“Il contributo della stampa studentesca al 68′ “

Relatore : Giancarlo Boggi, primo Direttore de “Il Brogliaccio”.

Buongiorno, buongiorno a tutti,

mi è stato affidato l’intervento conclusivo di questo piacevolissimo evento dedicato al nostro amato Brogliaccio e ho potuto ascoltare con grande attenzione e, non lo nascondo, con autentica commozione quanti mi hanno preceduto.

In particolare le parole dei tanti giovani, freschi e brillanti, che sono intervenuti in rappresentanza delle scuole della città mi hanno veramente riempito il cuore di speranza e di fiducia verso il futuro.

Vorrei prima di tutto ringraziare Giancarlo che ha voluto, con caparbietà, realizzare

questa piccola celebrazione, Nello che, come sempre, ha creduto in questa iniziativa

e in modo particolare Anna Laura, Mari, Norma, Franca, Patrizia, Renata ,Pasquale e

Antonio che con il loro costante impegno di questi mesi hanno permesso di

concretizzare questa scommessa.

Il titolo che campeggia sulle locandine di questa manifestazione è “Il Brogliaccio…verso il ‘68 e oltre…”.

Ecco io vorrei subito entrare nel merito lanciando una piccola provocazione.

Quando fu fondato il giornale il sessantotto con le sue istanze e la sua carica “rivoluzionaria” era ben lungi dalla nostra visione.

Non tanto in termini cronologici, dacché ci dividevano da quel periodo straordinario solo una manciata di anni, quanto alla reale portata di quel processo di cambiamento che di lì a poco tempo sarebbe divampato in tutto il mondo.

Per quanto ci riguardava non volevamo affatto cambiare il mondo e se qualcosa del genere stava per accadere altrove, la cosa non ci riguardava più di tanto e forse ci spaventava anche un po’.

Almeno nei primi anni di vita del Brogliaccio, quelli appunto in cui il sottoscritto ne è stato direttore.

Erano allora i primi anni sessanta, quelli del cosiddetto “boom”.

Anni in cui la crescita sembrava inarrestabile e l’aumento del reddito nazionale era accompagnato da un clima di ottimismo diffuso.

D’altronde ci si era lasciati da poco alle spalle il periodo difficile della ricostruzione seguita al dopoguerra che, grazie anche al piano Marshall, era stato superato con brillanti risultati tanto da far parlare di miracolo economico.

Certo si trattava di un benessere in qualche modo “drogato” da aiuti esterni e sussisteva un forte divario territoriale tra il nord e il sud d’Italia, carico di implicazioni economiche e sociali che si sarebbero manifestate con durezza negli anni a venire.

Però noi percepivamo questa situazione di generale miglioramento delle condizioni di vita e dei consumi come un periodo ricco di potenzialità e opportunità.

Fu in questo clima di grande entusiasmo e fermento intellettuale che si creò ad Ancona un’aggregazione di giovani studenti delle diverse scuole superiori della città, perlopiù di estrazione cattolica, che cominciò a promuovere una serie di iniziative culturali.

Da quel primo nucleo nacque il Movimento Studenti di Ancona, emanazione dell’Azione Cattolica, già presente in numerose città d’Italia.

Furono organizzati dibattiti, cineforum, incontri su temi sociali d’attualità e iniziarono i primi esperimenti giornalistici che avrebbero poi ispirato la nascita del Brogliaccio nel 1962.

Nonostante le nostre radici culturali fossero saldamente ancorate alla Chiesa, sulle attività del movimento e di conseguenza del suo giornale ufficiale non era esercitato alcun tipo di chiusura, d’ingerenza e men che meno di censura.

Proprio in quegli anni gli aspetti più retrogradi e conservatori, che ancora caratterizzavano gran parte del clero, cominciavano a essere messi in discussione sin dalle prime sessioni del Concilio Vaticano II, foriero di grandi aperture alle istanze del mondo moderno e contemporaneo.

Questo spirito riformatore, ecumenico e attento alle realtà più marginali e fragili della società sembrava tagliato su misura per don Piero Nenci, che del Movimento Studenti di Ancona era il responsabile e la guida spirituale.

Un sacerdote “sui generis”, un “modernista” come lo si definiva ai tempi, che aveva fatto della sua vocazione un’autentica missione a favore degli ultimi.

Ai poveri della città elargiva quotidianamente tutto ciò che riusciva a raccogliere nella sua parrocchia di Vallemiano ed era davvero sempre in prima linea quando si trattava di aiutare persone in difficoltà.

Un imprinting, quello di don Piero, che avrebbe poi fortemente influenzato la nostra sensibilità verso i temi del sociale più avanzati, così come risulta evidente sfogliando le pagine dei vecchi numeri del Brogliaccio.

Se da un lato l’originalità della nostra esperienza giornalistica stava appunto nella libertà e nel coraggio di trattare argomenti che in quegli anni spesso erano ancora considerati tabù, soprattutto nel nostro ambiente di riferimento, dall’altro c’era una grande attenzione al mondo del costume e alle nuove tendenze, di cui però non subivamo passivamente le regole mantenendo anzi un approccio critico e consapevole.

In un articolo dal titolo “Il mondo dei teen agers” scritto a quattro mani da Giulietta Batelli e dal sottoscritto, in cui lanciavamo strali contro Gigliola Cinquetti rea di aver ottenuto un successo troppo rapido e a nostro avviso “effimero”, scrivevamo: ”[…]La preoccupazione affannosa di essere alla moda è già una specie di sottomissione a tutto un insieme di cose, a tutto un modo di pensare. La mentalità del nostro ambiente non è una creazione nostra; a noi resta solo cercare di rimanere al passo, accettando tutti i dettami. Le cose nuove ci entusiasmano solamente perché sono nuove e non per il loro valore intrinseco. La nostra tendenza alla superficialità in questo settore è preoccupante ma rivela un atteggiamento abituale a non prendere posizione di fronte a quello che avviene intorno a noi. Con la stessa facilità con cui acclamiamo i nuovi idoli che ci vengono proposti, subiremo imposizioni che determineranno la nostra vita, senza viverle. In usa società simile troveranno facilmente posto coartazioni morali, forme dittatoriali di governo, aberrazioni ideologiche. […]Il nostro errore è di cadere nel generico e questo si rivela esteriormente nel fatto che ci atteggiamo tutti allo stesso modo, e interiormente corrisponde ad un’assuefazione dei nostri pensieri a formule non nostre. Questo livellamento spirituale è sostanzialmente distruzione dell’essenza dello spirito giovanile; perché il giovane è anzitutto un costruttore di nuove idee, con le quali forma la sua realtà. Non si sfugge al conformismo con una ribellione sistematica e acritica di tutta la realtà presa in blocco; quello che conta è formarsi una coscienza solida. Il nostro io, l’orgoglio di avere una propria personalità, il desiderio di essere liberi ci devono spingere a reagire al conformismo corrente, che abilmente ci è imposto e che ci sta rendendo una massa amorfa, in cui l’individuo perde la propria fisionomia”.

Al di là della clamorosa topica sulla Cinquetti, la cui carriera si è dimostrata tutt’altro che fugace, per quanto riguarda la critica al conformismo della società potremmo dire che fummo facili profeti tanto che il tema è ancora tristemente attuale.

Il Brogliaccio, almeno quello degli inizi, non era un giornale politico strettamente inteso, legato all’una o all’altra ideologia, ma certamente con la sua carica critica e di denuncia sociale faceva politica nel senso più alto del termine cercando di risvegliare le coscienze dei giovani e di inculcare loro autonomia di giudizio.

La vera forza e la ragione del suo successo era forse proprio questa sostanziale indipendenza di pensiero, espressione di un’incredibile sinergia che riuniva le risorse intellettuali di una rete studentesca interscolastica.

Il Brogliaccio è stato una specie di social network “ante litteram”, una pionieristica bacheca in cui tutti potevano dire e scrivere quel che volevano in totale libertà.

Non era noto, in quegli anni, il fenomeno dei “leoni da tastiera” pronti ad azzannare virtualmente il prossimo solo perché la pensava diversamente, salvo poi essere incapaci di formulare un pensiero compiuto a sostegno delle proprie tesi.

In tutti gli scritti regnava un forte senso di responsabilità, di civiltà e di rispetto e nell’espressione della satira, che pure non mancava, mai si travalicava il limite del buongusto e dell’educazione.

C’erano delle regole non scritte che venivano naturalmente rispettate da tutti i corrispondenti e le scelte sulla linea redazionale, sempre collegiali e democratiche erano il frutto della sintesi di posizioni a volte anche molto diverse tra loro.

Il lavoro al giornale era totalmente volontario e gratuito e i numerosi corrispondenti da tutte le scuole superiori componevano un variegato mosaico che, di mese in mese, ben fotografava la realtà giovanile della città.

Pur con punti di vista e sensibilità culturali spesso assai diversi, tutti i collaboratori lavoravano in piena armonia e comunità d’intenti e, senza mai smettere di divertirsi, garantivano un prodotto editoriale di qualità e di sicuro interesse per gli studenti e non solo.

Anche la diffusione del giornale era affidata alla buona volontà di tanti volontari che lo distribuivano istituto per istituto.

Si trattava di un meccanismo articolato e ben collaudato, cui ognuno partecipava mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per un fine alto e un sentire comune.

Imparando a lavorare in squadra abbiamo condiviso fatica, responsabilità e tante soddisfazioni.

Un progetto ambizioso che ha raggiunto, negli anni, tirature ragguardevoli anche di cinquemila copie e che in certi casi ha valicato anche i limiti della città, cercando collaboratori in altre scuole della regione.

Sarebbero ancora davvero tante le ragioni, oltre a quelle che ho fin qui enucleato, per considerare quella del Brogliaccio un‘esperienza assolutamente positiva, costruttiva e di grande crescita personale e relazionale.

Quanto al contributo che il nostro mensile studentesco possa aver dato al movimento del sessantotto a livello locale, devo ammettere che non sono in grado di stabilirlo.

Per vari motivi, primo tra tutti quello che la mia esperienza di direttore si già era conclusa anni prima e che nel 1968 avevo già cominciato a lavorare in banca e messo su famiglia, con tutto ciò che ne poté conseguire rispetto alla mia già poco spiccata inclinazione “rivoluzionaria”.

Poi perché il fenomeno socio-culturale del ‘68, pur con la sua influenza in tutti i campi della cultura, lambì solo marginalmente la realtà anconitana, piuttosto periferica rispetto ad altre città in cui i moti studenteschi diedero vita a forme a volte anche estreme di contestazione.

In ogni caso credo di poter affermare a buon titolo che il Brogliaccio sia stato una fucina di donne e uomini consapevoli e liberi, che poi nella vita hanno intrapreso percorsi umani, politici e professionali tra i più diversi, contribuendo ognuno con le sue capacità e nel proprio contesto a cambiare in meglio la società, nel sessantotto e oltre.

Ciò detto vorrei concludere con un auspicio che mi sento di indirizzare ai ragazzi presenti in sala che hanno già dato prova, con i loro scritti, di capacità di analisi e curiosità intellettuale.

Quello che vorrei augurare loro è che possano far tesoro di questo periodo che trascorrono a scuola per poter acquisire, anche con attività che esulino da quelle squisitamente didattiche, i migliori strumenti culturali e le capacità di discernimento che permetteranno loro di vivere come cittadini attenti, consapevoli, mai passivi e proni ai condizionamenti dell’informazione massificata e preconfezionata.

Per noi giovani degli anni sessanta, che avemmo la fortuna di partecipare a quest’avventura, Il Brogliaccio fu un mezzo formidabile di crescita umana e di formazione della personalità.

Oggi avete a disposizione media di gran lunga più avanzati ed efficaci, sappiate farne l’uso migliore e non lasciate che siano loro ad usare voi.

                                                                                    Giancarlo Boggi

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