Parità tra generi o falso mito dell’era moderna ?

Relatrice Lucrezia Sofia Diotallevi, Liceo Rinaldini Ancona.

Una delle più grandi convinzioni dell’età che ci troviamo a vivere: l’illusione che la
parità sia raggiunta e che tutti siamo “felici e contenti” in questo mondo
meraviglioso. Ma quando una donna viene pagata meno di un uomo e valutata per il
suo aspetto fisico, dobbiamo gridarlo forte: “Siamo ancora lontani dal lieto fine”.
Tremila. Tremila sono le donne uccise nel Nostro Paese dal 2000 fino ad oggi.
Tremila, sono i sorrisi di madri, di ragazze e di donne la cui vita è stata spenta dalla
follia di un uomo che si è sentito in dovere di mettere la parola “fine” alla vita di una
donna, che come unica colpa aveva quella di essere umana.
E ciò che fa più male in tutto questo, non è la follia di un uomo fuori di sé, ma la
miriade di menti umane ottuse che credono ancora che quell’uomo possa aver avuto
delle ragioni. Perché la donna deve pur aver fatto qualcosa. Un rossetto troppo scuro,
una gonna troppo corta, un vestito troppo scollato. Qualcosa che ha scatenato l’ira
dell’uomo la donna deve averlo fatto, perché è facile riversare la colpa su vittime la
cui voce è stata messa a tacere per sempre. Difficile è confrontarci con il pensiero
sterile di un uomo dittatore, e renderci conto che quel pensiero ottuso e bigotto è
impresso nella nostra mente più di quanto vorremmo. E rimane lì, fermo e
imperterrito, fino a quando non iniziamo a ribellarci a questo sistema che vuole
l’uomo prevaricatore.
Nell’anno 2017 un sondaggio condotto tra studenti universitari, rileva che per un
studente su tre, la colpa della violenza subita ricade sulla vittima. Ma il dato
allarmante non deve spaventarci troppo: d’altronde, l’dea che una ragazza stuprata
abbia sedotto il suo carnefice, arriva quasi a sfiorare la normalità. Perché siamo pieni
di immagini cosi vuote che inducono realmente a credere che la donna sia solo parte
dello sfondo e possa essere modellata come plastilina dalle mani di una mente
limitata.
Donne, che assomigliano più a cornicette, come quelle che si disegnavano alle
elementari, che permettono di abbellire il contesto non più di quanto possa fare un bel
disegno. Inquadrature solo del fisico, chiome di lunghi capelli che si muovono a
ritmo di musica, visi sorridenti dallo sguardo vuoto, come quello di una bambola. Al
contrario, gli uomini parlano e interagiscono tra loro sfruttando la brillante
intelligenza che la natura gli ha donato: perché?
Perché una donna bella non può essere intelligente e perché una donna che non
rientra nei canoni di bellezza stabiliti da “chissà chi” non può mostrarsi per la sua
totalità? E perché nessuna donna urla in piazza ribellandosi a questo sistema che
limita l’esistenza femminile a “contorno”, ma lo accetta, illudendosi nell’idea di
essere libera, quando è solo schiava di un sistema che la vuole così e così l’avrà?
Finché custodiamo il nostro silenzio di fronte alla televisione, rappresentanza del
pensiero pubblico, che mostra la donna come un involucro bello e vuoto, finché ci
accontentiamo di stipendi più bassi, finché viviamo con l’idea di poter perdere il
lavoro se diventiamo madri, non possiamo parlare di libertà.

E dobbiamo farlo anche per tutte quelle donne che prima di noi hanno lottato per i
propri diritti, per la propria libertà, per essere uguali agli uomini. Perché dobbiamo
abbattere quel muro che ci illude di vivere in un sistema paritario, quando più
maschilista di così non potrebbe essere e che sta tornado indietro. Perché finché la
libertà di una sola donna verrà messa a tacere, limitata in un involucro stretto, quasi
quanto i vestiti striminziti delle donne dello spettacolo, non possiamo parlare di
libertà, uguaglianza, parità. Possiamo solo tristemente ammettere di essere ancora
lontani dal lieto fine.

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