Lo scenario di riferimento del 68′.

Autore : Rosilio (Marcello) Marcellini, Redattore de “Il Brogliaccio”.

Scenario di riferimento alla Cronologia degli eventi dal 1958 al 1970

Anni dopo, per cercare di capire cosa fosse stato “Il ‘68, quel fenomeno che da protesta era diventato terrorismo, sembrava fine a se stesso, a marcare l’esistenza di una marginale frangia di irriducibili, e, soprattutto, perché quella rivolta fosse fallita, ho iniziato a raccogliere notizie sui principali avvenimenti, partendo dall’anno 1943, cioè dal fallimento precedente, l’età del regime monarchico-fascista che crolla con la disfatta in guerra.Cerco di capire che cosa sia stato “Il ’68”, al quale personalmente non ho partecipato. L’ho vissuto da spettatore fra Ancona, Firenze e Milano, ambienti molto diversi fra loro. All’epoca ho capito poco o nulla del “perché?” profondo di quella rivolta. Mi sembravano tutti “fuori di testa”. Tutti inaccettabili, soprattutto nei modi di fare: i “no” a qualsiasi aspetto del presente, senza alcuno accenno a qualche “si può fare …” per il futuro. Nessun pensiero ribelle adottabile, praticabile, utile … ma non erano giustificate e accettabili nemmeno le reazioni … sembrava mancassero del tutto le “visioni” concrete sul da farsi, piani, progetti, obiettivi … non per tutti, forse …

Le informazioni che ho raccolto non sono ancora fonti per la storia del ‘68, perché qualsiasi storia non è un semplice elenco di eventi. La collezione di fatti accaduti che sono riuscito a raccogliere, peraltro per definizione in progress, man mano che dagli archivi e dalla bibliografia la si riesce ad incrementare, è nondimeno propedeutica allo sviluppo di qualsiasi racconto storico, ma non è ancora sufficiente. Non è possibile capire cosa sia successo, se è veramente successo come ci appare, perché è successo, senza conoscere “come” si sono svolti i fatti interagenti fra loro.

Il singolo evento va quindi inserito nell’ambito di un processo reiterato, che va conosciuto ad approccio critico, tendente a cogliere il “senso” degli eventi stessi, anche e soprattutto in “ottica sistemica”, in relazione agli altri eventi logicamente connessi fra loro. Soprattutto quando sembra risultare incoerente la logica hegeliana lineare tesi¢antitesi¢sintesi nello svolgimento dei fatti. Occorre partire dal principio che nulla accade per caso. Il “senso” profondo degli eventi va ricercato piuttosto proprio negli aspetti contraddittori. Quando c’è qualcosa che non va nella causa (tesi), nella motivazione a fare (antitesi), nel fare (sintesi) …

Occorre tener presente che “Il ‘68” è soprattutto il racconto della crisi dell’assetto sociale nato e sviluppatosi, appunto, con la caduta traumatica del precedente assetto, il regime monarchico-clerico-fascista, trasformatosi gradualmente, “per evoluzione”, nei decenni successivi, nella Repubblica della I e II legislatura. “Il ‘68” è la rottura della continuità delle abitudini sociali assestatesi nel corso dei 25 anni precedenti, maturate soprattutto nella III e nella IV legislatura, quelle che tentarono di riallineare la rotta della navigazione politica ai desideri espressi col voto dall’opinione pubblica; il fallimento di quelle realizzazioni produce il trauma individuale e collettivo; il tentativo di voltar pagina superando di slancio gli ostacoli, per tentare di accedere a qualcosa di diverso che ancora non è noto. Qualcosa di simile alle conseguenze di una guerra persa, senza che fosse scoppiata alcuna guerra.

Il ‘68” è una rivoluzione che non ha coinvolto solo il nostro Paese, ma quasi tutto il mondo, anche se le cause scatenanti – “lo scontento” – furono diverse da Paese a Paese. Fu una rivoluzione da noi fallita, senza che all’epoca si riuscisse a capire perché, e in altri paesi, penso alla Germania, fu invece salutare per ritrovare il filo conduttore di un nuovo vivere sociale … e se ne sono visti i benefici successivi …

Il filo conduttore comune, però, era che quegli eventi accadevano nell’ambito di uno “scenario” che “disturbava” l’opinione pubblica di tutti i Paesi in relazione diretta o indiretta col confronto fra l’Ovest guidato dagli USA e l’Est guidato dal blocco dei Paesi comunisti. Fra paesi direttamente o indirettamente legati alla logica del Patto Atlantico, e paesi strettamente legati al Patto di Varsavia. Era l’epoca della “guerra fredda”, solo perché quella nucleare non era praticabile, senza mettere in conto che avrebbero perso tutti, non certo per l’affermarsi di un qualche “buonismo illuminato”, né perché ci si fosse convinti che si dovessero ricercare le condizioni per un vivere pacifico fra genti provenienti da storie e culture diverse. Ed “Il ‘68” scombussolò sia l’Ovest sia l’Est, li modificò, profondamente.

Il ‘68” può essere compreso e raccontato solo se si esplorano organicamente tanti eventi, ciascuno da diversi angoli visuali della sociabilità dell’epoca. Ma molti altri angoli visuali nuovi influirono sul senso di “scontento” generale: la decolonizzazione, la miseria e la ricchezza, il nuovo industrialismo e lo sviluppo dei commerci internazionali, la cultura e l’incultura, i nuovi “temporalismi religiosi”, cristiani, sionisti, mussulmani … la ricerca dell’innovazione e le resistenze conservatrici al cambiamento, l’io e gli altri …

Il materiale che sono andato raccogliendo nel tempo l’ho classificato per categorie:

  1. il mondo interno: politica ufficiale parlamentare, dei governi e ministri in carica nella nostra Repubblica; vita dei partiti politici; eventi locali, civili e religiosi di rilievo nazionale e locale; giustizia; servizi segreti; infrastrutture …
  2. il mondo esterno: cosa succede in altri Paesi; nostra politica estera; rapporti con le istituzioni sovranazionali; servizi segreti degli altri Paesi;
  3. la cronaca quotidiana: fatti, eventi raccolti e raccontati dalla stampa dell’epoca o da documenti, in Italia e in altri Paesi; manifestazioni e repressioni; criminalità;
  4. l’economia: aspetti strutturali e contingenti riguardanti le imprese pubbliche e private, i lavoratori e le loro rappresentanze; i redditi e le ridistribuzioni;
  5. la cultura: la scuola, la produzione libraria, l’uso sociologico della televisione;
  6. gli spettacoli: teatro, cinema, sport;
  7. il costume: l’aspetto più importante sul perché agiscono e cosa pensano le persone; aspetti sociologici e/o ideologici e/o religiosi.

L’organizzare gli eventi all’interno di queste “categorie” mi è stato utile per cercare di capire cosa cambiava nel corso degli anni in ciascun tema, quando un assetto iniziava a traballare, quando si andava presentando una innovazione. Sono le categorie prese in considerazione fin dal 1955 da L’Espresso, forse la più importante palestra di riflessione critica e di indipendenza di giudizio che abbiamo potuto consultare da quell’epoca fino ad oggi, alla quale nel tempo si sono aggiunte altre pubblicazioni periodiche di “riflessine critica” come Micro-Mega e liMes, ed i maggiori quotidiani dell’epoca, dalla Unità, all’Avanti!, da La Stampa, al Corriere della Sera ed a Il Giorno, in grado di mantenere nel tempo lucidità.

La politica estera “atlantica” da difesa della democrazia contro il nazi-fascismo e successivamente contro il bolscevismo, anche se aveva mantenuto i suoi valori civili e religiosi e sbandierava quelli della libertà liberale, era gradualmente degenerata in “imperialismo” USA. Oggi un Paul Krugman ([1]) lo ammette: «L’America incarna qualcosa di ben più grande, i principi universali della libertà, dei diritti umani e della legalità. La Pax americana era una sorta d’impero: è innegabile che l’America è stata “prima inter pares” per molto tempo. Ma, rispetto ai parametri storici, è  stata un impero straordinariamente benevolo, tenuto insieme dal “soft power” e dal rispetto, più che dalla forza» ([2]).

Naturalmente lo dice cinquant’anni dopo, scambiando “il rispetto” per la reale “forza” applicata, all’epoca non appariva depositaria di tutte le virtù politiche e civili che gli vengono oggi attribuite: occorrerà indagare più a fondo sulla natura di quel “primo inter pares” e di quel “soft power” e non omettere le vicende promosse nell’America centro-meridionale, nel Vietnam, nel medio-Oriente mediterraneo e senza dimenticare che realizzò un colpo di stato in Grecia ed altri li andò preparando quando era sufficiente anche solo minacciare, anche per il nostro Paese.

Di contro il modello sovietico di “dittatura (burocratica) del proletariato”, che aveva il merito di aver in modo determinante contribuito alla sconfitta del nazi-fascismo, che affermava di fondarsi su un’etica atea, libera da pregiudizi, che guardava all’uomo, libero da vincoli ideologici, che non fossero basati sull’uguaglianza di tutte le persone, era invece entrato in crisi per i modestissimi risultati sociali conseguiti, era politicamente in ripiegamento, in una società certo non libera, ma strettamente e militarmente controllata. Ma sul piano tecnico dello sviluppo degli armamenti aveva recuperato il ritardo sugli USA nell’ambito nucleare e stava guadagnando primati nel campo missilistico: appariva un Est molto pericoloso, forse più di quello che in realtà fosse.

Era comunque incombente e atteso, “era nell’aria”, un po’ in tutto il mondo, anche un cambiamento degli assetti sia politici sia sociali, auspicato da alcuni, temuto da altri. Nel cinema, letteratura, televisione, musica, costumi sociali gli indizi sono numerosi. Nell’ambito delle stesse religioni alcuni innovatori iniziavano a segnalare la necessità dei cambiamenti. Sempre più persone, soprattutto i giovani, si chiedevano “perché?” si dovessero replicare le stesse modalità di relazione sociale dei loro genitori e dei loro nonni, quando andava cambiando tutto l’ambiente di riferimento, perché fosse vietato sperimentare qualcosa di diverso … il divieto faceva crescere la curiosità … le “regole” assolute la voglia di violarle … “per vedere l’effetto che fa” cantava Iannacci …

Questa ricerca può essere quindi sintetizzata nell’indagare sulla risposta alla domanda “perché?”. Cioè attivare una fase di “controllo” di cause ed effetti. Non credo possibile di ciascun evento. Sono troppi, sarebbe dispersivo. Almeno di quelli dagli esiti “dubbi” o che riusciamo a pre-catalogare come “cruciali”, o che ci colpiscono come “scandalosi”. Schematizzo di seguito questo processo per fasi essenziali che, a mio avviso, dovrebbe consentire di cogliere gli “errori” di interpretazione delle storie già vissute, o ad arte deformate, interpretando gli eventi per come sono stati conosciuti all’epoca, per imparare da essi, dagli “errori” conoscitivi o d’interpretazione.

Perché occorre fare questa attività complicata? Per l’obiettivo di apportare innovazioni nella gestione degli eventi futuri, per non replicare gli stessi errori, per un raffinamento continuo dei rapporti sociali dei quali si alimenta una “democrazia” che vuole evitare la sclerosi, sostituire l’evoluzione alla rivoluzione:

In questo senso la storia può diventare effettivamente maestra di vita, ove si sia in grado di individuare le innovazioni da apportare al nostro modo abituale di gestire gli eventi che ci riguardano.

La mia ricerca storica con questa impostazione critica non si è mai interrotta da quando ho iniziato a preparare la mia tesi di laurea, tre anni prima della sua discussione (1970), sebbene, dopo quella data, fosse diventata una ricerca “a corrente alternata” conseguenza degli impegni che comportava la professione che ho svolto, nell’ambito della gestione delle risorse umane e dell’organizzazione di modelli organizzativi industriali.

Ma la prima mia ricerca è stata scombussolata, successivamente, da eventi che hanno di molto modificato le conclusioni già raggiunte dalla lettura dei libri, della stampa dell’epoca e dei documenti che avevo rintracciato negli archivi locali. Sono stato costretto criticamente a ricercare altri “perché?”. Sono intervenuti eventi che mi hanno costretto/consentito di accedere a “fonti” fino ad allora non disponibili. Segnalo solo alcune di queste cause di “rottura del sapere corrente”, ma sono molte di più.

  • Negli USA la legge sulla declassificazione dei documenti, il “Freedom Information Act” ([3]), è stata introdotta nel 1966 ed ha comportato la declassificazione “automatica” della documentazione con più di 25 anni di anzianità. Per trovare qualcosa di simile nel nostro Paese si dovrà aspettare ancora mezzo secolo ([4]). Per questo motivo chi si applica nella ricerca di storia contemporanea del nostro Paese è costretto a documentarsi più sulla stampa dell’epoca che sugli indisponibili e/o difficilmente reperibili documenti ufficiali, nonostante il gran lavoro organizzativo e di classificazione messo lodevolmente in atto dagli Archivi di Stato con l’iniziativa del SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Sovraintendenze Archivistiche), che però ci dà notizia delle “esistenze”, ma non contempla l’accesso diretto alla documentazione.

La documentazione riguardante la nascita della nostra Repubblica, nel 1945, raccolta negli archivi USA, poteva così iniziare ad essere nota solo dopo il 1970. Quella, riguardava per molti aspetti il “cosa avvenne e perché” nel nostro Paese prima, durante e dopo la sconfitta in guerra, quando eravamo già entrati nella sfera d’interesse, poi d’influenza USA, con un livello minimo se non del tutto inesistente di autonomia.

Certo, era più utile, anche se non facile, far credere alla nostra opinione pubblica, all’epoca di De Gasperi e dei suoi primi successori, che la “raggiunta libertà” comportava anche l’autonomia di governo del nostro Paese, dopo la caduta del regime illiberale fascista. In effetti quei governi agivano per lo più su “delega di governo” degli USA. In realtà nulla sfuggiva al controllo preventivo o successivo dei vari enti USA preposti a stabilire quel che dovevamo fare, come, quel che ci era vietato fare. Certo ci poteva essere un’ENI un po’ ribelle alle “convenienze” delle sette imprese petrolifere anglo-americane, ma è anche vero che Mattei evitò il più possibile lo scontro diretto. Basta rileggere i rapporti dell’Ambasciata USA a Roma, per rendersi conto con quanta poca autonomia potesse svolgersi il processo decisionale di governo nel nostro Paese. Intere strutture statali italiane, soprattutto militari e dei “servizi”, riferivano direttamente agli americani notizie che magari non arrivavano tutte ai nostri governanti ufficiali.

Quel che abbiamo potuto sapere del post-fascismo e del neofascismo in Italia ci deriva quindi per moltissimi aspetti dalle fonti americane che ci hanno fatto scoprire non solo molti eventi tenuti “riservati”, ma anche i “perché?” degli eventi noti, “perché?” molto diversi da quelli che ci erano stati offerti all’epoca dei fatti.

Rimane ancora molto da chiarire nonostante una bibliografia che ha iniziato a svilupparsi dagli anni ’70, diventando “sterminata”, che pone un diverso problema interpretativo: la distinzione fra vero, falso, verosimile volutamente prodotto a fini di “propaganda” se non addirittura per una strategia di “disinformazione”. Perché, proprio per far apparire all’opinione pubblica che il nostro Paese fosse “libero ed anche sovrano”, fin da subito, si sono adoperate tecniche di propaganda e disinformazione, passate alla storia come “la guerra sporca” nell’ambito della “guerra fredda” fra Est ed Ovest.

  • Il 13 giugno 1971 scoppiava lo scandalo dei Pentagon Papers: il New York Times iniziava a pubblicare alcune migliaia di pagine “top segret” (3 mila di relazioni e 4 mila di documenti allegati) sull’impegno americano in Indocina dalla seconda guerra mondiale fino al maggio 1968 ([5]), mese nel quale iniziarono a Parigi i colloqui di pace ([6]). A prima vista sembrava un racconto che non coinvolgeva direttamente il nostro Paese. Ma poi si cominciò ad intuire, dalle analogie, le differenze fra l’ “ufficiale” ed il “nascosto”. Da un lato l’impostazione strategica dell’imperialismo USA era unica, e aveva una visione ed impostazione planetaria, dall’altro, di conseguenza, che la “rete” imperialista di governo “per delega” degli Usa era a sua volta unica e seguiva gli stessi metodi da “guerra sporca” anche e soprattutto in Europa. Il nostro Paese in particolare era nel mirino USA perché annoverava il partito comunista più grande del mondo occidentale, quello con moltissimi iscritti, riferimento per l’intelligentjia intellettuale di tutte le Sinistre ed oltre. Gli USA avevano una visione globale del da farsi, e agivano “di nascosto”; noi ne percepivamo solo gli effetti “paesani”.
  • Una prima bibliografia “critica” (vedi in allegato, aggiornata a questa data, certamente ancora incompleta) sugli eventi del dopoguerra nel nostro paese che videro per protagonisti i personaggi e le organizzazioni che ho battezzato “gli impresentabili” è ora disponibile. Per quanto non esaustiva e a volte viziata da pregiudizi ideologici, questa bibliografia ha iniziato ad essere pubblicata solo dagli anni ’70. Così tardiva, non riuscì non dico ad “illuminare”, ma almeno a mettere in guardia su quanto di falso fu propagandato a chi si ribellò nel ’68, che divise quel campo fra “innovatori” (spesso velleitari e senza idee chiare su cosa innovare e come) e gli “impresentabili” che erano “guidati”, e chi li governava aveva invece idee chiare su cosa voleva da loro e cosa non voleva dagli altri.
  • Gli “impresentabili”, quelli che dettero inizio al ’68 con l’assalto alle università, che da almeno un decennio, appunto dall’epoca del loro appoggio “esterno” al governo Tambroni, aspiravano a riconquistare la dignità di poter tornare ad accedere al governo, dopo una quindicina di anni di marginalità da “damnatio”, li ho così battezzati:
  1. non solo perché erano portatori di principi deplorevoli sul piano dell’etica civile: predicavano bene, erano anche convincenti su alcuni temi politici “di convenienza a breve”, anche se non condivisibili sul piano strategico, ma razzolavano comunque male, strumentalizzavano le paure e le voglie, ignoravano cosa fosse la “onestà intellettuale”, si “aggiustavano” secondo necessità del momento;
  2. non solo perché si rifacevano ad una ideologia “fascista” il più delle volte ancora carica di “bullismo mussoliniano”, irrispettosi degli altri, violenta, illiberale, certo non democratica, che esaltante l’uomo forte, il leader che impone il suo volere, ideologia già sconfitta dalla storia;
  3. non solo perché le frange neo-fasciste, anche depurate dal “mussolinismo”, continuavano a fondarsi su una ideologia clerico-fascista, pure questa già antistorica all’epoca del Concordato Stato-Chiesa del 1929, perché di impostazione “temporalistica”, che sarà dottrinalmente dichiarata non conforme ai “decreti” (non applicati o distorti successivamente) del successivo Concilio Vaticano II: perché la Chiesa non può essere un “partito” che contende il potere temporale ad altri partiti; se è “cattolica” è universale e come tale deve orientare la sua azione anche critica, lasciando alle persone l’onere di decidere “in coscienza” (il che non esclude affatto la “predicazione” e l’ “esempio”); se non riesce ad essere “universale”, diventa “setta”, non è cristiana, “usa” e fedeli più di quanto li “sostenga”; sul piano morale e religioso non sono ammissibili “vie di mezzo”, compromessi, adattamenti “ai tempi”;
  4. non solo perché continuavano a centrare il loro credo sul suprematismo nazionalista e razzista, in un’epoca che iniziava ad accogliere il superamento di quei concetti con la costruzione dell’Europa unita, la decolonizzazione, il rifiuto del concetto stesso di “razza”, l’uguaglianza nei diritti …;
  5. ma, soprattutto, perché essi stessi nascondevano le loro identità, obiettivi, modalità d’agire e i loro “credo” individuali, per meglio operare nella società come manodopera spionistica e terroristica a servizio dei disegni destabilizzanti degli apparati segreti che facevano capo alla CIA. Erano i soldati occulti che combattevano la “guerra sporca” americana ([7]). Quella guerra aveva per obiettivo strategico la “conventio ad excludendum” al potere di governo delle tendenze ideali e politiche “di sinistra”: certo escludeva Marx ed i suoi seguaci, ma escludeva anche i principi democratici del socialismo, quelli del liberalismo, anche conservatore, escludeva persino la democrazia, anche quella concepita nell’ottica della sinistra cristiana.
  • In Italia gli archivi potevano aprirsi solo dopo 50 anni dalla data dei documenti che contenevano: le prime vicende del dopoguerra, quindi, le vicende della nascita della Repubblica, potevano essere basate su fonti documentali solo a partire dal 1995. Ma occorreva anche conoscere l’esistenza di questi archivi per poter aspirare a chiederne l’accesso: nessuno imponeva una pubblicazione automatica. Per di più nei primi decenni della storia della Repubblica, s’erano sviluppati tanti archivi, ma non tutto quello che aveva documentato l’azione dello Stato era ufficialmente classificato “di Stato”. Sappiamo solo oggi che i Centri di Contro Spionaggio (CCS) presenti sul territorio in ogni Questura, spiavano anche cosa ordiva l’altra rete spionistica militare che faceva capo al SIFAR e scoprì persino tardi e parzialmente che era stata realizzata la struttura Gladio, quella che dal raccogliere informazioni si era trasformata nella rete pronta all’azione, per molto tempo non nota allo stesso SIFAR, e addirittura che andava formandosi una diversa rete spionistico-interventista che faceva capo all’Ufficio Affari Riservati dello steso Ministero degli interni: la mano sinistra non doveva sapere cosa stesse architettando la mano destra!

Il 28 dicembre 1990 il presidente del consiglio Andreotti desegretava (azione politica di autodifesa), con un anticipo di 30 anni, gran parte della documentazione sugli “avvenimenti” del 1964 (tra cui il golpe Sogno). In quella occasione divenne evidente che molto altro degli eventi degli anni precedenti non era ancora noto o andava interpretato diversamente, iniziando proprio dal 1958 che vide la preparazione del golpe chiamato “Piano Solo” che avrebbe dovuto essere attuato il 2 giugno, in concomitanza con la festa della Repubblica, per realizzare una dittatura militare agli ordini diretti USA: un salto di qualità allarmante della politica “direttiva” USA sull’Italia, cosa affatto diversa dal vantato “soft power”.

  • Nel 2011 il SIUSI ha resa nota l’esistenza di un Archivio Cambareri ([8]), presso l’Istituto Storico della Resistenza di Firenze, che ha fornito documentazioni di eventi sconosciuti fino ad allora sulle trame politiche occulte sviluppate già da prima della caduta del fascismo. Una visione parziale, per di più di parte, ma che ci veniva presentata per la prima volta come documentazione prodotta nella logica e visione degli “impresentabili”. Tanti altri archivi che nascono “privati” sono sparsi sul nostro territorio. Occorre avere l’opportunità di accedervi …

Per queste “parziali” liberalizzazioni delle fonti, il quadro degli eventi storici si è notevolmente ampliato e profondamente complicato. Diventa quindi necessario tenere aperto all’aggiornamento una sorta di indice degli eventi significativi per la conoscenza della vita sociale, quantomeno quelli dell’epoca della Repubblica, per cercare di cogliere i “perché?” e iniziare un processo di consapevolezza che ho chiamato “impariamo dagli errori”.

Quasi nulla è come all’epoca si pensava fosse. Eravamo e, ancora oggi, per molti aspetti ancora crediamo, che l’errore si realizza quando violiamo una “regola”. Per esempio, era la cultura ancora vigente nella Chiesa di Pio XII, che dettava le regole e vigilava e certificava se si era cristiani buoni o peccatori cattivi. Era l’impostazione assunta dallo Statalismo, fosse esso ispirato dal sovranismo nazionalista fascista e dallo statalismo comunista. Anche in campo cattolico col tempo qualcuno iniziò a capire che quest’approccio “autoritario e giudicante” da un lato non era responsabilizzante e dall’altro non era affatto “cristiano”. Basta rileggere le esperienze sacerdotali di un don Milani.

Se rileggiamo i Vangeli notiamo che quel Cristo aveva dettato poche ed essenziali “regole” assolute, sulle quali costruire le consapevolezze individuali. Occorre evitare di compiere errori … Ma per imparare occorre prima stabilire cosa sia un errore: in prima approssimazione possiamo considerare errore un risultato diverso da quello atteso. Ma allora occorre risalire anche alle intenzioni e motivazioni, cioè a cos’era atteso. Appunto: per rimanere in ambito religioso, al “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, magari sviluppandolo con la consapevolezza in “fai agli altri …”, che presuppone molti individuali modi di essere cristiani e, soprattutto, non giudicabili: “chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.

Ne deriva una consapevolezza in divenire sul da farsi prima individuale che diventa poi collettiva. È il progredire delle civiltà. La manipolazione disinformativa impedisce lo sviluppo di questo processo. L’errore è lì. Produce il regredire della civiltà, l’imbarbarimento. Diventa palese capire se l’evento produca un errore o no, ove si riesca a risalire alle motivazioni che hanno determinato l’evento stesso. La maggior parte di quegli errori che andiamo a cogliere nei decenni del dopoguerra erano attesi, perché le intenzioni e motivazioni dell’agire non erano quelle ufficialmente dichiarate. Era fare agli altri quello che non si sarebbe desiderato fosse stato fatto a sé … per sottomettere gli altri.

Va spiegata anche la mia scelta di iniziare a proporre gli eventi dal 1958:

  1. Prima di tutto perché ho iniziato ad occuparmi di storia e di problemi sociali proprio intorno al 1958, quando frequentavo il liceo scientifico, con la militanza nel Movimento Studenti di Azione Cattolica in Ancona e con la pubblicazione di un “giornaletto” intitolato Il Brogliaccio, che presupponeva, appunto: “andiamo a raccogliere e ad annotare indizi per imparare dagli errori”; esperienza che ha “lasciato il segno” sulla mia formazione ed a suo tempo mi fece abbandonare l’idea di iscrivermi alla facoltà di “ingegneria nucleare”, all’epoca molto di moda perché sapeva di moderno, per scegliere il corso di studi in Scienze Politiche e Sociali, alla Cesare Alfieri di Firenze, per arrivare ad una tesi di laurea di indirizzo storico assegnatami da Giovanni Spadolini sul tema della nascita del fascismo nelle Marche: sono personalmente interessato a capire come si è concluso quell’inizio che ho ricostruito per le Marche, anche per vicende familiari.
  2. Avevo per obiettivo di completare il tutto prima della fine del 2018, cinquantesimo anno di quella “rottura” del consenso dell’opinione pubblica verso la cultura, gli assetti sociali e la politica in atto all’epoca del ’68; ma a fronte della mole di lavoro che la rilettura di quegli eventi comporta è diventata evidente l’impossibilità mia, a tutt’oggi, di “completare” quella raccolta dalla caduta del regime fascista fino al ‘68, tenendo conto delle integrazioni e correzioni da apportare per l’accesso a nuove fonti, anche solo a quelle bibliografiche ad iniziare dagli anni ’70; necessariamente ho dovuto accorciare il periodo di documentabilità; ma sicuramente dovrò anche rassegnarmi ad andare oltre il 2018 per assestare questa mia ricerca. Soprattutto, non risiedendo più nelle Marche, ho difficoltà e limiti logistici nell’accesso alle fonti locali: sarebbe auspicabile riuscire ad organizzare un lavoro di gruppo.
  3. Quanto già raccolto fino alla fine della II legislatura, che aveva termine appunto a metà del 1958, per quanto lacunoso, documentava una “democrazia bloccata” a causa della “conventio ad excludendum” dei partiti e della cultura di Sinistra, imposta dall’alleato USA: poco si sapeva dei dettagli ma s’intuiva sul piano generale che nulla poteva essere deciso a livello governativo senza il suo consenso, alleato e partner pressoché invisibile, che “usava” come manodopera per i “lavoretti sporchi” la manovalanza neo-fascista, ma anche la Mafia, le Logge ecc. Inoltre il nostro Paese rappresentava con la Grecia, l’Austria e la Germania Ovest il confine geografico da presidiare verso il nemico sovietico, ma anche il paese chiave per il controllo dell’Europa, visto che la Francia andava per i fatti suoi, spesso in contrapposizione agli USA e alla Gran Bretagna. Il nostro Paese era dunque non solo “presidiato”, ma anche “a libertà vigilata” nelle sue scelte politiche, economiche e sociali, se non addirittura il “campo di battaglia” principale in Europa e nel Mediterraneo della “guerra fredda”, del confronto fra Ovest ed Est, fra un mai domo imperialismo americano e un modello di “dittatura del proletariato” diventato burocratico, inefficiente ed inefficace, non più appetibile per il resto dei Paesi del mondo, modello che nel 1958, con la rivolta dell’Ungheria, nel 1966 con la rivoluzione “culturale” cinese e quella della Cecoslovacchia del 1968, aveva già imboccato da tempo la via del declino e della sconfitta storica.
  4. Ma poi iniziò a cambiare anche la percezione del clima politico, e, ancor più, anche e soprattutto quello culturale e sociale con le svolte determinate:
  5. da un lato dalle relazioni internazionali verso la fine degli anni ’50 (l’età del “disgelo” per l’impossibilità di vincere le dispute ricorrendo alla minaccia di usare l’arma definitiva della bomba atomica), ma anche dello sviluppo industriale e del commercio internazionale, dell’inizio della decolonizzazione e della conquista dello spazio etc.: si incominciava ad intravvedere l’avvento di una nuova era, più dialogante, basata su principi e regole nuove oltre i confini nazionali, che inevitabilmente avrebbe dovuto abbandonare idee sovraniste e nazionaliste;
  6. dall’altro, dalla prima consapevolezza che il miglioramento economico che si stava realizzando nel Paese richiedeva un riassetto delle relazioni sociali e della cultura, quantomeno perché andava perdendo importanza l’economia agricola, e quella industriale nascente richiedeva concetti di “organizzazione” ben diversi da quelli della nostra tradizione artigianale o di prima industrializzazione taylorista e/o fordista (per es. una qualche pianificazione del suo sviluppo); la stratificazione sociale così rigida ereditata dal ventennio fascista iniziava a traballare; s’insinuavano in quella stratificazione i nuovi ricchi per risultati imprenditoriali, non dotati però di cultura e relazioni e antecedenti sufficienti per essere accolti negli ambienti “borghesi”, quelli sempre vicini al governo del Paese; ma di contro una gran massa di “proletari” poteva sopravvivere solo emigrando nelle Americhe, nel nord dell’Europa o accettando una occupazione “di sfruttamento in assenza di diritti” nella neo-industria nazionale per lo più stanziata nel nostro nord-ovest; il “contesto sociale” ereditato dalla tradizione era anch’esso in crisi e ricercava un diverso equilibrio fra chi aspirava a stare meglio e chi non reggeva più a quanto i tempi nuovi richiedevano …
  7. dall’altro ancora con una “correzione” delle relazioni USA-IT che non segnò un deciso mutamento della politica “direttiva” USA nei confronti del nostro Paese, ma con l’accesso alla presidenza di Kennedy, con la mediazione degli ambienti della sinistra cristiana del il Mulino di Bologna in relazione con la sinistra dei Democratici USA, permise al nostro Paese quantomeno la sperimentazione della nascita del primo governo Moro, anche se ne bloccarono subito dopo le velleità di apertura a sinistra quando si formò il suo secondo governo;
  8. e con molti altri fattori, fra i quali ne primeggiano un paio: proprio le elezioni politiche in Italia per la III legislatura, ma anche quanto discusso e quanto non applicato del Concilio Vaticano II che divise la cultura per niente “cattolica” piuttosto “temporalistica” della Chiesa del nostro Paese.

Le elezioni del 1958 premiarono la DC delle “convergenze parallele” col PSDI, ma non a scapito dei partiti di Sinistra PCI+PSI, che registrarono un marginale incremento di qualche punto percentuale. Il PCI era e rimaneva il più importante partito “comunista” dell’emisfero occidentale. La “conventio ad excludendum” iniziava ad essere messa seriamente in pericolo per via democratica e lo sarà ancora di più con le elezioni del 1968, quando la DC e la coalizione PCI-PSI crebbero entrambe intorno al 40% dei voti (39% per DC, 41% per PCI+PSI). Questo andamento elettorale fu penalizzante soprattutto per le tendenze di Destra, segnalando un mutamento in atto dell’opinione pubblica del nostro Paese. Fino ad allora gli eventi erano stati assolutamente dominati, sia sul piano palese che su quello occulto, da una cultura di Destra ancora fondata sul clerico-fascismo. S’iniziò ad aprire all’interno della DC un’ipotesi di soluzione, chiamata “Apertura a Sinistra”, con le famose, criptiche, e estremamente gradualistiche “convergenze parallele” su decisioni concrete sulle quali convergere, enunciate da Aldo Moro verso il PSI e la “attenzione” verso gli sviluppi democratici del PCI legati alla seconda generazione della classe dirigente di quel partito, quella che annoverava il giovane Berlinguer, per altro aperture “bloccate” poco tempo dopo dalla propaganda e disinformazione dalla “guerra sporca” organizzata dal controllore USA.

Questo segnale di inizio del cambiamento degli umori dell’opinione pubblica creò comunque la reazione difensiva dei “poteri occulti”, in primis dei “servizi” americani e di quelli anche nostrani, strumenti della CIA, come il nostro SIFAR e la nuova costituzione del Servizio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, voluta da Tambroni, che avviarono una nuova stagione di interferenza nelle decisioni politiche, strategiche, economiche del Paese ma, soprattutto influenzarono e diressero l’opinione pubblica non più solo con la “propaganda”, ma soprattutto con la “disinformazione”:

  1. “messaggi falsi o distorti ma credibili”,
  2. “stereotipi brillanti” da proporre come modelli ai quali tendere,
  3. “testimonianze per lo più artefatte o totalmente false” per danneggiare “gli altri” (per esempio gli “attentati” compiuti dai neofascisti attribuiti ai comunisti, ai socialisti, ai sindacalisti, agli scioperanti …),
  4. un “linguaggio” che facesse supporre che fosse in atto una “guerra di liberazione” dal pericolo incombente del sovietismo nostrano che si assumeva già nascostamente assunto a governare,
  5. “insinuazioni” sulle intenzioni degli “altri” che portassero a credere in “pregiudizi”,
  6. la “ripetizione” del tutto per affermarne l’assoluta credibilità del messaggio “anticomunista”,
  7. e, nascostamente, con la concreta organizzazione delle strutture e risorse necessarie per un colpo di stato e l’avvento di un governo “militare” direttamente emanazione della volontà USA, come in effetti fu preparato e poi rimandato nel 1958 e poi ancora nel 1964 nel nostro Paese ([9]), e fu messo in opera, invece, nella vicina Grecia nell’aprile del 1967.

È importante conoscere questo sviluppo per “imparare dalla storia”: oggi l’uso dei “social” è esposto alle stesse modalità di “disinformazione”, le opinioni sono violentate, distorte, “abbaiate”, il dialogo sociale imbarbarito, è difficile distinguere vero da falso, da verosimile “aggiustato”.

Questa nuova stagione 1958-1968, la III e la IV legislatura della Repubblica, che non riuscì a realizzare le innovazioni sociali attese dall’opinione pubblica, e che personaggi come Aldo Moro avevano tentato di realizzare, portò alla crisi del “sistema socio-politico” che, nel nostro Paese va sotto la dizione della rivolta studentesca del ’68, alla quale seguì anche una stagione di “rivolta operaia”, e quindi, parallelamente, anche il fenomeno della nascita di “movimenti extraparlamentari” che finirono – manovrati – per giustificare il ritorno all’ordine e all’immobilismo (la nuova stagione della “democrazia bloccata”), assetto stabilito da chi affettivamente esercitava il potere strategico di stabilire il governo sul nostro Paese, almeno per tutto il successivo decennio degli anni ‘70.

Le radici di quello scontento che ruppe l’equilibrio sociale nel ’68 e ne risultò sconfitto, vanno ricercate quindi nelle aspettative che iniziarono a formarsi dieci anni prima, a partire dagli eventi del ‘58. Forse Paul Krugman considera così benevolmente gli USA come espressione di principi di libertà pensando a cosa avveniva in quegli anni nelle università californiane, nelle manifestazioni palesi antimperialiste, antirazziste, antiautoritarie che iniziarono a manifestarsi per prime proprio in America, e non considera che ancora resisteva il “nascosto” che era al potere e lo mantenne anche dopo il ‘68.

Mi sono reso conto che raccogliere “eventi” accaduti nel corso di un decennio, soprattutto tratti dalla stampa dell’epoca, non facilita successivamente la loro comprensione all’interno di una “intelligenza”: sono tanti, forse troppi, ridondanti, non sicuri, sono per lo più “eventi partigiani”, che solo con l’arricchimento informativo ad approccio critico possono diventare “eventi documentati”. Ma, soprattutto, è arduo stabilire con quali criteri selezionarli se ciascuno, anche quello farlocco, finisce per influenzare gli altri.

Una soluzione può essere quella suggerita dall’insegnamento storiografico di Renzo De Felice, che da antifascista divenne il più grande storico del fascismo: mettere insieme a confronto gli eventi registrati. In tal modo diventa più facile trovare i “perché?”. E non tutti i “perché?” sono necessariamente ignobili.

Per questo ho adottato il metodo di contrassegnare ciascun evento con un “logo tematico” iniziale (vedi nella testata), per facilitare la scoperta delle contraddizioni all’interno di ciascun tema, per facilitare il lettore nel setacciare gli eventi sui quali sta riflettendo “per macro-argomenti”. Perché da un lato sarebbe più facile leggere solo gli eventi attinenti un tema specifico, ma al contempo si perderebbe lo “scenario di riferimento”, che molto influisce.

Release ø del 15 giugno 2018

Rosilio (Marcello) Marcellini

[1]Attualmente professore di Economia e di Relazioni Internazionali all’Università di Princeton, ha vinto il Premio Nobel per l’economia 2008 per la sua analisi degli andamenti commerciali e del posizionamento dell’attività economica in materia di geografia economica. Autore di numerosi volumi, dal 2000 collabora con il New York Times scrivendo editoriali d’opinione bisettimanali. Le teorie di Krugman sono criticate in particolare dagli economisti che rigettano il pensiero di Keynes. La sua vicinanza al Partito Democratico (al quale non ha comunque lesinato in diverse circostanze critiche da sinistra) e la sua aperta ostilità a quello Repubblicano hanno fatto sì che Krugman fosse, tra l’altro, accusato dai suoi detrattori d’esser eccessivamente schierato politicamente.

[2] – Cfr. Paul Krugman – La caduta dell’impero americano – in La Repubblica 20 giugno 2018.

[3]Quella legge è stata pubblicata il 4 luglio 1966 durante il mandato del presidente Lyndon B. Johnson. Ha aperto a giornalisti e studiosi l’accesso agli archivi di Stato statunitensi, a molti documenti riservati e coperti da segreto di Stato, di carattere storico o di attualità. Il provvedimento è un punto importante che garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e il diritto di cronaca e la libertà di stampa dei giornalisti. Questa legge impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di sapere come opera il Governo federale, comprendendo l’accesso totale o parziale a documenti classificati “segreti” e “segretissimi”. Non “tutta” la documentazione in assoluto: sono esclusi i documenti relativi a piani militari ancora validi riguardanti la sicurezza nazionale del Paese, le informazioni che riguardano i ruoli ricoperti da singole persone all’interno dei servizi di intelligence, i segreti aziendali, i segreti militari, quelli tecnico-industriali ecc. Nel 1974 viene approvato il Privacy Act, all’interno di uno schema legislativo che deve conciliare il diritto di cronaca e informazione con la tutela della privacy. Nel 1996 la legge è stata ulteriormente estesa con regole per normare l’accesso ai documenti elettronici, tale emendamento ha preso il nome di Electronic Freedom of Information Act (E-FOIA). [liberamente tratto da Wikipedia].

[4] – Il decreto legislativo del 25 maggio 2016, n. 97 o Freedom Of Information Act (FOIA) italiano è una legge italiana sulla libertà di informazione e il diritto di accesso agli atti amministrativi. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 giugno 2016, è entrato in vigore il 23 giugno 2016. La riforma della normativa sulla trasparenza, il D.Lgs. 33/2013 riscritto in parte dal D.Lgs. 97/2016, mira ad introdurre in Italia un vero e proprio Freedom of Information Act, in analogia a quanto fatto, da anni, nei Paesi del Nord Europa, anglosassoni e USA. A partire dal 23 dicembre 2016 tutti i cittadini hanno la possibilità di richiedere alla Pubblicazione Amministrazione documenti e atti in suo possesso. Fanno eccezione le documentazioni considerate sensibili (come il segreto di Stato), l’accesso alle quali segue uno specifico iter per il quale verrà comunque data risposta ai cittadini che ne faranno richiesta. In realtà non è così facile godere di questo diritto nel nostro Paese [liberamente tratto da Wikipedia].

[5] – Ad ordinare quella produzione che doveva essere “enciclopedica e obiettiva” a 36 funzionari fra civili e militari fu Robert McNamara, all’epoca ministro della Difesa. Il clima era la rivolta generalizzata dell’opinione pubblica americana, partita fin dall’inizio degli anni ’60 nelle Università, contro la “politica imperialista” perseguita dai governi USA che si erano succeduti nel tempo. L’obiettivo era studiare le cause che avevano portato gli americani al coinvolgimento così pericoloso, totalizzante, costoso  e lungo nel tempo in Oriente per imparare dagli errori e non ripeterli. Il risultato fu di 47 volumi dal titolo “Storie dei processi decisionali americani per la politica nel Vietnam”.

[6] – Cfr. Neil Sheehan, Hedrik Smith, E. W. Kenworthy, Fox Butterfiel – The Pentagon Papers The New York Times Company 1971 (tr. it. I documenti del Pentagono – Garzanti, ottobre 1971).

[7] – In questa sede potrei solo citare organizzazioni e nomi individuali di questi “impresentabili”. Ma ciascun nome indica una motivazione e tendenza diverse. Questa ricerca è quindi molto complessa. A chi interessa questo argomento, rinvio come “incipit” al sito www.strano.net/stragi/ che contempla alcune incomplete sezioni di “cronologia di eventi”, “sigle” delle organizzazioni, “personaggi” principali e “bibliografia”. Ma per iniziare ad aprire gli occhi sulla realtà del neo-fascismo, è sufficiente …

[8]Cambareri Giuseppe nasce a Scilla, in Calabria, il 29 maggio 1901. Emigrato a dieci anni a Buenos Aires, nel 1919 torna in Italia per prestare il servizio militare in aeronautica; di fronte al pericolo bolscevico, si schiera col nascente fascismo e prende parte ad azioni squadriste. Nel 1922 torna in Argentina e per anni viaggia in America Latina come impresario teatrale e commerciante; affascinato dal mondo dell’occultismo, diviene astrologo e chiromante. Nel 1930 aderisce alla massoneria e alla società Teosofica; nel 1932 chiede l’iscrizione al Partito nazionale fascista. Nel 1934 dal Brasile si reca a Berlino dove incontra il sovrano commendatore della Fraternitas rosicruciana antiqua; da lì si sposta a Roma con l’incarico di svolgere una missione segreta. Vi restò per 14 anni inserendosi in alcuni dei più importanti snodi che caratterizzarono la crisi del regime fascista e la transizione alla repubblica democratica. Opera nelle sfere degli Stati maggiori sia italiano che germanico ed è in stretto contatto coi generali Pietro Badoglio e Giacomo Carboni, coi massimi dirigenti del servizio segreto italiano, il SIM, e col Vaticano, per la difesa di Roma dai tedeschi. È inoltre tra i principali animatori di una rete spionistica al servizio degli Alleati, collaborando con i servizi segreti americani fin dal 1939. In Brasile è in stretto contatto col presidente Getullio Vargas. Negli anni ’50 risulta partecipare alle attività di reclutamento, armamento e finanziamento delle milizie clandestine peroniste in Brasile, operando negli stessi ambienti di Licio Gelli, cui per altro è vicino per quanto riguarda le trame del golpismo italiano. Muore a San Paolo del Brasile nell’ottobre 1972.

[9] – Il “Piano Solo”, ideato e diretto dal generale De Lorenzo, non divenne evento il 2 giugno del 1964 per motivi che ancora non conosciamo. All’ultimo momento, dopo una lunga, meticolosa, complessa organizzazione, quando era pronto a scattare, il colpo di stato fu rimandato. Ma dietro il Piano Solo c’era la struttura di Gladio, che era una organizzazione permanente, quindi incombente, pronta ad intervenire in qualunque momento fosse stato ritenuto necessario. Era stata promossa dalla CIA e dalla NATO, per costituire varie strutture paramilitari segrete di tipo stay-behind (stare dietro, stare al di là delle linee) per combattere il comunismo con forme di guerra psicologica e uso della tecnica di false flag. L’Italia costituì la sua Gladio partendo dal protocollo d’intesa fra il Servizio segreto italiano (all’epoca il SIFAR) e la CIA in data 26 novembre 1956 (in quel documento venivano citati accordi precedenti che risalivano al 1949, quando si costituì la Brigata Osoppo, ed una precedente organizzazione militare segreta di nome DUCA, della quale non si sa nulla). Gladio fu istituita in base ad accordi sottoscritti da Aldo Moro ed Emilio Taviani, che non vennero portati a conoscenza né al Parlamento né agli altri ministri (Francesco Cossiga ha testimoniato che fu informato dell’esistenza di Gladio nel 1966 quando entrò nel governo come sottosegretario alla difesa). Nel giugno 1959 il Servizio segreto italiano entrava a far parte del Comitato di pianificazione e coordinamento SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) e nel 1964 entrò nel Comitato Clandestino alleato (ACC). Gladio fu sciolta solo il 27 luglio 1990.

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