 1962, nell’ambito del circolo culturale di
Piacenza “Incontri di cultura”, di cui facevano parte giovani di sinistra. Fin dai primi

123 Ibidem, p. 407.
124 “Le critiche mosse ai partiti – ricorda Lumley – riguardavano in primo luogo la loro
‘socialdemocratizzazione’, particolarmente evidente nel caso dei socialisti ma presente anche in un Partito
comunista orientato verso il parlamentarismo, che andava perdendo i contatti con la classe operaia
industriale”. Si veda R. LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo, cit., p. 47.
125 Ibidem, p. 48.

numeri la rivista manifestò le sue posizioni critiche nei confronti delle organizzazioni
tradizionali della sinistra. Ma oltre a temi prettamente politici, la rivista dedicava ampio
spazio anche alla letteratura, alla poesia, al cinema, nonché agli eventi internazionali (si
parlava soprattutto della guerra in Vietnam e della rivoluzione culturale cinese).
Quando esplose la rivolta studentesca i “Quaderni Piacentini” pubblicarono gran
parte dei documenti elaborati durante le occupazioni e molte testimonianze degli
studenti, mantenendo una costante attenzione anche per quanto accadeva nelle università
degli altri paesi. Proprio su questa rivista venne pubblicato nel febbraio del ’68 un articolo
(“Contro l’università” di Guido Viale), considerato da molti il principale testo teorico del
movimento studentesco italiano.
I “Quaderni Piacentini”, le cui pubblicazioni proseguirono fino al 1980, furono una
delle riviste più lette e diffuse durante il ’68 italiano126.
Anche il mondo cattolico, negli anni ’60, visse un momento critico: al suo interno,
infatti, nacquero esperienze che contrastavano con le posizioni ufficiali della Chiesa. Le
radici del “dissenso cattolico” vanno ricercate soprattutto nel clima di rinnovamento e di
apertura stimolato dal pontificato di Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II.
Molti credenti e anche molti preti cominciarono a sperare effettivamente in una
Chiesa diversa, non più monolitica e chiusa in se stessa, ma impegnata attivamente ad
alleviare le sofferenze dei più bisognosi: una “Chiesa dei poveri”, dunque, meno
interessata ad intervenire nella vita politica e più attenta a riscoprire “le suggestioni
egualitarie, pacifiste, pauperistiche di matrice evangelica”127.
Tale movimento di contestazione nato all’interno del mondo cattolico portò
all’occupazione dell’Università Cattolica di Milano e a quella di chiese e cattedrali: i casi
più eclatanti furono l’occupazione del duomo di Trento, nel marzo del 1968, e della
cattedrale di Parma, nel settembre dello stesso anno. In entrambi i casi i manifestanti
chiedevano “una Chiesa dei poveri, dalla parte dei poveri, contro i ricchi, contro la
‘religione dei ricchi’”128.
126 Fra le riviste che circolavano in quegli anni bisogna ricordare anche “Il Quindici” (1967-69), espressione
della neoavanguardia letteraria del “Gruppo 63”, costituitosi a Palermo nel 1963. Il “Gruppo 63” nacque con
l’intenzione di rompere con le forme tradizionali della letteratura, rivoluzionandole soprattutto dal punto di
vista linguistico. Sulle pagine del “Quindici” argomenti letterari e politici si sovrapponevano; nel ’68 la rivista
fu molto vicina al movimento degli studenti. Tra i suoi collaboratori c’erano importanti figure della letteratura,
come Umberto Eco ed Edoardo Sanguineti. Si veda ENRICO GHIDETTI – GIORGIO LUTI, Dizionario critico
della letteratura italiana del Novecento, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp. 688-689.

127 G. VERUCCI, Il ’68, il mondo cattolico italiano e la Chiesa, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N.
TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, cit., pp.385.
128 Ibidem, p. 389.

Proprio in relazione all’episodio di Parma nacque il “caso dell’Isolotto”, quartiere di
Firenze in cui era parroco Don Enzo Mazzi. Dopo che la comunità dell’Isolotto ebbe
inviato una lettera di solidarietà ai manifestanti di Parma, nacque un aspro contrasto tra il
vescovo di Firenze, che voleva le dimissioni di Don Mazzi, e la comunità parrocchiale che
lo difendeva. Alla fine il parroco venne sospeso, continuando comunque a seguire la sua
comunità, una delle più attive nell’impegno sociale cattolico129.
Negli anni cruciali ’67-’68 il dissenso cattolico si intrecciò strettamente con il
movimento studentesco, tanto che le prime università ad entrare in fermento furono
l’Università Cattolica di Milano, già ricordata, e l’Istituto Universitario di Scienze Sociali
di Trento, istituito nel ’62 per volere di alcuni esponenti della Dc. Inoltre, proprio il libro
scritto da un prete divenne uno dei testi più letti durante la contestazione: si tratta di
“Lettera a una professoressa”, pubblicato nel ’67 da Don Lorenzo Milani parroco di
Barbiana, piccolo paese del Mugello.
Qui Don Milani aveva fondato una scuola destinata ai poveri, ai figli della gente del
posto (il paese era abitato da poche famiglie di montanari e i bambini cominciavano presto
a lavorare), e proprio a Barbiana nacque “Lettera a una professoressa”, scritto insieme ai
ragazzi della scuola come atto di denuncia contro il carattere selettivo dell’istruzione.
Nel libro “si denunciavano in forma ingenua e immediata la selezione di classe
presente nella scuola dell’obbligo, l’autoritarismo dei rapporti tra docenti e discenti e il
disagio della condizione studentesca”130.
La “Lettera” si soffermava soprattutto sul problema della selezione: la scuola italiana
era descritta come una scuola di classe, dove i poveri venivano respinti ed emarginati. Tra
l’altro, vi si legge:
“Forse la storia di Pierino può darci una chiave. Il dottore e sua moglie sono gente in
gamba. Leggono, viaggiano, ricevono gli amici, giocano con il bambino, hanno tempo per
stargli dietro. La casa è piena di libri e di cultura. A cinque anni io maneggiavo la pala con
maestria, Pierino il lapis…Pierino passa sempre e quasi senza studiare. Io lotto a denti
stretti e boccio […]. A diciotto anni ha meno equilibrio di quanto ne avevo io a dodici. Ma
passa sempre. Si laureerà a pieni voti. Farà l’assistente universitario gratis. Questo non è

129 Sul caso dell’Isolotto e più in generale sul dissenso cattolico si veda SIDNEY TARROW, Democrazia e
disordine. Movimenti di protesta e politica in Italia. 1965-1975, Roma-Bari, Laterza, 1990, p.175 sgg.
130 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 179.

romantico interesse, è un sistema raffinato per escludere la razza inferiore senza dirglielo in
faccia”131.
Insomma i “pierini”, i figli dei ricchi, venivano sempre favoriti a scuola a danno dei
figli dei poveri: per questo Don Milani proponeva una scuola nella quale non venisse mai
bocciato nessuno studente. Le sue idee rivoluzionarie non mancarono di suscitare
polemiche, ma ebbero ugualmente grandissimo seguito fra i giovani del movimento
studentesco, anch’essi impegnati nella critica alla scuola e alla cultura ufficiale.
In conclusione, le esperienze e le iniziative di questi anni in campo marxista (con le
riviste) e in campo cattolico (con il “dissenso cattolico”), pur diverse fra loro,
“contribuirono molto a formare e a diffondere tra i giovani un comune retroterra
ideologico in cui i valori di solidarietà, azione collettiva, lotta all’ingiustizia sociale, si
contrapponevano all’individualismo e al consumismo del capitalismo maturo”132.
3.2: La scuola e l’università in Italia alla vigilia del ‘68
Analizzando l’opera di Don Milani e la sua critica alla scuola, ci siamo spostati sul
terreno di quelle che Ginsborg considera le “basi materiali” della rivolta studentesca,
ossia la condizione della scuola negli anni ’60, diventata ormai una “scuola di massa”:
infatti, in conseguenza della crescita economica e dell’aumento del benessere nella società
italiana, sempre più giovani proseguivano gli studi, ritardando così l’ingresso nel mondo
del lavoro.
Nel 1961 venne preso il primo provvedimento legislativo che dava la possibilità a molti
ragazzi dei ceti medi e della classe operaia di continuare gli studi: l’accesso alle facoltà
scientifiche veniva aperto anche agli studenti provenienti dagli istituti tecnici.
Nel 1962 il governo di centro-sinistra attuò una riforma scolastica che la sinistra
chiedeva già da tempo: l’elevamento dell’obbligo scolastico a quattordici anni e la
creazione della scuola media unica133. Precedentemente la scuola dell’obbligo arrivava fino

131 Brano tratto da “Lettera a una professoressa”, citato in MARIO CAPANNA, Formidabili quegli anni,
Milano, Rizzoli, 1988, p. 23-24. 132 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 408.
133 Fra l’altro i socialisti avevano richiesto la riforma della scuola come una delle condizioni per entrare nel
centro-sinistra. Si veda GIUSEPPE RICUPERATI, La politica scolastica italiana dal centro-sinistra alla
contestazione studentesca, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N. TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i
luoghi del ’68, cit., pp. 403-434.

agli undici anni, poi i ragazzi potevano scegliere se iscriversi alle scuole medie, per poi
accedere alle superiori, o se proseguire alle scuole di avviamento professionale, per poi
iniziare subito a lavorare. Questo sistema scolastico si basava ancora sulla “riforma
Gentile” del 1923.
La riforma scolastica del ’62, che avvicinava l’Italia ad altri sistemi scolastici europei,
venne approvata in Parlamento dopo un duro ostruzionismo da parte della destra. Inoltre,
molti insegnanti “avversarono la nuova legge poiché questa, secondo loro, avrebbe
distrutto la vecchia élite delle scuole medie, reso il latino facoltativo, incrinato la
disciplina”134.
L’introduzione della scuola media unica e obbligatoria fino a quattordici anni
accelerò quel processo di “scolarizzazione di massa”che in poco tempo avrebbe portato ad
un notevole aumento della popolazione studentesca: nel corso degli anni ’60 gli iscritti
alla scuola media raddoppiarono e intensa fu anche la crescita degli studenti delle scuole
superiori nonché dell’università. La figura del giovane tendeva sempre di più ad essere
identificata con quella dello studente.
Ma la stessa riforma della scuola media creò problemi e contraddizioni che
certamente favorirono la nascita delle lotte studentesche. Innanzitutto gli investimenti per
le infrastrutture furono del tutto inadeguati: la maggior parte delle scuole non aveva aule
sufficienti per accogliere un numero sempre crescente di studenti. Inoltre la riforma della
scuola media non fu accompagnata da una generale riforma della scuola superiore e
dell’università: “Poiché si era intervenuti solo sulla scuola media – ha osservato Lumley –
senza modificare il resto del sistema scolastico, si crearono squilibri e strozzature; le
università non erano in grado di far fronte all’aumento massiccio di iscritti e poi
sfornarono un numero di laureati superiore alla richiesta di manodopera specializzata”135.
Le scuole superiori erano divise tra i licei, che fornivano una preparazione per lo più
umanistica e che costituivano ancora la principale strada d’accesso all’università, e gli
istituti tecnici e professionali, destinati ai giovani che si sarebbero subito inseriti nel
mondo del lavoro. Ma, verso la fine degli anni ’60, la rigida differenza fra i due tipi di
scuole, fra coloro che uscivano dalla “serra classista del classico e dello scientifico”(come
scrivevano polemicamente gli studenti torinesi in un manifesto del gennaio ’68136) e gli

134 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 365.
135 R. LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo, cit., p. 74.
136 A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p. 224.

studenti che uscivano dagli istituti tecnici, cominciò ad essere avvertita da molti giovani
come uno strumento di selezione classista, che manteneva le disuguaglianze sociali. La
scuola era vista, insomma, come “una scuola di classe che riproduceva le classi sociali, la
divisione fra dirigenti e diretti”137.
Anche i programmi scolastici erano ritenuti vecchi, inadeguati, lontani dai bisogni e
dalle curiosità dei giovani, i quali rifiutavano un sapere libresco e chiedevano più
informazioni sulla storia recente, sui fatti di attualità, sugli argomenti che toccavano da
vicino il mondo giovanile: l’amicizia, la famiglia, l’educazione sessuale.
Una inchiesta sulla condizione degli studenti italiani, condotta dalla rivista giovanile
“Big” all’inizio dell’anno scolastico ’65-’66, rivelò come all’interno del mondo della
scuola molto diffuse fossero le proteste, sia perché mancavano le aule e le attrezzature, sia
perché i programmi e i metodi di insegnamento erano ritenuti ormai antiquati138.
Un fatto significativo contribuisce a chiarire quale fosse la condizione dei giovani
nelle scuole in quegli anni: lo “scandalo della Zanzara”.
“La Zanzara” era il nome del giornale studentesco del liceo Parini di Milano. Nel
febbraio del 1966 il giornale pubblicò un’inchiesta dal titolo “Che cosa pensano le ragazze
d’oggi?”, in cui venivano affrontati temi come il ruolo della donna nella società, la
famiglia, il matrimonio, il sesso, il lavoro. Molte delle ragazze intervistate si dichiaravano
favorevoli ai rapporti prematrimoniali, all’uso degli anticoncezionali, all’introduzione del
divorzio, alla possibilità per la donna di lavorare e realizzarsi pienamente nella società.
L’articolo suscitò, come è facile immaginare, moltissime polemiche, soprattutto nel
mondo cattolico. Molti giornali gridarono allo scandalo e gli studenti autori dell’inchiesta
vennero addirittura incriminati per oltraggio al pudore, venendo poi assolti al processo139.
Anche la situazione universitaria era critica. Le università erano sovraffollate: “La
Sapienza” di Roma, ad esempio, costruita per circa cinquemila studenti, nel ’67 ne

137 D. GIACHETTI, Anni Sessanta comincia la danza, cit., p. 41.
138 Ibidem, pp. 42-43.
139 Sullo “scandalo della Zanzara” si veda NANNI BALESTRINI – PRIMO MORONI, L’orda d’oro. 1968-1977.
La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Milano Feltrinelli, 1997 (nuova ed. a cura
di SERGIO BIANCHI), pp. 186-192. Anche un altro caso suscitò grande clamore in quegli anni:
“Analogamente – ricorda Giachetti – fece scandalo il ‘caso Braibanti’, da Aldo Braibanti, omosessuale, ateo,
ex partigiano di Giustizia e Libertà, ex comunista, di orientamento anarchico, accusato di aver ‘plagiato’
alcuni giovani allievi e condannato a nove anni e sei mesi di reclusione il 14 luglio 1968”. Cfr. D. GIACHETTI,
Anni Sessanta comincia la danza, cit., pp. 59-60.

accoglieva più di sessantamila. Problemi simili avevano anche altre università,
specialmente quelle del sud come Bari e Napoli140.
Le strutture universitarie erano del tutto insufficienti di fronte alla crescita incessante
degli studenti. I docenti universitari erano pochi e stavano poco nelle facoltà, dedicandosi
per il resto del loro tempo ad altre attività professionali.
Nelle facoltà umanistiche, data la mancanza di esercitazioni pratiche, il rapporto tra
professori e studenti era episodico. La situazione più difficile era quella degli studenti
lavoratori, i quali difficilmente riuscivano a seguire tutte le lezioni e trovavano più
difficoltà degli altri nel superare gli esami. L’università, dunque, si era “massificata”, nel
senso che sempre più numerosi erano i giovani che vi si iscrivevano, ma alla fine solo il 44
per cento degli studenti riusciva a laurearsi: “molte aspirazioni, risvegliate dalle riforme
compiute a metà degli anni ’60, rimasero insoddisfatte. I figli del ceto medio urbano in
espansione sperimentarono una serie di cocenti disillusioni”141.
In tale difficile contesto, nel 1967 il ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui
presentò un disegno di legge (n. 2314) per la riforma dell’università, che principalmente
prevedeva l’introduzione, accanto alla laurea, di due nuovi titoli di studio (il diploma,
dopo il primo biennio, e il dottorato di ricerca, dopo due anni dalla laurea) e la creazione
dei “dipartimenti”, istituzioni responsabili della didattica e della ricerca universitaria142.
Il progetto di riforma incontrò subito la dura opposizione degli studenti, che
rifiutavano la creazione di tre diversi livelli di laurea, vista come ulteriore strumento di
selezione e di divisione “gerarchica” tra gli studenti.
La proposta del ministro Gui, inoltre, non cambiava in alcun modo il sistema della
rappresentanza studentesca, cosicché gli studenti continuavano a non poter partecipare
effettivamente alle decisioni prese dagli organismi accademici. In conclusione il progetto
di riforma non fece che aggravare la crisi delle università italiane, accelerando l’inizio della
contestazione studentesca del ’68.
3.3: Le lotte studentesche in Italia

140 Nel ’66 alcune associazioni di studenti, di assistenti e professori incaricati di Napoli presentarono un
“Libro Bianco sull’edilizia universitaria a Napoli”, in cui denunciavano la critica situazione delle strutture
dell’università. A questo proposito si veda FRANCESCO BARBAGALLO, Lotte universitarie e potere
accademico a Napoli nella seconda metà degli anni Sessanta, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N.
TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, cit., p. 308.
141 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 406.
142 Sul disegno di legge 2314 si veda A. LONGO – G. MONTI, Dizionario del ’68, cit., pp. 261-264.

Seguendo la periodizzazione proposta da De Bernardi, riteniamo utile suddividere il
periodo delle agitazioni studentesche nel nostro paese in quattro fasi: uno stadio iniziale
di “incubazione” del movimento (primi mesi del 1967), durante il quale l’obiettivo
principale della contestazione era il progetto di riforma dell’università presentato dal
ministro Gui; una seconda fase di “esordio” del movimento (novembre-dicembre 1967),
con la mobilitazione di importanti università come Milano e Torino; l’esplosione del
“Sessantotto” vero e proprio (febbraio-giugno 1968) che coinvolse praticamente tutte le
università italiane, grandi e piccole, e gran parte delle scuole superiori; infine la fase
conclusiva (autunno 1968), in cui il movimento studentesco cominciò ad entrare in crisi,
mentre i gruppi più “politicizzati” degli studenti davano vita alle formazioni della sinistra
extraparlamentare143.
Una delle primissime occupazioni universitarie risale al 1966. Nell’aprile di
quell’anno Paolo Rossi, studente alla facoltà di Architettura di Roma e aderente all’Ugi,
mentre distribuiva volantini in vista delle elezioni studentesche, venne picchiato a morte
da un gruppo di neofascisti. Gli studenti per protesta occuparono l’università a Roma e in
altre città italiane, mentre il rettore dell’ateneo romano, Giuseppe U. Papi, fu costretto
alle dimissioni. Nel ’66, dunque, per la prima volta gli studenti italiani ricorsero
all’occupazione universitaria come forma di protesta.
Nei primi mesi del ’67 le prime università a mobilitarsi furono le facoltà di
Architettura di Milano e di Venezia, la “Sapienza”(sede delle facoltà umanistiche) di Pisa e
l’Istituto universitario di scienze sociali di Trento: tutte iniziarono contestando il disegno
di legge 2314.
A Pisa, nel febbraio del ’67, era previsto un incontro di tutti i rettori italiani per
discutere la proposta Gui: proprio in occasione di questo convegno il palazzo della
Sapienza venne occupato dagli studenti, i quali volevano non solo manifestare la propria
opposizione alla riforma, ma anche denunciare lo scarso impegno delle tradizionali
organizzazioni studentesche144. Proprio a Pisa, nel corso di una delle affollate assemblee,
vide la luce quel documento, noto come “Tesi della Sapienza”, destinato a diventare un
testo base del movimento. Nelle “Tesi” veniva proposta una analisi “di classe” della
condizione dello studente, il quale veniva rappresentato come forza-lavoro in fase di

143 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., pp. 194-195.
144 Sul movimento pisano si veda MICHELE BATTINI, Note storiche sugli studenti estremisti e sulle agitazioni
nell’università pisana (1966-1975), in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N. TRANFAGLIA (a cura di), La cultura
e i luoghi del ’68, cit., pp. 275- 292.

formazione e qualificazione, e quindi come elemento nascente della classe operaia, in
contrapposizione alla classe borghese. Si legge, infatti, nel documento:
“Lo studente si definisce pertanto come forza-lavoro nel processo di qualificazione e si definisce
come figura sociale subordinata non solo nel rapporto che necessariamente intrattiene con la sua futura
collocazione salariale, ma anche nella sua attività universitaria […]. Il movimento studentesco ha come
controparte la classe borghese storicamente dominante; questo dominio di classe si manifesta
attraverso una serie di mediazioni (che vanno dal piano Gui alle circolari dei rettori) che tuttavia sono
espressione, anche se in maniera contraddittoria, di un piano organico del capitale. Il movimento,
attraverso le lotte, si confronta in prima istanza con queste espressioni mediate. Le esperienze di lotta
sono la componente fondamentale della maturazione del movimento e della formazione di avanguardie
politiche al suo interno […].”145
Il documento pisano, certamente influenzato dalle posizioni di riviste “operaiste”
come “Quaderni Rossi” e “Classe Operaia”, formulò per la prima volta l’ipotesi di una
alleanza tra studenti e classe operaia con lo scopo di combattere la società borghese. Il
tema dello studente quale forza-lavoro in formazione, collegato anche alla richiesta di un
salario per gli studenti, fu una costante del movimento pisano, che, come affermò lo stesso
Adriano Sofri, uno dei principali protagonisti del ’68 a Pisa, ebbe fin dall’inizio “una forte
connotazione classista”146.
L’Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento era stato istituito nel 1962 per
iniziativa dell’ala progressista della Dc: lo scopo era quello di formare nuovi e qualificati
quadri dirigenti. Ben presto gli studenti della facoltà cominciarono ad interrogarsi sul
ruolo e le funzioni del sociologo, che loro intendevano come un ricercatore libero e
indipendente, non sottomesso al potere politico; nella realtà la situazione era diversa,
infatti “molti arrivavano a Trento convinti che gli insegnamenti avrebbero dato loro gli
strumenti per divenire ‘operatori del cambiamento sociale’, ma si trovarono di fronte una
facoltà che intendeva sfornare, invece, ‘filosofi del re’”147.
Nel ’66 si ebbero le prime occupazioni, in seguito alle quali gli studenti ottennero che
l’Istituto rilasciasse la vera e propria “laurea in Sociologia”, anziché una “laurea in
145 Brano tratto dalle “Tesi della Sapienza”: si veda Il lungo ’68 italiano, in ’68. Una rivoluzione mondiale, CD,
Manifestolibri, 1998.

146 A. LONGO – G. MONTI, Dizionario del ’68, cit., p. 36. Sull’occupazione della Sapienza e Adriano Sofri si
veda anche S. TARROW, Democrazia e disordine, cit., pp. 124-127.
147 DIEGO LEONI, Testimonianza semiseria sul ’68 a Trento, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N.
TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, cit., pp. 178.

Scienze Politiche e Sociali a indirizzo sociologico”, vedendo così riconosciuto il loro
ruolo specifico. Nello stesso periodo iniziarono anche a chiedere di poter elaborare un
proprio piano di studi.
Ma fu il 1967 a segnare l’intensificarsi dell’attività del movimento trentino. A marzo
presero il via le mobilitazioni contro la guerra in Vietnam (in occasione della “settimana
del Vietnam” la polizia intervenne per la prima volta per sgomberare la facoltà occupata).
A giugno venne elaborato, per mano di Renato Curcio, Mauro Rostagno, principali
animatori del ’68 trentino, e altri studenti, il “Manifesto per una università negativa”, in
cui veniva duramente condannata la struttura autoritaria e selettiva dell’università. In un
documento curato dal “Movimento per una università negativa” si legge:
“L’università fornisce gli strumenti aggiornati (tecnici) per mettere sempre più a punto
l’organizzazione del dominio di una classe sulle altre classi […]. L’università è uno strumento di classe
[…]. Nell’università viene negato agli studenti il diritto di esprimersi sui problemi fondamentali (e non)
della politica nazionale e internazionale [..]. Lanciamo l’idea di una università negativa che riaffermi
nelle università ufficiali, ma in forma antagonistica ad esse, la necessità di un pensiero teorico, critico e
dialettico, che denunci ciò che gli imbonitori mercenari chiamano ‘ragione’ e ponga quindi le premesse
di un lavoro politico creativo, antagonista e alternativo”148.
Anche a Trento, come a Pisa, l’idea di una alleanza studenti-operai ebbe grande
diffusione:
“Solo il rovesciamento dello Stato permetterà una reale ristrutturazione del sistema di
insegnamento. Lo studente deve quindi, al di là del suo status, agire in una prospettiva di lungo periodo
per la formazione (stimolazione) di un movimento ‘rivoluzionario’ delle classi subalterne”149.
L’autunno del ’67 fu una stagione intensa di lotte per l’Università di Trento,
analogamente a quanto avveniva a Torino, Milano e in altre città: si protestava soprattutto
contro la riforma dell’università.
L’anno successivo Trento conobbe l’importante esperienza dell’ “Università critica”,
iniziata dopo l’insediamento del nuovo preside Francesco Alberoni: sull’esempio di alcuni
atenei tedeschi, le lezioni tradizionali vennero sostituite con dibattiti e controcorsi in cui,

148 Brano citato in N. BALESTRINI – P. MORONI, L’orda d’oro, cit., pp. 210-211.
149 Ibidem, p. 211.

insieme ai professori disponibili, venivano affrontati i temi più attuali e quelli che più
interessavano i giovani.
Nell’ “Università critica” gli studenti poterono veder realizzata, anche se per poco
tempo, quella “autogestione da parte di tutte le forze sociali che confluiscono
nell’università”150 tanto sognata dal movimento. Da questo punto di vista l’esperienza di
Trento fu una delle più interessanti del ’68 italiano.
L’autunno del ’67 vide l’inizio delle lotte anche alla Cattolica di Milano. L’università
del Sacro Cuore era l’“unica università confessionale del paese […]. Gioiello delle
gerarchie ecclesiastiche, era tenuta sotto controllo direttamente dal Vaticano tramite
l’assidua supervisione di un suo fiduciario”151.
La prima occupazione avvenne nel novembre del 1967. Di fronte alla decisione delle
autorità accademiche di aumentare del 50 per cento le tasse universitarie, provvedimento
che faceva della Cattolica l’università più cara d’Italia, riservandola di fatto ai figli delle
famiglie più ricche, gli studenti, nel corso di una animata assemblea, decisero
l’occupazione. La polizia, chiamata dal rettore Ezio Franceschini, sgomberò l’università,
che venne chiusa qualche giorno dopo nonostante le proteste e le manifestazioni degli
studenti. Alcuni di loro vennero espulsi dalla Cattolica (tra essi Mario Capanna, leader del
’68 milanese) e si trasferirono alla Statale che, da quel momento, divenne il principale
centro delle agitazioni studentesche.
Proprio a Milano, soprattutto per iniziativa degli studenti della Cattolica, vennero
formulate per la prima volta quelle richieste che poi tutte le università avrebbero fatte
proprie: abolizione degli esami di ammissione e del numero chiuso, in nome del diritto
allo studio, appelli mensili, riconoscimento dei controcorsi e dei seminari organizzati dal
movimento.
Alla fine di novembre fu la volta di Torino, con l’occupazione della Facoltà di Lettere
a Palazzo Campana. L’obiettivo principale della contestazione torinese era soprattutto
l’autoritarismo accademico, che si manifestava, secondo gli studenti, nei contenuti e nei
metodi di insegnamento. In un documento elaborato a Palazzo Campana così scrivevano
gli studenti:
150 Dal “Manifesto per una università negativa”, in Il lungo ’68 italiano, in ’68. Una rivoluzione mondiale, CD,
cit.

151 M. CAPANNA, Formidabili quegli anni, cit., p. 17. Sul ’68 a Milano si veda anche R. LUMLEY, Il
movimento studentesco di Milano, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N. TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e
i luoghi del ’68, cit., pp. 267-274.

“Vogliamo sceglierci noi studenti gli argomenti di cui intendiamo occuparci, il tipo di formazione
che vogliamo darci, i metodi didattici che vogliamo seguire. I professori non devono essere i nostri
padroni, ma devono partecipare ai seminari e alle ricerche su un piano di parità”152.
Guido Viale, uno dei protagonisti delle agitazioni torinesi, così scriveva sui
“Quaderni Piacentini”, in un articolo intitolato “Contro l’università”:
“Le radici dell’autoritarismo accademico, come tutte le forme di potere autoritario, non risiedono
soltanto in una serie di strutture istituzionali ed economiche, ma risiedono soprattutto e in primo luogo
nel consenso da parte di coloro che il potere subiscono. L’Università è organizzata in modo da creare e
conservare questo consenso, cioè in modo da mantenere gli studenti in uno stato di passività e di
divisione reciproca. E’ questo che intendiamo dire quando affermiamo che la didattica autoritaria è una
forma di violenza esercitata sugli studenti”153.Nel corso del 1968 Palazzo Campana venne più volte occupato e poi sgomberato dalla polizia, secondo un iter comune a quasi tutte le università negli anni della contestazione.
Come abbiamo già ricordato, i primi mesi del 1968 (febbraio-giugno) segnarono
l’apogeo del movimento, con il dilagare della protesta nelle università di tutta Italia e
anche nelle scuole superiori, a partire dalla mobilitazione dei licei Berchet e Parini di
Milano154.

In questi mesi il movimento studentesco conobbe una svolta, essenzialmente per due
motivi: l’“incontro” con la violenza e la volontà dei giovani di dar vita ad una
“contestazione globale al sistema dove l’università andava perdendo progressivamente il
ruolo di questione nodale del contendere”155.
Non si lottava più solo contro l’autoritarismo accademico e la scuola di classe: era
tutta la società ad essere messa sotto accusa.
A Roma, l’università “La Sapienza” conobbe le sue prime occupazioni nel febbraio
del 1968: la polizia, su richiesta del rettore P. Agostino D’Avack, intervenne subito per
sgomberare varie facoltà. Il primo marzo migliaia di studenti si ritrovarono in Piazza di

152 MARCO REVELLI, Il ’68 a Torino, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N. TRANFAGLIA (a cura di), La
cultura e i luoghi del ’68, cit., p. 215. Nello stesso volume si veda anche GIOVANNI DE LUNA, Aspetti del ’68
a Torino, pp. 190-211.
153 Brano tratto da “Contro l’università” di GUIDO VIALE (“Quaderni Piacentini”, n. 33, febbraio 1968): si veda
Il lungo ’68 italiano, in ’68. Una rivoluzione mondiale, CD, cit.
154 Una delle richieste principali degli studenti delle scuole superiori era che venisse loro riconosciuto il diritto
all’assemblea, come ricorda Lumley. Si veda R. LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo, cit., pp.110-116.
155 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 220.

Spagna: c’era in programma un corteo di protesta verso Valle Giulia, per manifestare
davanti alla facoltà di Architettura. Ma durante il tragitto gli studenti vennero fermati da
poliziotti e carabinieri: ne nacque il primo scontro violento tra studenti e forze
dell’ordine, ricordato come “battaglia di Valle Giulia”.
Gli scontri del primo marzo segnarono davvero un cambiamento radicale, come
sottolinea Marco Grispigni: “Valle Giulia è sicuramente l’evento-simbolo: per la prima
volta si risponde alla polizia (ottenendo anche una parziale vittoria militare). Questa
risposta provoca una sorta di ebbrezza nel movimento: lo scontro non solo è possibile, ma
anche vincente”156.
Dello stesso parere è Vittorio Vidotto: “A Valle Giulia gli studenti dei ceti medi
scoprirono per la prima volta che la violenza era un gioco possibile, anche politicamente
fruttuoso, che completava e arricchiva l’esistenza”157.
Fra le varie reazioni suscitate dagli scontri, inaspettata fu quella di Pier Paolo Pasolini:
nella poesia “Il Pci ai giovani!”(pubblicata su “L’Espresso” nel giugno del ’68) esprimeva
duramente la sua critica agli studenti, da lui indicati come borghesi e “figli di papà”, e si
schierava apertamente dalla parte dei poliziotti, figli di poveri e immigrati158.
Pochi giorni dopo furono gli studenti milanesi a scontrarsi con la polizia in Largo
Gemelli, di fronte alla Cattolica (“battaglia di Largo Gemelli”).
Nei mesi seguenti divennero sempre più frequenti gli episodi di violenza e gli scontri,
non solo tra studenti e polizia, ma anche tra studenti di opposte fazioni politiche. I giovani
adottarono addirittura un nuovo abbigliamento, più pratico e leggero, per muoversi
meglio durante gli assalti della polizia.
Ha ricordato Ginsborg, sul rapporto tra giovani e violenza: “Il movimento
inizialmente fu abbastanza pacifico e i suoi difensori hanno giustamente sottolineato che fu
la brutalità della polizia dentro le università a provocare una risposta dello stesso tipo.
Sarebbe tuttavia fuorviante dedurne che si trattava di un movimento pacifista, costretto a
scegliere una posizione violenta contro la propria volontà. La violenza fu invece accettata

156 MARCO GRISPIGNI, Generazione, politica e violenza. Il ’68 a Roma, in A. AGOSTI – L. PASSERINI – N.
TRANFAGLIA (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, cit., p. 299.
157 V. VIDOTTO, La nuova società, in G. SABBATUCCI – V. VIDOTTO (a cura di), Storia d’Italia, vol. VI,
L’Italia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 67.
158 Così scriveva Pasolini: “ […] A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento / di lotta di classe: e voi,
amici (benché dalla parte / della ragione) eravate i ricchi, / mentre i poliziotti (che erano dalla parte / del torto)
erano i poveri. Bella vittoria, dunque, / la vostra! […]”. Cfr. A. LONGO – G. MONTI, Dizionario del ’68, cit., p.
163. Si veda anche PIER PAOLO PASOLINI, Il caos. L’orrendo universo del consumo e del potere (a cura di
GIAN CARLO FERRETTI), Roma, Editori Riuniti, 1995, pp. 139-141.

come inevitabile ed entrò quasi incontrastata tra i valori e le azioni del movimento. La
giusta violenza dei rivoluzionari – quella di Mao, del Che, dei vietnamiti – veniva
contrapposta a quella dei capitalisti”159.
All’inizio del 1968, dunque, il movimento conobbe una decisa radicalizzazione,
dovuta anche all’atteggiamento di totale chiusura mostrato dalle forze politiche di fronte
alla protesta giovanile. Si arrivò ad una totale rottura tra il movimento e i partiti,
specialmente quelli della sinistra. Il Pci venne colpito duramente dai giovani, che lo
accusavano di essere una opposizione inutile, incapace di combattere “il sistema”;
dall’altra parte, nonostante il tentativo fatto da Longo di stabilire contatti con gli studenti,
il Partito comunista non vedeva di buon’occhio un movimento che sfuggiva al suo
controllo.
Le elezioni politiche di maggio segnarono, comunque, una buona affermazione del
Pci e del Psiup, mentre il centro-sinistra ne uscì molto indebolito.
Il 1968 segnò, come abbiamo già visto, anche un estendersi della protesta al di fuori
dell’ambito universitario, nel campo della cultura, dello spettacolo, dei consumi:
l’obiettivo era cambiare tutta la società “borghese”. Diversi furono gli atti dimostrativi
compiuti dagli studenti per manifestare il loro rifiuto della società contemporanea: la
contestazione alla Scala di Milano, nel giorno di inaugurazione della stagione lirica (7
dicembre), per protestare contro il significato mondano dell’evento; le manifestazioni
organizzate prima di Natale contro il consumismo; la protesta contro il “capodanno dei
padroni” davanti al locale “La Bussola” di Viareggio, frequentato da clienti facoltosi160.
Nella loro protesta i giovani del movimento studentesco attirarono l’adesione di molti
intellettuali, adesione che si manifestò, ad esempio, in occasione della Biennale d’arte di
Venezia (giugno 1968), quando alcuni artisti ritirarono le loro opere per protestare contro
“uno strumento di mistificazione della produzione artistica, di organizzazione e controllo
di una cultura riservata alla classe dominante”161, o in occasione della Mostra del cinema
di Venezia (agosto 1968), quando un gruppo di registi (tra cui Marco Bellocchio, Bernardo
Bertolucci, i fratelli Taviani…) ne contestò il carattere troppo commerciale. Per rimanere
nel campo del cinema, alcuni film dell’epoca divennero veri e propri film culto per la
generazione del Sessantotto; uno dei più famosi fu “I pugni in tasca” di Bellocchio, un

159 P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., p. 415.
160 La manifestazione di capodanno si concluse tragicamente: durante gli scontri la polizia sparò ferendo
gravemente un giovane di sedici anni. Si veda S. TARROW, Democrazia e disordine, cit., pp. 143-146.
161 Cit. in ANNA TONELLI, Impegno e disimpegno, contestazione ed evasione. Cinema, teatro, musica nel
Sessantotto, in Storia e problemi contemporanei, n.21, 1998, p. 115.

film del 1965 che però precorreva decisamente i tempi, contenendo una dura accusa alla
famiglia e alla mentalità della borghesia italiana.
Ricorda a questo proposito Gian Piero Brunetta: “Il film enuncia, a partire dal nucleo
minimale che fonda la società italiana, un malessere che avrà nel breve periodo una
evoluzione e degenerazione patologica capace di produrre effetti catastrofici. Un’intera
generazione vi si riconosce, lo sceglie come piano e punto ideale di riferimento”162.
Anche il teatro subì l’influenza della contestazione, evidente soprattutto nelle nuove
esperienze teatrali di Dario Fo, che presentava i propri lavori in posti alternativi come
scuole e fabbriche occupate, cercando il coinvolgimento totale del pubblico durante le
rappresentazioni.
Per quanto riguarda la musica, negli anni della contestazione si diffuse la “canzone di
protesta”, di argomento politico, i cui esempi più famosi erano le canzoni di Paolo
Pietrangeli (ad esempio “Valle Giulia”, scritta dopo gli scontri del primo marzo), cantate
in tutte le manifestazioni.
Come ha osservato Anna Tonelli, le canzoni del ’68 diventarono “trasmissione di
slogan, parole d’ordine e intenti di una generazione che trova[va] un inedito mezzo di
espressione e identità collettiva”163.
La lotta antiautoritaria del movimento studentesco coinvolse anche il mondo della
psichiatria, e portò alla nascita del “Movimento antipsichiatrico”, fondato a Gorizia da
Franco Basaglia, che si batteva per cambiare il modo in cui vivevano i malati di mente nei
manicomi: Basaglia proponeva di non trattarli come “esclusi” che dovevano essere tenuti
lontano dalla società e dalle altre persone, ma come malati da guarire. La sua lotta portò
alla chiusura dei manicomi con una legge del 1968164.
Con l’autunno del ’68 il movimento studentesco, che aveva raggiunto il suo apice
nella primavera, cominciò a mostrare i primi segni di crisi, sia per la stanchezza, e quindi
l’impossibilità di continuare le agitazioni con lo stesso impegno dei mesi precedenti, sia
per la divisione del movimento in vari gruppi, spesso rivali tra loro all’interno delle

162 GIAN PIERO BRUNETTA, Storia del cinema italiano. Dal miracolo economico agli anni novanta (1960-
1993). Volume quarto, Roma, Editori Riuniti, 1993, pp. 247-248.
163A. TONELLI, Impegno e disimpegno, contestazione ed evasione. Cinema, teatro, musica nel Sessantotto,
cit., p.126. Sulla musica del Sessantotto si veda anche l’articolo di MARIO LUZZATTO FEGIZ, Sessantotto, il
ritmo della contestazione in Corriere della Sera, 5 febbraio 1998.
164 Sul rapporto tra movimento studentesco e “istituzioni totali”(carcere, manicomio, esercito) osserva
Ortoleva: “Le istituzioni totali erano insieme una realtà e una metafora dell’intero sistema: indicavano
l’irriducibile contrapposizione fra oppressione e liberazione”. Cfr. P. ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in
Europa e in America, cit., p. 222.

università. Il declino del movimento segnò l’inizio di una nuova e diversa stagione di lotte:
“a partire dalla metà del ’68, quando gli studenti contestatori cominciarono ad essere
sgomberati dalle università con crescente violenza, molti gravitarono verso la fabbrica […].
Il movimento nelle fabbriche costituì la salvezza per il movimento universitario”165. Perciò
a questo punto, come ha ricordato anche De Bernardi, comincia “un’altra storia: quella
della fuoriuscita dall’università delle avanguardie più politicizzate e del loro incontro con i
nuclei più combattivi del proletariato di fabbrica, ovvero della nascita dei gruppi della
sinistra extraparlamentare”166.
3.4: Dopo il “Sessantotto”
Nell’autunno del ’68, dunque, il movimento studentesco si trovò di fronte ad un
problema fondamentale: quello di “sopravvivere”, di trovare nuove forme di lotta che
sostituissero le agitazioni universitarie ormai in declino.
Come abbiamo appena ricordato, la fine del ’68 studentesco vero e proprio coincise
con l’inizio di una nuova fase di lotte il cui epicentro era la fabbrica. Gli studenti italiani,
quelli più attivi e politicizzati, diversamente da quanto avvenne negli altri paesi coinvolti
dalla protesta giovanile, riuscirono a portare avanti la contestazione grazie alla “alleanza”
con la classe operaia. L’idea di una unione studenti-operai (una sorta di “fronte comune”
contro la classe borghese), era stata già elaborata dai movimenti di Pisa e Trento,
evidentemente influenzati dalle riviste operaiste dell’epoca.
Proprio l’operaismo (cioè la tendenza a riconoscere come centrale il ruolo della classe
operaia) fu uno degli elementi caratteristici dei gruppi della “sinistra extraparlamentare”,
nuove formazioni politiche, formatesi per lo più tra l’autunno del ’68 e quello del ’69, che
si ponevano in antitesi ai partiti tradizionali (da qui il nome di “extraparlamentari”)167.
“Avanguardia Operaia”, nata per opera di un gruppo della sinistra del Pci milanese, “Lotta
Continua”, fondata a Torino nel ’69 da alcuni leader studenteschi (A. Sofri, G. Viale, L.
Bobbio, M. Rostagno…)168, e “Potere Operaio” furono le organizzazioni

165 S. TARROW, Democrazia e disordine, cit., p. 161.
166 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 194.
167 D. GIACHETTI, Oltre il Sessantotto, cit., p. 71 sgg.
168 Lotta Continua, la più importante di queste organizzazioni, nacque, come ricorda Luigi Bobbio, nel giugno
del ’69, al momento della grande esplosione operaia alla Fiat Mirafiori: l’espressione “Lotta continua”
compariva nei volantini distribuiti in occasione delle assemblee studenti-operai. Si veda LUIGI BOBBIO,
Storia di Lotta Continua, Milano, Feltrinelli, 1988, p. 38 sgg.

extraparlamentari più attive nel promuovere il coinvolgimento della classe operaia nelle
lotte e nel favorire l’incontro tra studenti e operai.
Altri gruppi extraparlamentari erano l’“Unione dei marxisti-leninisti”, che si ispirava
direttamente al maoismo e alla rivoluzione culturale cinese, il “Manifesto”, nato nel ’69
per iniziativa di un gruppo di comunisti espulsi dal partito per averne pesantemente
criticato l’azione “riformista”, e il “Movimento studentesco milanese”, vera e propria
organizzazione politica di ispirazione filocinese che aveva la sua roccaforte nell’Università
Statale di Milano.
Ognuno di questi gruppi diffondeva le proprie idee tramite giornali (quotidiani o
periodici) che generalmente riprendevano il nome dell’organizzazione stessa.
Al di là delle singole differenze, tutti i gruppi extraparlamentari si proponevano come
la nuova sinistra rivoluzionaria, che avrebbe preso il posto del Pci e dei sindacati, ritenuti
ormai troppo deboli e poco combattivi.
Ricorda, infatti, Mammarella: “[…] il movimento studentesco cessa di esistere con i suoi
connotati originari per confondersi con il movimento politico degli extraparlamentari e con
quello del nuovo sindacalismo. Nasce così la Nuova Sinistra, un movimento rivoluzionario
che punta all’urto frontale contro il sistema a fianco degli operai, nell’attesa che dalla ‘lotta
continua’ e dalla ‘conflittualità permanente’ scaturiscano le condizioni per la
rivoluzione”169.
Le idee dei gruppi extraparlamentari, con la “riscoperta” del ruolo fondamentale
della classe operaia, contribuirono a risvegliare, naturalmente, moltissimi operai, che tra il
’68 e il ’69, in occasione di una serie di rinnovi contrattuali, diedero vita ad una stagione
molto intensa di lotte, culminata con l’“autunno caldo” del 1969.
Già nel 1968 alcuni episodi resero evidente il malcontento della classe operaia, dando
il primo “saggio” di quanto sarebbe avvenuto l’anno successivo. Nella primavera del ’68,
di fronte alla diminuzione dei salari e alla minaccia di licenziamenti, entrarono in sciopero
gli operai dell’azienda tessile Marzotto di Valdagno (Vicenza), i quali nel corso di una
accesa manifestazione abbatterono, in segno di protesta, la statua di Gaetano Marzotto,
fondatore dell’azienda. Nello stesso periodo si mobilitarono anche gli operai del
Petrolchimico di Porto Marghera, spesso affiancati dagli studenti nelle manifestazioni e
negli scioperi.

169 G. MAMMARELLA, L’Italia contemporanea, cit., p. 342.

Fu il 1969, comunque, l’anno delle grandi lotte operaie nelle fabbriche del nord: i
lavoratori chiedevano aumenti salariali, migliori condizioni di lavoro e una maggiore
partecipazione alle decisioni che riguardavano la fabbrica.
Alla Pirelli di Milano nel giugno del ’69 nacque il primo Comitato unitario di base
(Cub), esperimento di autogestione con cui gli operai cercavano di svincolarsi dal
controllo dei sindacati.
Contemporaneamente anche alla Fiat iniziarono gli scioperi e le mobilitazioni degli
operai, sostenuti e incoraggiati dagli studenti e dai gruppi extraparlamentari.
A Torino il 3 luglio, nel corso di una manifestazione organizzata da studenti e da
operai di varie fabbriche torinesi, si verificarono gravi incidenti con la polizia (“battaglia di
Corso Traiano”).
Ma il vero autunno caldo iniziò l’11 settembre del ’69, con lo sciopero generale dei
metalmeccanici170. Le lotte operaie, guidate nelle prime fasi dagli operai specializzati,
passarono successivamente nelle mani degli operai comuni (“operai-massa”),
generalmente giovani immigrati, dequalificati e poco sindacalizzati.
Non trascurabile fu l’influenza della contestazione studentesca sulle lotte operaie, che
si manifestò soprattutto nella pratica dell’assemblea: prendendo esempio dagli studenti,
anche gli operai cominciarono a rifiutare la delega e a mettere in pratica forme di
“democrazia diretta”, sia con le assemblee all’interno della fabbrica che con la creazione
dei Cub. Comunque i sindacati, colti inizialmente di sorpresa dalle dimensioni delle lotte,
contestati da molti operai e spesso scavalcati dai Cub, riuscirono in breve tempo a
riprendere in mano la situazione, avanzando anche nuove richieste: “i lavoratori
chiedevano migliori condizioni di lavoro in fabbrica e i sindacati fecero propria questa
richiesta, allargandola alla rivendicazione, più generale, di migliori condizioni di vita:
case, sanità, scuole, trasporti urbani; essi posero con forza anche la questione del
Mezzogiorno”171.
Mentre i sindacati riacquistavano un certo peso, si allontanava il “sogno
rivoluzionario” dei gruppi extraparlamentari172.

170 A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p. 234.
171 Ibidem.
172 A questo proposito ha sottolineato Tarrow: “Così, proprio nel momento in cui i gruppi extraparlamentari
stavano cercando di ottenere il sostegno della classe operaia […], i sindacati stavano trovando nuove riserve
di capacità di mobilitazione e stavano entrando efficacemente in competizione con i movimenti, offrendo agli
operai incentivi materiali e di solidarietà che mancavano ai loro giovani concorrenti”. Si veda S. TARROW,
Democrazia e disordine, cit., p. 219.

Le lotte proseguirono anche dopo i mesi cruciali dell’autunno caldo e si conclusero
con un generale miglioramento delle condizioni di lavoro degli operai: ci furono
importanti aumenti salariali; nel 1969 vennero abolite le “gabbie salariali” (che
prevedevano, a parità di lavoro svolto, un diverso salario a seconda delle zone in cui si
lavorava: in sostanza un operaio del sud guadagnava meno di uno del nord); nel 1970
venne approvato dal Parlamento lo “Statuto dei lavoratori”, che stabiliva i diritti dei
lavoratori all’interno delle fabbriche; infine vennero creati i “Consigli di fabbrica”, nuove
forme più dirette di rappresentanza operaia.
Nello stesso periodo altre importanti novità si registrarono nel nostro paese: nel ’69
venne stabilita la liberalizzazione degli accessi alle università (provvedimento che, in
sostanza, aumentò il fenomeno della “massificazione” scolastica, senza essere
accompagnato da una riforma della scuola e dell’università, come invece sarebbe stato
necessario173), mentre nel 1970 vennero istituite le regioni e venne approvata, nonostante
l’opposizione della Dc, la legge sul divorzio.
Intanto la debolezza della formula del centro-sinistra (che si sarebbe conclusa nel
1975) si aggravava di fronte alla contestazione studentesca e alle lotte operaie.
Il 1969 si chiuse con un gravissimo episodio che segnò l’inizio della stagione del
terrorismo: il 12 dicembre a Milano l’esplosione di una bomba in Piazza Fontana, nella
sede della Banca nazionale dell’agricoltura, provocò sedici morti e più di cento feriti.
Inizialmente furono gli anarchici ad essere accusati della strage, ma in seguito emersero le
responsabilità di gruppi dell’estrema destra neofascista, probabilmente appoggiati da
servizi segreti “deviati”174. Iniziava così il periodo definito della “strategia della tensione”,
strategia attuata dalle forze di destra per favorire un svolta autoritaria nel paese.
In questo clima, di fronte al crescere del terrorismo di destra e alle prime azioni del
terrorismo “rosso”, il segretario del Pci Enrico Berlinguer avanzò, nell’ottobre del ’73, la
proposta di un “compromesso storico”, cioè un accordo tra cattolici, socialisti e

173 G. RICUPERATI, La politica scolastica italiana dal centro-sinistra alla contestazione studentesca, cit., p.
424.
174 Il ruolo di settori “deviati” dei servizi segreti è così descritto da P. Scoppola: “Appare innegabile nella
strategia della tensione la presenza non solo di elementi neofascisti, ma di settori deviati dei servizi segreti,
in un rapporto assai stretto di poteri occulti […] che, nel quadro di un debole sistema istituzionale, tendono a
conquistare un peso crescente”. Lo stesso autore ricorda comunque come sia difficile, ancora oggi, fare
pienamente luce su questi avvenimenti, dato che le inchieste parlamentari e le indagini giudiziarie non hanno
portato a “conclusioni pienamente convincenti”. Si veda P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, cit., pp.
384-385.

comunisti, inteso come difesa contro le forze reazionarie che agivano nel paese175. Così
Berlinguer “abbandonava definitivamente l’obiettivo di una alternativa di sinistra e
puntava ad un accordo diretto con il partito di maggioranza”176.
Il “compromesso storico”, accolto favorevolmente da Aldo Moro, aprì la strada ai
governi di solidarietà nazionale (cioè con la partecipazione di tutti i partiti) che negli anni
successivi si resero necessari di fronte alla grave situazione del paese, caratterizzata dal
fenomeno del terrorismo e dalla difficile situazione economica177.
Il terrorismo di destra agì soprattutto con attentati in luoghi pubblici, causando
gravissime stragi: dopo Piazza Fontana, ci furono le bombe in Piazza della Loggia a
Brescia e sul treno Italicus, nel 1974, e l’attentato alla stazione di Bologna, nel 1980.
Anche a sinistra, all’inizio degli anni ’70, si formarono gruppi terroristici, i quali
intendevano usare la lotta armata per favorire il rovesciamento del sistema capitalistico e
dello stato borghese178.
Le “Brigate rosse” (Br), la più importante di queste formazioni, venne fondata nel
1970: in un volantino del 20 ottobre di quell’anno annunciavano la loro nascita e si
definivano “organizzazioni operaie autonome…per combattere i padroni e i loro servi sul
loro terreno, alla pari”179.
I fondatori delle Br avevano esperienze diverse alle spalle: alcuni avevano partecipato
alle lotte studentesche del ’68 (come R. Curcio, leader del movimento trentino), altri
provenivano dai gruppi extraparlamentari, altri avevano militato nel Pci, altri ancora
lavoravano in fabbrica e avevano vissuto direttamente le agitazioni dell’autunno caldo.
175 Certamente grande impressione suscitarono in quell’anno i fatti del Cile, dove il presidente della
Repubblica, il socialista Salvador Allende, fu rovesciato da un colpo di stato militare e ucciso, mentre il
potere fu assunto da Augusto Pinochet, che instaurò un regime autoritario. “Il colpo di stato in Cile del ’73
agli occhi di Berlinguer prefigurava un possibile esito della crisi italiana” ( P. SCOPPOLA, La repubblica dei
partiti, cit., p. 392).

176 G. MAMMARELLA, L’Italia contemporanea, cit., p. 383.
177 In seguito alla guerra arabo-israeliana del 1973 (guerra del Kippur), i paesi arabi imposero un blocco
petrolifero, causando così una “crisi energetica” che colpì tutti i paesi industrializzati, in particolare quelli,
come l’Italia, che per il petrolio dipendevano totalmente dall’estero. Il 1973 segnò in questo modo la fine della
“età d’oro del capitalismo”. Si veda a tal proposito ERIC J. HOBSBAWM, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei
grandi cataclismi, Milano, Rizzoli, 1995, p. 471 sgg.
178 Nella scelta della lotta armata clandestina i terroristi furono influenzati anche dal modello della guerriglia
latino-americana. In particolare i Gap (Gruppi di azione partigiana), fondati a Milano dall’editore
Giangiacomo Feltrinelli, progettavano di suscitare una insurrezione sull’esempio della guerriglia
sudamericana. Si veda A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p. 277.
179 R. LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo, cit., p. 255.

Dopo una prima fase di attentati incendiari e sequestri di magistrati e industriali (fra il
’72 e il ’75), le Br conobbero una svolta: a partire dal 1976 l’omicidio entrò a far parte della
strategia dei terroristi, i cui bersagli principali erano poliziotti, magistrati e giornalisti.
Nel 1977 il paese fu investito da una nuova ondata di proteste giovanili: gli studenti
iniziarono mobilitandosi contro la legge Malfatti (dal nome del ministro dell’Istruzione
Franco M. Malfatti) che intendeva introdurre il numero chiuso nelle università, andando
così contro “quel principio della università di massa introdotto nel ‘68”180.
Tutti ebbero la sensazione di trovarsi di fronte ad un nuovo “Sessantotto”, ma in
realtà erano significative le differenze tra i due movimenti. Innanzitutto il “Settantasette”
fu un fenomeno esclusivamente italiano (niente a che vedere con la dimensione
“planetaria” del ’68), e poi era diversa la situazione socio-economica dell’Italia: gli anni
del boom economico erano finiti e, dopo la crisi del ’73, molto grave era il problema della
disoccupazione, in particolare quella giovanile.
Il ricorso alla violenza fu più frequente nel ’77: lo scontro con le forze dell’ordine
spesso era volutamente cercato, non occasionale. “Lo scontro con la polizia – ricorda
Giachetti – divenne da parte di alcune componenti un modo di stare in piazza e di
manifestare. Non si trattava più di difendersi dalle cariche e dalle aggressioni, ma di
attaccare le forze dell’ordine”181.
Certamente il clima del paese, con la crescente violenza dei terroristi, era molto
diverso rispetto a dieci anni prima. Il movimento del ’77 contestava duramente il Pci, da
poco entrato nella maggioranza di solidarietà nazionale, e i sindacati: il segretario della
Cgil Luciano Lama venne aggredito durante un comizio all’università di Roma, nel
febbraio di quell’anno.
La nuova contestazione giovanile fu, comunque, un fenomeno limitato nel tempo, ma
ebbe come conseguenza “il passaggio di alcuni ex settantasettini alle formazioni armate
clandestine, che conobbero allora una fase di relativa espansione”182.
Gli anni compresi tra il 1977 e il 1980 costituirono il periodo più difficile della storia
repubblicana, culminato con il rapimento (16 marzo 1978) e l’uccisione (9 maggio 1978),
da parte delle Br, di Aldo Moro, allora presidente della Dc.
La strategia delle Br “con il rapimento Moro colpiva frontalmente lo stato e la classe
politica in uno dei suoi più prestigiosi rappresentanti”183. Nello stesso tempo, però,

180 Ibidem, p. 273.
181 D. GIACHETTI, Oltre il Sessantotto, cit., p. 179.
182 Ibidem, p. 183.

l’assassinio di Moro contribuì a mettere in crisi il terrorismo: di fronte alla tragica vicenda
si crearono dissensi all’interno delle Br stesse e molti presero le distanze dalla lotta
armata.
Negli anni successivi, grazie alla fermezza dello stato, che si rifiutò sempre di trattare
con i terroristi, al potenziamento delle forze di polizia e alla introduzione della cosiddetta
“legge sui pentiti” (che prevedeva sconti di pena per chi collaborava con la giustizia), il
terrorismo venne gradualmente sconfitto.
All’inizio degli anni Ottanta giunse così al termine anche l’esperienza della solidarietà
nazionale, che lasciava il posto ad una nuova coalizione di centro-sinistra, formata da Dc,
Psi, Psdi, Pri e Pli (governo pentapartitico).
Nell’autunno del 1980 la sconfitta dei sindacati e delle agitazioni degli operai della
Fiat (che protestavano contro la decisione dell’azienda di ridurre drasticamente il
personale) segnò “la fine di un’epoca in cui i movimenti sociali e il conflitto sociale
dominarono il linguaggio e gli orizzonti di una generazione e occuparono l’agenda politica
dei governo”184.
Si concludeva, insomma, la lunga stagione di lotte iniziata con il ’68.

CAPITOLO 4
UN CASO LOCALE: IL “SESSANTOTTO” NELLE MARCHE

183 G. MAMMARELLA, L’Italia contemporanea, cit., p. 453. Così le Br definirono Moro nel loro primo
comunicato dopo il rapimento: “[…] dopo il suo degno compare De Gasperi è stato fino ad oggi il gerarca più
autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di quel regime democristiano che da trenta anni opprime il
popolo italiano […], l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste”. Cit. in SERGIO
ZAVOLI, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992, p. 259.
184 R. LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo, cit., p. 317. Sui fatti dell’autunno ’80 alla Fiat si veda anche
CAMILLO BREZZI, Anni di crisi, anni agitati, anni di transizione, in Storia e problemi contemporanei, n. 30,
2002, p. 12.

4.1: La cultura giovanile nelle Marche degli anni ‘60
Alle soglie degli anni ’60 la regione si trovava in una condizione socio-economica
abbastanza “arretrata” rispetto al boom che stava investendo altre zone d’Italia: gran parte
della popolazione marchigiana era impiegata nell’agricoltura (ancora legata, per lo più, al
modello mezzadrile), lo sviluppo industriale era alquanto scarso (le poche “isole
industriali” erano rappresentate da realtà prebelliche, come le industrie della carta e degli
strumenti musicali o il Cantiere Navale di Ancona185), forte era il fenomeno
dell’emigrazione.
Le Marche risaltavano, dunque, come “un caso di agricoltura intensa e di industria
carente”186. In questo contesto regionale (che sarebbe mutato solo nel corso del decennio
’60-’70), e in un quadro politico generale dominato dalla crisi del centrismo, si ebbero i
primi segnali di un nuovo atteggiamento dei giovani marchigiani nei confronti della
politica.
I fatti del luglio 1960, con le manifestazioni e le proteste che portarono alla caduta del
governo di Fernando Tambroni (originario, fra l’altro, di Ascoli Piceno), costituirono
anche nelle Marche un momento di grande importanza: analogamente a quanto avvenne in
molte città italiane, i “ragazzi con le magliette a strisce” fecero la loro comparsa nelle
piazze delle città marchigiane (una grande manifestazione si tenne, ad esempio, in Piazza
Cavour ad Ancona) per protestare contro un governo appoggiato dalla destra neofascista.
Per molti giovani questa mobilitazione segnò il “debutto” sulla scena politica: dopo il
luglio ’60 tanti sentirono “la necessità di impegnarsi in prima persona nella lotta
politica”187.
Nei primi anni ’60 cominciarono, così, a diffondersi vari giornali studenteschi che si
occupavano di argomenti politici e nacquero alcuni circoli culturali frequentati soprattutto
da giovani188. Ad Ancona i primi giornalini degli studenti pubblicati in quel periodo furono
“Aula Magna” e “Il brogliaccio” (che continuò le sue pubblicazioni fino al 1968):
affrontavano temi di carattere generale legati al mondo giovanile e analizzavano i problemi
delle scuole della città.

185 CARLO ZACCHIA, Il quadro economico regionale dal dopoguerra a oggi, in SERGIO ANSELMI (a cura
di), Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. Le Marche, Torino, Einaudi, 1987, p. 396.
186 PATRIZIA SABBATUCCI SEVERINI, L’aurea mediocritas: le Marche attraverso le statistiche, le inchieste
e il dibattito politico-economico, in SERGIO ANSELMI (a cura di), Le Marche, cit., p. 231.
187 BRUNO BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo. Giovani e politica negli anni ’60 ad Ancona, raccontati
da uno che c’era, Ancona, Marcelli, 1992, p. 21.
188 Sui giornali e i circoli giovanili si veda B. BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo, cit., pp. 21-42.

A Jesi, tra il 1955 e il 1964, molto diffuso era “Il torrione”, periodico studentesco di
ispirazione cattolica. Un altro giornale importante per i giovani anconetani era “Scuola
nuova”, strumento di informazione dei giovani di sinistra. Dopo alcuni numeri ciclostilati,
“Scuola nuova” cominciò ad essere stampato, a partire dal dicembre del 1960: si
proponeva come “organo degli studenti democratici di Ancona, Fabriano, Jesi e
Senigallia”. Accanto alla testata veniva riportato l’art. 34 della Costituzione italiana: “La
scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria
e gratuita”189.
Vari erano gli argomenti trattati dal giornale: temi generali come il pacifismo
(“Dobbiamo essere la prima generazione che non fa la guerra”, si legge in un articolo del
marzo 1963190), l’emancipazione della donna e il suo ruolo nella società, l’ecologia (il
problema dell’ambiente cominciò ad essere sentito proprio in questo periodo di fronte ad
una crescita irregolare e caotica delle città), ma anche temi più propriamente e localmente
scolastici (il periodico analizzava la condizione dei principali istituti della provincia,
cercando di mettere in luce i problemi che più urgentemente andavano risolti, come
quello delle strutture scolastiche insufficienti).
Nel novembre del ’61 la redazione di “Scuola nuova” promosse ad Ancona una grande
manifestazione contro gli esperimenti atomici, che vide la partecipazione non solo di
moltissimi studenti, ma anche di alcuni operai del Cantiere Navale.
Fra i giovani della sinistra marxista era diffuso anche “A sinistra”, periodico della Fgci
(Federazione giovanile comunista italiana), pubblicato dal 1965 dopo alcuni numeri
ciclostilati. Il giornale riservava una particolare attenzione alla guerra del Vietnam (dando
anche notizia delle mobilitazioni dei giovani che, in America e in altre parti del mondo,
protestavano contro la “sporca guerra”) e alla condizione dei giovani operai nelle
fabbriche della regione.
Anche il mondo cattolico marchigiano fu attraversato in quegli anni dai fermenti postconciliari
del “dissenso cattolico”, testimoniato da varie pubblicazioni che comparvero
verso la fine degli anni ’60, come “Quale domani” (mensile che si definiva di
“controinformazione ecclesiale e politica”, pubblicato a Loreto), “Il coteno” (stampato a
Ostra) e “Marche 70”, rivista nata per opera di un gruppo di giovani dirigenti della Dc
maceratese e impegnata a riflettere sui cambiamenti della Chiesa cattolica dopo il Concilio
e sulle esperienze del “dissenso cattolico” nella regione.

189 Ibidem, p. 23.
190 Ibidem, p.25.

Tra il 1967 e il 1968 videro la luce anche i primi numeri dell’“Ideario”, giornale dei
giovani di destra, inizialmente stampato a Falconara. Divenne successivamente l’organo
della Federazione giovanile del Msi, con il sottotitolo “le idee della destra nazionale dalla
A alla Z”191.
Nel 1970 nacque ad Ancona il circolo “Il quadrato”, fondato dai giovani universitari
aderenti all’organizzazione di destra Fuan, mentre nelle scuole, già da tempo, era attiva la
“Giovane Italia”, legata al Msi.
Altri circoli frequentati dai giovani anconetani in quegli anni erano il circolo
“Resistenza”, nato nel 1965 come luogo di aggregazione per i militanti della sinistra, il
cineclub “La moviola”, fondato anch’esso da un gruppo di giovani di sinistra, e il circolo
“Maritain”, appartenente invece all’area cattolica.
Negli anni ’60, dunque, il mondo giovanile marchigiano era politicamente attivo,
impegnato in quelle lotte che, nello stesso periodo, stavano conducendo i giovani di altre
città italiane e di altri paesi. La battaglia per la pace, contro la guerra del Vietnam e contro
l’imperialismo americano, fu certamente uno dei principali motivi di mobilitazione per i
giovani della regione: in tutte le città molto frequenti erano le manifestazioni, i cortei e le
veglie per la pace (nel maggio del 1967 fu organizzato a Pesaro anche un grande raduno
regionale per il Vietnam), e non furono pochi i giovani marchigiani che parteciparono alle
manifestazioni nazionali di solidarietà con il Vietnam organizzate a Roma, Milano,
Firenze.
La moda, il tempo libero, la musica, il cinema: il mondo giovanile negli anni ’60 era,
come abbiamo già rilevato, in piena trasformazione. Tale cambiamento coinvolse,
naturalmente, anche i giovani delle Marche, proprio mentre la regione cominciava a
conoscere un certo sviluppo: comparvero i primi gruppi di “capelloni” e di “hippies”;
cominciò a dilagare la passione per i Beatles e per la musica rock (si formarono alcuni
gruppi musicali locali che si esibivano alle manifestazioni per il Vietnam); i ragazzi
cominciarono a vestire in modo più pratico e sportivo, mentre fra le ragazze si diffuse la
moda della minigonna; i libri più letti dai giovani della regione erano, nel 1967, “L’uomo a
una dimensione” di H. Marcuse e “Lettera a una professoressa” di Don Milani.
Intanto la scolarizzazione di massa, con i problemi ad essa legati, coinvolgeva anche le
scuole e le Università marchigiane, per lo più impreparate ad accogliere un numero di
studenti sempre in aumento. Il contesto, insomma, lasciava presagire che anche le Marche

191 Ibidem, p. 71.

avrebbero conosciuto il “Sessantotto” studentesco. Che infatti esplose nel febbraio del
1968, in concomitanza con l’accendersi delle lotte nella maggior parte delle scuole e delle
università italiane192.
4.2: Le lotte studentesche nelle Marche
Il 14 febbraio del 1968 la facoltà di Giurisprudenza di Macerata venne occupata per
tutta la giornata. Analogamente a quanto avveniva nelle altre università italiane, gli
studenti protestavano contro il progetto di legge Gui e contro l’autoritarismo accademico
e manifestavano la propria solidarietà agli studenti fiorentini, colpiti in quei giorni da una
dura repressione poliziesca193. Lo stesso giorno iniziarono a mobilitarsi anche gli studenti
della facoltà di Economia e Commercio di Ancona194.
Il giorno successivo a Urbino si svolse una affollata assemblea generale degli studenti
universitari (parteciparono in circa cinquecento): l’assemblea si dichiarò “permanente”e
approvò l’occupazione delle facoltà di Magistero, Lettere e Filosofia, occupazione iniziata
il 16 febbraio195.
Il 19 febbraio gli studenti di Economia e Commercio di Ancona, riuniti nel “Comitato
14 febbraio”, diffusero un comunicato:
“Da mercoledì 14 febbraio nella nostra facoltà le lezioni sono praticamente sospese […]. Vogliamo
informare gli studenti sui temi dibattuti nelle varie commissioni che si sono venute formando e che
attualmente continuano il loro lavoro nelle aule della facoltà. Le commissioni sono le seguenti:
1) abolizione degli esami e lavoro di gruppo;
2) studenti-lavoratori e diritto allo studio;
3) rapporto studenti- professori e piano di azione nella facoltà di Ancona.
Una quarta commissione, non ancora riunita, tratterà i problemi della rappresentanza
studentesca. L’istituzione di questa commissione è giustificata dalla constatazione che le attuali
strutture rappresentative […] hanno in questi giorni mostrato i loro punti deboli soprattutto nella

192 Ricordiamo che il periodo febbraio-giugno 1968 costituì l’apogeo del movimento studentesco italiano. Si
veda il capitolo 3, p. 67.
193 FABIO PETRINI, Giovani rivoluzionari. Le Marche e gli anni di piombo.1968-1978, Fermo, Andrea Livi
Editore, 1994, p. 7.
194 La facoltà di Economia era nata ad Ancona da poco tempo, nel 1959, e dipendeva ancora dall’Università
di Urbino. Solo nel 1982 si sarebbe resa indipendente e Urbino avrebbe istituito una propria facoltà di
Economia. Si veda DONATELLA FIORETTI, Università, seminari, scuole tecniche: la via marchigiana
all’istruzione, in S. ANSELMI (a cura di), Le Marche, cit., p. 751.
195 Resto del Carlino, 17 febbraio 1968.

capacità di portare avanti certi problemi, come quelli in discussione. Siamo convinti […] che è solo
dalla cosciente partecipazione di tutti gli studenti ai lavori di commissione che può risultare un
discorso completo che tenga conto di ogni possibile istanza, per il raggiungimento di una
ristrutturazione dell’Università che riteniamo improrogabile”196.
Il 5 marzo, pochi giorni dopo la “battaglia di Valle Giulia” a Roma, i carabinieri
intervennero per “sgomberare” un gruppo di studenti radunati di fronte alla facoltà di
Giurisprudenza di Camerino pronti all’occupazione. Lo stesso giorno venne occupata
anche la Facoltà di Economia di Ancona197. Nella notte una bomba carta esplose di fronte
al portone del Palazzo degli Anziani (sede della facoltà) e venne rinvenuto un cartello
intimidatorio in cui era scritto: “Se entro sabato l’Università non sarà libera, salterà”198.
L’occupazione, comunque, continuò. In un volantino dell’11 marzo, curato dal “Comitato
14 febbraio”, si legge:
“Per 6 giorni la facoltà di Economia e Commercio di Ancona è restata occupata. Nell’uscire
dall’occupazione gli studenti che vi hanno partecipato vogliono ribadire i motivi che li hanno spinti a
questa azione e indicare le prospettive che ad Ancona si aprono al movimento studentesco. La ragione
prima dell’occupazione è da ricercarsi nell’accusa al governo, alleatosi questa volta al potere
accademico nella repressione delle lotte che gli studenti di tutta Italia stanno conducendo per una
università diversa e più rispondente ai loro interessi. L’occupazione ha reso possibile
l’approfondimento del discorso sui problemi della didattica e una maggiore chiarezza sui temi già da
tempo individuati. Si è notato con soddisfazione un sempre maggiore interessamento da parte degli
studenti. […] Le discussioni nelle numerose assemblee e in commissione hanno permesso di giungere
ad un preciso piano di attuazione delle richieste che si sono venute formulando. Il piano stesso sarà ora
presentato al Corpo accademico, da cui si attende una risposta. La formazione dei gruppi di studio […] permetterà agli studenti di affermare e concretizzare il loro potere all’interno dell’università. E’ solo
con la cosciente determinazione degli studenti a risolvere i loro problemi che il processo di
rinnovamento iniziato può utilmente continuare”199.
La creazione dei gruppi di studio e la sostituzione dell’esame tradizionale con l’esame
di gruppo era una delle richieste principali del movimento studentesco in tutte le
università italiane, e quelle marchigiane non fecero eccezione. Gli studenti di Urbino

196 In Archivio Pagetta, (conservato all’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione delle
Marche, Ancona). Si veda anche Resto del Carlino, 25 febbraio 1968.
197 Resto del Carlino, 6 marzo 1968.
198 B. BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo, cit., p. 79.
199 In Archivio Pagetta, cit.

indicavano l’esame come un “efficace strumento selettivo della classe dominante”200, e
come tale da eliminare, mentre nella “Carta rivendicativa” per l’anno accademico 1967-’68
gli studenti di Economia e Commercio di Ancona scrivevano:
“La lezione cattedratica deve essere sostituita con una struttura – il gruppo di studio – che,
rovesciando gli attuali rapporti di potere, consenta agli studenti di far emergere i loro interessi e di
indirizzare il loro studio in quella direzione […]. I gruppi di studio devono essere costituiti ogni
qualvolta un numero sufficiente di studenti (almeno tre) ne faccia richiesta. Il gruppo si autogiudicherà,
con la consulenza del professore, in base al lavoro svolto; quindi i suoi componenti non saranno tenuti
a dare l’esame […]; deve rimanere fermo il principio per cui la valutazione non deve essere solo del
professore, il quale potrà solo indicare un voto di massima. La decisione deve venire dal gruppo”201.
Ben presto iniziò a diffondersi anche fra gli studenti marchigiani l’idea della necessità
di continuare le lotte legandosi al movimento operaio. Il 12 marzo un volantino del circolo
“Resistenza” di Ancona invitava studenti e lavoratori ad agire insieme, tentando di
coinvolgere non solo gli operai ma anche il mondo contadino (che nella regione rimase,
comunque, estraneo ad ogni tipo di lotta in quel periodo):
“Le lotte di questi ultimi tempi dimostrano come operai, contadini e studenti prendono coscienza
della loro posizione di sfruttati nelle fabbriche, in campagna e nelle università e che solamente dalla
coordinazione di queste forze può svilupparsi un movimento che abbia la capacità di contestare questo
sistema. Il peso maggiore di questa situazione ricade sulle spalle dei lavoratori, è quindi da loro che
deve venire, come avanguardia, una risposta politica realmente contestativa”202.
Gli studenti delle scuole superiori della regione non tardarono a farsi sentire,
rivendicando soprattutto il diritto all’assemblea e chiedendo l’abolizione di voti e
interrogazioni. Il movimento studentesco di Ascoli Piceno così scriveva, infatti, in un
volantino dell’aprile ’68:
“Studente, sai benissimo cosa è il voto. Significa essere promosso o bocciato, per questo studi
bestialmente tutto l’anno. Il voto è un falso interesse […]. Il tuo scopo diventa il prevalere sugli altri.
Tutto il tuo interesse è monopolizzato dal voto […]. Al giudizio espresso dal professore con questi

200 MOVIMENTO STUDENTESCO DI URBINO (a cura di), Il movimento studentesco nella libera università
del sottosviluppo, Urbino, Quaderni di “Ad libitum”, 1968, p. 15.
201 In Archivio Pagetta, cit.
202 Ibidem.

mezzi tu, povero numero di un registro, non hai nessuna possibilità di opporti. Questa è la democrazia
della scuola. Le istituzioni scolastiche italiane costituiscono il terreno per una valutazione senza un
criterio uniforme, fiscale e repressiva, abbandonata spesso ai personalismi dei professori e sono un
mezzo per riproporre le differenze tra le classi. Vogliamo una scuola in cui alle interrogazioni si
sostituisca un dialogo con gli insegnanti, vogliamo che lo studente abbia libertà di pensiero e di critica
[…]. E’ in nome di questa scuola, come noi a grandi linee la prospettiamo, che noi chiediamo:
l’abolizione dei voti, delle interrogazioni, dei compiti in classe, degli esami e di ogni altra cosa che
impedisce la democrazia e ostacola il progressivo sviluppo intellettuale che deve essere il fine ultimo
della scuola”203.
Il movimento anconetano degli studenti medi si batteva tenacemente per il diritto allo
studio:
“L’art. 34 della Costituzione sancisce il diritto per tutti di accedere ai più alti gradi dell’istruzione
indipendentemente dalla condizione economica e sociale. Come viene rispettato questo diritto? Su
sette milioni di studenti, solo settecentomila arrivano all’università; di questi solo il 2,8 per cento sono
figli di contadini, l’8,9 per cento sono figli di operai, la restante parte sono figli di liberi professionisti,
impiegati e imprenditori […]. Gli studenti chiedono l’applicazione della Costituzione e il superamento
di tutte le forme di discriminazione che esistono nella scuola italiana attraverso il presalario
generalizzato e l’accettazione del principio che lo studente è forza-lavoro in formazione”204.
Alla fine di aprile gli studenti universitari di Macerata videro respinte le varie richieste
fatte al Senato accademico, tranne quella riguardante la pubblicità dell’esame.
Il 2 maggio gli studenti di Ancona distribuirono un volantino con cui invitavano gli
operai del Cantiere Navale ad un incontro:
“I padroni qui ad Ancona, come a Torino, come a Valdagno, tentano di affermare sempre più il
loro potere aumentando lo sfruttamento in fabbrica […]. Di fronte a questa situazione non possono
bastare le rivolte individuali, si deve lottare tutti assieme, solo l’unità operaia consentirà di rompere il
potere del padrone, in fabbrica prima e nella società poi […]”205.

203 Si veda F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., p. 10.
204 In Archivio Pagetta, cit.
21 Ibidem.
22 MOVIMENTO STUDENTESCO DI URBINO (a cura di), Il movimento studentesco nella libera università
del sottosviluppo, cit., p. 15.
23 F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., p. 11. Anche Bravetti ricorda come in quel liceo il movimento
conobbe “forti punte di radicalizzazione” (B. BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo, cit., p. 80).

Il giorno seguente (3 maggio) anche ad Urbino si svolse una assemblea a cui
parteciparono studenti, impegnati nell’occupazione dell’università, e operai206.
Le lotte nelle scuole e nelle università si facevano, intanto, più intense, tanto da
causare, a volte, l’intervento delle forze dell’ordine. Ad esempio, verso la metà di maggio,
il preside del Liceo scientifico di San Benedetto del Tronto ricorse ai carabinieri “per non
far entrare a scuola gli elementi più turbolenti”207.
Tra la fine di maggio e i primi di giugno del ’68 anche il Festival del cinema di Pesaro
venne contestato dal movimento studentesco. Ricorda Anna Tonelli: “Oltre alla Mostra di
Venezia, il Movimento contesta anche un altro festival, quello di Pesaro, seppure di
tendenze più aperte e progressiste. Il motivo della polemica riguarda ancora una volta il
concetto di cultura aristocratica, affidata ad una manifestazione che diventa ‘palestra di
esercitazione degli intellettuali’. […] Nonostante il festival di Pesaro si interessi anche del
cinema latino-americano, uno dei canali di interesse del Movimento, tuttavia viene
osteggiata l’idea di una vetrina cinematografica che comunque rientra nei meccanismi del
sistema di potere”208.
Il 16 giugno si tenne il primo Congresso del movimento studentesco urbinate. Nel
documento elaborato in quella occasione si legge, fra l’altro:
“Il Movimento Studentesco è movimento rivoluzionario anti-capitalista, internazionalista. Da
questa indicazione ideologica consegue immediatamente che il lavoro politico del Movimento deve
avvenire contemporaneamente dentro e fuori la scuola e che anche il lavoro dentro l’università investe,
per il suo carattere politico rivoluzionario, tutte le strutture della società capitalistica. Da questa
indicazione ideologica, e secondo la logica induttiva del lavoro politico del Movimento, consegue
altresì il metodo della conduzione della lotta, e cioè la democrazia diretta, il rifiuto di ogni delega e
burocratizzazione. […] Il Movimento studentesco riconosce come proprio interlocutore diretto la
classe operaia e contadina e ribadisce la sua piena autonomia rispetto ai partiti politici […]. Il
Movimento non è una organizzazione sindacale, perciò esso non si propone di assorbire tutte le
funzioni di un organismo rappresentativo bensì di sviluppare determinate, anche poche lotte sindacali
ma condotte secondo un metodo rivoluzionario, e cioè non attraverso la contrattazione ma attraverso la
contestazione”209.

208 A. TONELLI, Impegno e disimpegno, contestazione ed evasione. Cinema, teatro, musica nel Sessantotto,
cit., p. 116. Si veda anche il Resto del Carlino, 7-8 giugno 1968.
209 MOVIMENTO STUDENTESCO DI URBINO (a cura di), Il movimento studentesco nella libera università
del sottosviluppo, cit., p. 45-46.

Anche durante la pausa estiva non mancarono, per i giovani marchigiani, le occasioni
per protestare. Il 21 agosto 1968 (giorno dell’invasione sovietica a Praga) i giovani della
Fgci di Ancona stilarono un comunicato che condannava molto duramente la risposta di
Mosca alla “primavera di Praga”; il volantino venne distribuito un po’ in tutta la città,
specialmente davanti alle scuole e al Cantiere Navale. Nel corso della giornata si
registrarono vari scontri fra giovani di sinistra e studenti di destra210.
La stessa sera, a Porto San Giorgio, un gruppo di ragazzi, appartenenti alla Lega dei
comunisti marxisti leninisti, entrò in un locale dove si stava svolgendo una festa e, con
l’uso di un megafono, iniziò a recitare le massime di Mao Tse-Tung211.
A ottobre, con l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Città del Messico, le federazioni
provinciali del Pci e della Fgci di Ancona distribuirono un volantino contro la repressione
subita dal movimento studentesco messicano:
“Il Messico sta vivendo giorni tragici. Il governo messicano, con la scusa di voler far svolgere le
Olimpiadi in ‘tranquillità’, terrorizzato da una ripresa del movimento nazionale e rivoluzionario,
sempre più succube dell’imperialismo statunitense e seguendo l’esempio delle feroci dittature
sudamericane, sta affogando nel sangue i sentimenti di giustizia e libertà dei giovani messicani […]. Lo
sport è simbolo di pace, di amicizia, di fraternità. Le “Olimpiadi dei granaderos” significano violenza,
repressione, morte”212.
A novembre, con l’inizio delle lezioni, il movimento studentesco riprese la propria
attività nelle università della regione. Ad Ancona venne organizzata una assemblea degli
studenti-lavoratori e degli studenti fuori sede della facoltà di Economia e Commercio.
Questo il resoconto dell’assemblea:
“E’ facile rendersi conto della sfavorevole posizione in cui si è trovato sinora lo studentelavoratore
o fuori sede, ad esempio in sede di esame: davanti al professore lo studente-lavoratore si
rende conto della distanza che lo separa dagli altri studenti e dai professori. Lo studente-lavoratore non
parla nel modo giusto, non usa il vocabolario del professore, non ha letto il tal libro consigliato, ma
soprattutto ‘non si è mai fatto vedere a lezione’. Per i professori sono queste le colpe dello studente-

210 B. BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo, cit., p. 43-44.
211 F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., p. 12.
212 In Archivio Pagetta, cit.

lavoratore, che alla fine si rende conto che non può pretendere più di un 18, quando non si sente
rispondere che è meglio che ritorni dopo due o tre mesi […].”213
La protesta contro la guerra in Vietnam continuava ad essere uno dei punti forti delle
lotte giovanili. In occasione della proiezione del film “I berretti verdi” (incentrato proprio
sul conflitto vietnamita) a Civitanova Marche, nella notte fra il 23 e il 24 novembre vennero
incendiati i cartelloni pubblicitari del film e rotti alcuni vetri del cinema, mentre il giorno
seguente, durante la proiezione, venne lanciato un barattolo di liquido nero contro lo
schermo214.
Il 6 dicembre venne occupata la facoltà di Giurisprudenza a Camerino. Il giorno dopo
l’occupazione si estese a tutte le altre facoltà della città. Fra le varie richieste, quella di una
riforma delle borse di studio e di un maggior numero di appelli, in modo da poter
sostenere gli esami ogni mese dell’anno accademico215. A metà dicembre gli studenti
maceratesi avanzarono nuove richieste: un riordinamento dei piani di studio, un appello
mensile per i fuori corso, l’abolizione della firma di frequenza, l’incentivazione dei
“seminari di studio”, due appelli d’esame alla sessione di febbraio216.
Il 16 e 17 dicembre ad Ancona ci furono grandi manifestazioni degli studenti
universitari e medi, che già da tempo chiedevano l’istituzione di due facoltà scientifiche
nella città (Medicina e Ingegneria):
“Nonostante le premurose e interessate promesse di tutti i partiti politici, non è stato fatto nessun
passo avanti a riguardo. E’ chiaro che questa situazione si ripercuote soprattutto sul diritto allo studio e
sulle famiglie che non hanno la possibilità economica di far studiare i propri figli in altre città […]”217.
Tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969 la maggior parte degli studenti medi
marchigiani prese parte alle agitazioni studentesche: “le lotte che si sviluppa[va]no negli
Atenei rappresenta[ro]no una spinta oggettiva alla entrata in campo anche degli studenti

213 Ibidem.
214 F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., p. 11. Si veda anche Il Messaggero, 25 novembre 1968.
215 B. BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo, cit., p. 80.
216 Resto del Carlino, 17 dicembre 1968.
217 In Archivio Pagetta, cit. Si veda anche il Resto del Carlino, 17-18 dicembre 1968. Nel 1969 si decise di
istituire ad Ancona le facoltà di Medicina e Ingegneria, attivate dall’anno accademico 1970-71. Sempre nel
’69 venne istituita a Macerata la facoltà di Scienze Politiche. Si veda D. FIORETTI, Università, seminari,
scuole tecniche: la via marchigiana all’istruzione, cit., p. 751.

medi ad Urbino, Macerata, Camerino, Ancona, Jesi, Recanati, Fermo e soprattutto San
Benedetto”218.
Anche il problema della inadeguatezza delle strutture universitarie venne affrontato
dal movimento studentesco della regione. Così gli studenti presentavano la situazione di
Economia e Commercio ad Ancona, in un volantino del 4 febbraio 1969:
“6 professori e 4 assistenti di ruolo. 4 aule per 1600 studenti. L’unico collegio di Ancona può
ospitare una decina di persone. In questo quadro si fa sempre più vicina la prospettiva di una prossima
chiusura della facoltà. Altro che facoltà di Ingegneria e Medicina! Se si va avanti così tra poco non
avremo neanche quella di Economia”219.
Problemi simili aveva anche l’università di Urbino:
“Le facoltà di Lettere, Magistero, Legge e Farmacia sono tutte raccolte in un unico ristretto
edificio, il quale ultimo dispone di una biblioteca con 60 posti-lettura e di 18 piccole aule, con un
rapporto quindi di circa 500 studenti per aula. Quanto alle infrastrutture cittadine, i posti-letto messi a
disposizione dall’università – College, Casa dello Studente – sono grosso modo 200. […] L’unica
mensa universitaria non corrisponde nemmeno ad esigenze minime, e quanto infine alle infrastrutture
culturali, esse sono assolutamente fantomatiche”220.
Il 19 febbraio gli studenti di Economia e Commercio di Ancona decisero, dopo una
assemblea generale, una nuova occupazione della facoltà. Il 5 marzo la polizia intervenne
per sgomberare gli studenti. In seguito a tale azione, la facoltà venne tappezzata di
volantini del movimento studentesco:
“Le ragioni dell’intervento repressivo vanno in realtà oltre la situazione specifica della facoltà e
sono da ricercarsi in un piano generale di repressione che il potere politico favorisce apertamente nel
tentativo di bloccare le giuste rivendicazioni degli studenti ad Ancona come a L’Aquila, a Roma, a
Fermo, a Pescara, a Pavia, a Milano…Non è con gli idranti e i manganelli né con le denunce e gli arresti
che si può sperare di risolvere i problemi della scuola”221.

218 B. BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo, cit., pp.80-81.
219 In Archivio Pagetta, cit.
220 MOVIMENTO STUDENTESCO DI URBINO (a cura di), Il movimento studentesco nella libera università
del sottosviluppo, cit., p. 7.
221 In Archivio Pagetta, cit.

Neanche i professori e gli assistenti rimasero indifferenti di fronte all’intervento della
polizia. In un volantino del 6 marzo (scritto da studenti e docenti) si legge:
“Per la prima volta ad Ancona le forze dell’ordine hanno invaso la facoltà di Economia e
Commercio per porre fine all’occupazione degli studenti […]. Questo è stato l’ultimo atto di
repressione nel mondo della scuola dopo lo sgombero degli Istituti tecnici e professionali di Ancona e
la denuncia di duecento studenti. Le ragioni dell’intervento vanno oltre la situazione specifica di
Ancona e sono da ricercarsi in un piano generale di repressione che il potere politico favorisce
apertamente, nel tentativo di varare un ‘riforma’ che, ormai deteriorata, appare incapace di soddisfare
le istanze più avanzate del mondo della scuola. Di fronte ad un simile disegno, i professori, gli assistenti
e gli studenti:
– elevano la loro più vibrata protesta;
– ribadiscono con fermezza che i mali della scuola non si risolvono con interventi di ordine
pubblico, che anzi li aggravano;
– dichiarano la loro intenzione di proseguire nella lotta”222.
Il 16 aprile del 1969 il movimento studentesco occupò nuovamente l’università di
Urbino, dando vita ai “Collettivi di studio”: l’esame di gruppo avrebbe sostituito i vecchi
esami tradizionali. Un gruppo di studenti propose, a questo proposito, drastiche
soluzioni:
“Rendersi conto dei professori che non sono favorevoli ai collettivi e cercare di imporglierli con
azioni di guerriglia (disturbare e impedire le lezioni e, al limite, segregare il rettore e i professori in
alcune aule fino a che non hanno riconosciuto le richieste degli studenti, come è avvenuto in altre
università) e cioè attacco continuato e individuale fino al limite della resistenza fisica dei docenti che
non sono favorevoli e non hanno firmato il documento”223.
Nella prima metà del ’69, dunque, non mancarono occupazioni universitarie e
manifestazioni, ma anche nelle Marche il movimento studentesco era ormai in declino.
Con l’autunno di quell’anno, come abbiamo già notato nel capitolo precedente, le lotte
passarono nelle mani degli operai e solo alcuni gruppi di studenti proseguirono la loro

222 Ibidem.
223 F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., p. 20.

attività di protesta davanti alle fabbriche. Per tutti gli altri la grande stagione del
“Sessantotto” poteva dirsi sostanzialmente conclusa, a parte qualche ultimo fermento nei
primi anni ’70 (ci furono brevi occupazioni nelle università di Urbino, Ancona, Camerino
e in alcune scuole superiori della regione224) e nel 1977, quando per breve tempo la
contestazione sembrò riprendere vigore, soprattutto ad Urbino225.
Concludendo, possiamo affermare che il mondo universitario marchigiano rimase
“pressoché immune dalle grosse punte di contestazione studentesca”226, come ha ricordato
Donatella Fioretti: gli atenei della regione, piccoli e sostanzialmente tranquilli,
ritornarono gradualmente alla normalità all’inizio degli anni ’70.
Va comunque ricordato che il caso marchigiano, come quello di tante altre università
italiane di piccole e medie dimensioni, sta a testimoniare un elemento saliente del
“Sessantotto” nel nostro paese: in Italia non è esistito un unico centro propulsore della
protesta, come è avvenuto, invece, in altri stati (ad esempio Berkeley per gli Usa, Berlino
per la Germania, Nanterre e la Sorbona per la Francia); in Italia “ogni ateneo ha avuto il
suo ’68 e dove mancava una sede universitaria la mobilitazione studentesca è stata
promossa dagli studenti medi”227.
Come abbiamo visto, i grandi temi della contestazione giovanile, nazionale e
internazionale, hanno coinvolto pienamente gli studenti marchigiani: l’opposizione alla
guerra del Vietnam, la lotta all’autoritarismo accademico e all’esame tradizionale visto
come inutile mezzo di selezione, il rifiuto delle vecchie associazioni goliardiche, la pratica
dell’assemblea come unica forma di democrazia diretta, l’opposizione al progetto di legge
Gui, la protesta per le insufficienti strutture scolastiche e, infine, la volontà di continuare
la lotta con la collaborazione della classe operaia, dando così vita anche nelle Marche a
importanti formazioni della sinistra extraparlamentare.
Questi gruppi, come è stato sottolineato nel precedente capitolo, nacquero verso la
fine degli anni ’60 (per lo più tra 1968 e 1969) in contrapposizione ai partiti della sinistra
tradizionale, criticati per aver perso la loro “impostazione rivoluzionaria”228.
Nelle Marche le formazioni più importanti della sinistra extraparlamentare furono
“Lotta Continua” (le sedi più organizzate erano quelle di Ancona e San Benedetto),
“Avanguardia Operaia”, il gruppo “IV Internazionale”, molto attivo nelle scuole, e “Il

224 Ibidem, pp. 23-29.
225 F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., pp. 54-57.
226D. FIORETTI, Università, seminari, istruzione tecnica: la via marchigiana all’istruzione, cit., p. 752.
227 M. FLORES – A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, cit., p. 196.
228 Sulla nascita della sinistra extraparlamentare si veda il capitolo 3, pp. 98-99.

Manifesto”, formazione che contava fra i suoi militanti diversi operai del Cantiere navale
di Ancona229. Naturalmente, non mancarono, in quel periodo, scontri (davanti alle scuole
o durante le manifestazioni) tra gli appartenenti a questa “nuova sinistra” e giovani del
Fuan o di organizzazioni neofasciste che si muovevano alla destra del Msi, come il gruppo
“Ordine Nuovo”.
L’impegno dei gruppi extraparlamentari era rivolto soprattutto a promuovere la
mobilitazione operaia, ma bisogna ricordare, comunque, che nelle Marche le lotte operaie
non raggiunsero l’intensità delle proteste nelle grandi fabbriche del nord: la regione era
ancora poco industrializzata ed era pressoché assente la figura dell’“operaio-massa”,
generalmente immigrato e poco qualificato, che fu il principale protagonista dell’autunno
caldo nelle regioni settentrionali.
4.3: Le Marche e il terrorismo
Gli “anni di piombo” non risparmiarono le Marche, toccate da importanti frange del
terrorismo nero e rosso.
Il terrorismo di destra trovò terreno fertile nella zona di Ascoli Piceno, che divenne
una sorta di “centrale di smistamento” delle armi e dell’esplosivo per i gruppi di estrema
destra230. Le inchieste condotte nel corso degli anni ’70 confermarono gli stretti legami
esistenti tra i terroristi delle “Squadre d’Azione Mussolini” (SAM) e l’estrema destra
ascolana.
Le prime azioni di questi gruppi iniziarono nel 1972: il primo gennaio una bomba
danneggiò una parte del Palazzo di Giustizia di Ascoli e qualche giorno dopo una carica di
dinamite distrusse il ripetitore televisivo di Colle San Marco231. Un esponente di primo
piano della destra eversiva, originario di quella zona, era Gianni Nardi: arrestato nel
settembre del 1972 mentre, con altre due persone (una delle quali implicata nel “colpo di

229 B. BRAVETTI, Volevamo cambiare il mondo, cit., pp. 87-93. Sulle vicende di Lotta Continua ad Ancona si
veda SERGIO SINIGAGLIA, Di lunga durata, Ancona, Affinità Elettive, 2002.
230 A questo proposito Fabio Petrini ricorda che, durante le indagini condotte dopo la bomba sul treno Italicus
(1974), la polizia trovò in casa di un esponente fiorentino dell’estrema destra una carta geografica dell’Italia
centrale in cui “Ascoli Piceno, Muccia e Macerata facevano parte del gruppo di città contrassegnate con un
cerchietto nero, con la lettera D (deposito di armi?) e con un numero”. Si veda F. PETRINI, Giovani
rivoluzionari, cit., p. 34-35.
231 Ibidem, pp. 30-31.

stato Borghese”232), portava dalla Svizzera armi e materiale esplosivo, pochi giorni dopo
venne incriminato per l’omicidio del commissario Calabresi, risultando poi estraneo ai
fatti233. Gianni Nardi, coinvolto in altre azioni compiute dall’estrema destra, morì latitante
in un incidente stradale a Maiorca, nel settembre del 1976.
Nel novembre del 1972 in un casolare a Svolte di Fiungo, un paesino a pochi
chilometri da Camerino, i carabinieri scoprirono un deposito di armi ed esplosivo.
Inizialmente le indagini si concentrarono sugli ambienti dell’estrema sinistra (nel casolare
erano state trovate, infatti, anche delle liste in codice che sembravano rimandare a
esponenti del terrorismo rosso), e in particolare su quattro giovani della sinistra
extraparlamentare, ma in un secondo momento si fece strada anche l’ipotesi di un
coinvolgimento dei servizi segreti che avrebbero organizzato il tutto in funzione
anticomunista234. La vicenda rimase, comunque, irrisolta.
Oltre ai gruppi delle SAM, altre formazioni di estrema destra agirono nella regione
negli anni ’70: “Ordine Nuovo”, “Avanguardia Nazionale” e “Ordine Nero”, responsabili
di varie azioni terroristiche (soprattutto atti intimidatori e aggressioni a esponenti dei
partiti di sinistra o della sinistra extraparlamentare, ma anche attentati dinamitardi)235.
Anche il terrorismo rosso agì nelle Marche in quegli anni: le Brigate rosse operarono
nella regione attraverso due frange, quella di San Benedetto (la più attiva e organizzata) e
quella di Ancona-Falconara. Esordirono nel 1972, con due bombe-carta nei padiglioni
della Fiera della Pesca di Ancona236. Va, inoltre, ricordato che erano marchigiani due
membri “storici” delle Br: Mario Moretti (nato a Porto San Giorgio, divenne capo della
colonna romana, fu poi capo dell’organizzazione dopo l’arresto di Curcio, nel ’76, ed ebbe

232 Nel dicembre del 1970 il principe J. Valerio Borghese, ex ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, tentò
un colpo di stato, riuscendo solamente ad occupare con i suoi (un gruppo totalmente disorganizzato di ex
paracadutisti), il ministero degli Interni per qualche ora. L’azione viene ricordata anche come “golpe dei
pensionati” (A. LEPRE, Storia della prima Repubblica, cit., p. 246).
233 Il commissario Luigi Calabresi, che aveva condotto le indagini sulla strage di Piazza Fontana, venne
ucciso il 17 maggio 1972. Sedici anni più tardi un ex militante di Lotta Continua accusò dell’omicidio alcuni
esponenti del gruppo extraparlamentare (A. Sofri, O. Bompressi, G. Pietrostefani). Lotta Continua aveva
sempre indicato Calabresi come il responsabile della morte dell’anarchico G. Pinelli, precipitato, durante un
interrogatorio, dalla finestra del commissariato subito dopo la strage del 12 dicembre ’69. Nonostante
l’arresto dei tre, la vicenda rimane ancora oscura e controversa. Si veda S. TARROW, Democrazia e
disordine, cit., pp. 245-246.
234 Questa ipotesi venne condivisa anche da Stefano Delle Chiaie, appartenente ad un gruppo di estrema
destra (“Avanguardia Nazionale”). Si veda a questo proposito F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., pp. 33-
36.
235 Ibidem, pp. 45-50.
236 Corriere Adriatico, 9 maggio 1972.

un ruolo di primo piano nel rapimento e nell’uccisione di Moro) e Patrizio Peci (nato a
Ripatransone, fu il primo “pentito” nella storia delle Br).
A San Benedetto, dove si era trasferito nel 1962 e dove era entrato a far parte di Lotta
Continua, Peci costituì nel 1974 il Pail (Proletari armati in lotta). Ricorda Peci stesso nella
sua autobiografia: “Una parte di Lotta Continua, però, non voleva sentir parlare di lotta
armata e allora io e un gruppetto di altri compagni abbiamo fondato il Pail (Proletari
armati in lotta) e abbiamo cominciato a tenere delle riunioncine clandestine […]. All’inizio
eravamo una decina, poi una metà se ne è andata quando ha visto che facevamo sul serio.
In questi cinque o sei abbiamo fatto un paio di nuclei e abbiamo cominciato a bruciare
macchine di fascisti, a San Benedetto o a Fermo, dove andavamo a scuola quasi tutti”237.
Dopo il trasferimento di Peci a Milano e il suo ingresso nelle Br, nacque nella regione
il “Comitato marchigiano delle Brigate rosse” (1976), attivo fino ai primi anni ’80. Le
principali azioni del Comitato furono vari attentati a caserme dei carabinieri, a sedi della
Dc (l’iniziativa più grave fu l’assalto alla sede regionale della Dc ad Ancona, nel maggio del
’79) e del Msi e aggressioni ai danni di esponenti di tali partiti, di cui spesso venivano
incendiate o fatte esplodere le auto. Obiettivo dei brigatisti anche la Confapi
(Confederazione delle piccole e medie imprese), in quanto “associazione padronale” che
danneggiava i lavoratori: il 14 ottobre del ’76 cinque uomini armati del Comitato fecero
irruzione negli uffici di Ancona238.
Sempre a San Benedetto nel 1977 nacque un’altra formazione armata clandestina, il
Fronte combattente comunista (Fcc): dopo alcune rapine e vari attacchi incendiari contro
beni di esponenti della Dc locale, questo gruppo cessò di esistere nel 1979.
Patrizio Peci, intanto, dal 1977 era diventato capo della colonna torinese delle Br.
Come ricordato, si era allontanato dalle Marche nel ’74 per diventare un brigatista. “La
prospettiva della lotta armata – scrive Peci – di pochi contro tanti per la vittoria del mio
ideale mi affascinava. Non avevo la più pallida idea di come potesse essere la vita del
brigatista, il suo modo di esistere, ma anche questo andare verso l’ignoto mi affascinava
molto. Ero pronto”239.

237 PATRIZIO PECI, Io, l’infame, Milano, Mondadori, 1983, pp. 36-37.
238 F. PETRINI, Giovani rivoluzionari, cit., p. 58.
239 P. PECI, Io, l’infame, cit., p. 43.

Ma poco dopo l’assassinio di Moro, Peci cominciò ad avvertire i primi segni di una
crisi personale: “una crisi – ricorda – esclusivamente personale, psicologica. Ero stanco, a
pezzi: stanco delle rinunce e della tensione che comporta la clandestinità armata”240.
Il 19 febbraio del 1980, pochi giorni dopo l’approvazione della legge sui pentiti, Peci
venne arrestato a Torino. Dopo un incontro con il generale dei carabinieri Carlo Alberto
Dalla Chiesa, che guidava le operazioni anti-terrorismo, Peci decise di collaborare con la
giustizia: “eravamo sconfitti, militarmente e politicamente. Questa è stata la motivazione
della mia scelta, semplicemente”241.
Il “pentimento” di Peci contribuì in modo decisivo alla sconfitta del terrorismo. A
questo proposito ha notato, infatti, Mammarella: “Quelle di Peci [rivelazioni] forniscono
dati ed informazioni preziose sull’ubicazione dei gruppi e sul funzionamento
dell’organizzazione e segnano per il terrorismo un colpo da cui non si risolleverà più. Uno
dopo l’altro vengono smantellati covi e catturati capi e gregari. […] Il terrorismo è ormai in
agonia […]”242.
La collaborazione di Peci costò la vita a suo fratello Roberto, rapito dalle Br nel
giugno del 1981 e ucciso due mesi dopo.

CONCLUSIONI
Il ’68 è stato l’anno delle grandi contestazioni giovanili, che hanno coinvolto quasi
tutto il mondo: Stati Uniti, Europa, America Latina, Giappone.
La situazione internazionale, negli anni ’60, era caratterizzata dalla divisione in due
blocchi contrapposti di stati (quello occidentale, legato agli Usa, e quello orientale, sotto
l’egemonia dell’Urss), che si fronteggiavano nella “guerra fredda” (cioè in uno scontro
ideologico-politico), resa estremamente pericolosa dalla possibilità, per entrambi gli
schieramenti, di usare l’arma atomica e distruggere, quindi, l’intera umanità. Sul versante
politico tutti gli avvenimenti degli anni ’60 vanno, dunque, ricondotti a tale situazione; dal
punto di vista economico, invece, quel periodo si caratterizzò per il grande “boom”
economico nei paesi dell’Occidente industrializzato e per la conseguente nascita della

240 Ibidem, p. 173.
241 Ibidem, p. 194.
242 G. MAMMARELLA, L’Italia contemporanea, cit., p. 473.

cosiddetta “società dei consumi”. Un limitato sviluppo dell’economia ci fu anche nei paesi
dell’Europa orientale.
In tale contesto crebbe la “baby boom generation”, la generazione del dopoguerra: da
un lato la minaccia del ricorso all’uso della bomba atomica, dall’altro una situazione di
sviluppo economico e benessere. E proprio tale benessere consentì alla maggior parte dei
giovani degli anni ’60 di studiare più a lungo, di andare all’università (non più riservata
solo all’élite della società), di ritardare l’ingresso nel mondo del lavoro. L’età giovanile si
protrasse, così, nel tempo (fino ai trent’anni) e la “gioventù” divenne una categoria
autonoma, totalmente distinta dal mondo degli adulti: aveva la sua musica, la sua moda, il
suo linguaggio, i suoi giornali, i suoi miti. Ma proprio questa generazione, cresciuta
nell’agiatezza, cominciò ad un certo punto a provare “fastidio” verso quella società che,
se si era notevolmente sviluppata sul piano economico e materiale, rimaneva ancora
arretrata dal punto di vista della cultura e della mentalità. Influenzati anche da alcuni
pensatori (primo fra tutti il filosofo tedesco Herbert Marcuse, considerato l’ideologo del
’68), i giovani iniziarono a rifiutare la società “borghese” dei consumi, a protestare contro
l’autoritarismo presente nella scuola e nella famiglia, a combattere per cambiare una
scuola ritenuta classista e incapace di preparare alla vita, a manifestare contro una guerra
(quella del Vietnam) che stava provocando migliaia di morti, soprattutto giovani.
Venivano contestati gli Stati Uniti, che di quella guerra erano ritenuti responsabili;
ma anche l’Unione Sovietica era messa sotto accusa: il comunismo russo era troppo
burocratizzato e autoritario. Meglio guardare, allora, ad altre forme di comunismo, più
rivoluzionario: Che Guevara, Mao Tse-Tung e Ho Chi-Minh divennero i nuovi miti dei
giovani del ’68.
Una caratteristica fondamentale del “Sessantotto”, sottolineata da tutti gli storici, è la
sua dimensione “planetaria”: la contestazione giovanile avvenne quasi simultaneamente in
molte parti del mondo.
Tale elemento può essere spiegato facendo riferimento al fatto che in quegli anni si
era venuta formando una “coscienza planetaria”243, e questo avvenne per vari motivi: la
minaccia atomica, che riguardava tutta l’umanità, fece sì che persone di paesi diversi
sentissero di avere un destino comune; lo sviluppo delle comunicazioni di massa nonché
l’uso del satellite, iniziato proprio in quel periodo, diffusero l’idea di un mondo più unito
(proprio in quegli anni Marshall McLuhan cominciava a parlare di “villaggio globale”);

243 P. ORTOLEVA, I movimenti del ’68 in Europa e in America, cit., p. 46.

infine non bisogna trascurare il potere “unificatore” che ebbero i nuovi prodotti di
consumo. Gli elementi-chiave della contestazione giovanile erano gli stessi un po’
dovunque: opposizione alla guerra del Vietnam, pacifismo, antiautoritarismo, rifiuto della
società borghese e via dicendo.
Ciò, tuttavia, non deve farci perdere di vista l’importanza che, nel “fenomeno
Sessantotto”, ha rivestito ogni singolo contesto nazionale. Ad esempio, negli Usa la
contestazione fu strettamente legata non solo al problema della guerra nel Vietnam, ma
anche alla mobilitazione degli afro-americani, e proprio in America, sulla scia della beat
generation degli anni ‘50, nacque la cultura alternativa degli “hippies”. Nell’Europa
occidentale il movimento studentesco fu più politicizzato: si proponeva, infatti, come
nuova forza rivoluzionaria che avrebbe sostituito i partiti della sinistra tradizionale,
ritenuti ormai “integrati nel sistema”.
Nell’Europa orientale, invece, gli studenti si battevano per avere più libertà e
democrazia, analogamente a quanto facevano i loro coetanei che vivevano in paesi retti da
governi autoritari (come in Spagna, in Grecia, in Messico). La contestazione giovanile
toccò anche il Giappone: qui la protesta si caratterizzò per le sue posizioni fortemente
antiamericane.
In Italia, dove alla fine degli anni ‘60 il governo di centro-sinistra mostrava tutta la sua
debolezza, la contestazione iniziò, in alcuni atenei, già nei primi mesi del ’67 , per toccare
il suo punto massimo nella primavera del ’68, quando le lotte studentesche coinvolsero
tutte le università e gran parte delle scuole superiori italiane. In questa fase il movimento
conobbe una certa radicalizzazione: i giovani cercavano di estendere la protesta all’intera
società, mentre sempre più frequenti erano gli scontri con la polizia. Quando,
nell’autunno del 1968, il movimento studentesco entrò in crisi, molti giovani si spostarono
davanti alle fabbriche per proseguire le lotte.
Nascevano, così, i primi gruppi della “sinistra extraparlamentare”, formazioni
politiche, antitetiche ai partiti della sinistra, che cercavano di mobilitare la classe operaia,
favorendo l’incontro fra studenti e operai. Le lotte operaie del ’69 furono influenzate
certamente dal movimento studentesco (ad esempio nella pratica dell’assemblea e nel
rifiuto della delega) e furono sostenute dagli studenti e dai gruppi extraparlamentari.
Diversamente da quanto avvenne negli altri paesi, l’unione studenti-operai in Italia si
realizzò effettivamente, anche se per un breve periodo. Infatti i sindacati, dapprima
contestati, riuscirono a riprendere in mano la situazione e a garantire agli operai aumenti
salariali e migliori condizioni di lavoro. I militanti dei gruppi extraparlamentari, che
pensavano già alla rivoluzione a fianco degli operai, ne uscirono sconfitti e per alcuni di
loro si aprì la strada della lotta armata.
L’Italia degli anni ’70 fu attraversata, infatti, dal fenomeno del terrorismo, di destra e
di sinistra. I terroristi “neri”, con la lotta armata e le stragi, cercavano di favorire una
svolta in senso autoritario dello stato, mentre i terroristi “rossi” ritenevano la lotta armata
(non stragista, ma mirata verso personalità di spicco delle istituzioni) l’unico mezzo per
abbattere lo stato “borghese”. Ma, grazie soprattutto alla collaborazione dei “pentiti” e al
rafforzamento delle forze dell’ordine, il terrorismo venne gradualmente sconfitto nei
primi anni ’80.
Tutti gli atenei italiani, grandi e piccoli, conobbero il “Sessantotto”. Le Marche non
fecero eccezione: a partire dai primi mesi del ’68 tutte le università della regione (Urbino,
Ancona, Macerata, Camerino) iniziarono a mobilitarsi con occupazioni e manifestazioni,
coinvolgendo in breve tempo anche gli studenti medi. Certamente, però, le lotte
studentesche marchigiane non furono particolarmente intense, né i motivi delle proteste
originali. Come emerge chiaramente dai volantini e dai documenti del movimento
studentesco della regione, i temi della contestazione erano quelli “classici” che
accomunavano ovunque tutti gli studenti: critica della scuola e dei suoi insegnamenti
ritenuti antiquati, protesta per le insufficienti strutture scolastiche e universitarie,
antiautoritarismo, opposizione alla guerra del Vietnam: niente di nuovo, dunque.
Con la crisi del movimento studentesco anche nelle Marche si formarono alcuni
gruppi della sinistra extraparlamentare, impegnati soprattutto nel tentativo di estendere le
lotte al mondo operaio. Ma l’autunno caldo non fu particolarmente intenso nella regione:
le fabbriche erano ancora poche (la vera industrializzazione marchigiana sarebbe avvenuta
nel corso degli anni ’70), la manodopera era per lo più locale e non esisteva la figura
dell’operaio immigrato che nelle grandi fabbriche del nord era al centro delle lotte
operaie.
Il fenomeno della lotta armata, tuttavia, non risparmiò le Marche: il terrorismo di
destra coinvolse soprattutto la zona di Ascoli Piceno, mentre un importante nucleo delle
Br si formò a San Benedetto: provenivano da questa zona due membri “storici”
dell’organizzazione, Mario Moretti, capo delle Br al tempo del rapimento di Aldo Moro, e
Patrizio Peci, primo terrorista “pentito”.
La contestazione giovanile del ’68, in conclusione, ha segnato profondamente la
storia e la cultura di molti paesi. E’ stato un fenomeno non immune da limiti e
contraddizioni: la nascita di vari leader studenteschi, in netto contrasto con la teoria della
democrazia diretta; l’uso della violenza, accettata da un certo momento in poi come mezzo
di protesta; la chiusura del movimento stesso che, mentre criticava la scuola per la sua
“lontananza” dalla vita e dalla società, si rinchiudeva nelle università occupate evitando,
spesso per lunghi periodi, contatti che non fossero quelli con altri studenti. Il
consumismo, tanto condannato, era, in un certo senso, alimentato dai contestatori stessi
che, soprattutto con la nuova moda e la nuova musica, contribuirono a creare un vero e
proprio mercato riservato ai giovani. In nome dello slogan “il personale è politico” tutti gli
aspetti della vita privata (compreso quello sessuale) dovevano essere pubblicizzati con
disinvoltura.
Il ’68 non fu quella rivoluzione che gli studenti avevano sognato. Ma certamente,
come è unanimemente riconosciuto, la contestazione giovanile ebbe importanti effetti sul
piano della mentalità e del costume (basti pensare ai cambiamenti nell’ambito della
famiglia e nel rapporto fra i sessi), contribuendo in modo determinante alla
modernizzazione della società.

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