“Il Brogliaccio legge gli anni Sessanta”

Relatore: Prof.Massimo Papini
Storico e già Presidente dell’Istituto Storia Marche.

Perché questo titolo? Intanto perché la vita del Brogliaccio percorre praticamente tutti gli anni sessanta. Nasce il primo marzo del 1962 e termina le pubblicazioni alla fine del decennio.

Poi perché, scorrendo le varie annate, si ritrovano tutti (o quasi) i temi più significativi di questo periodo, dalla storia internazionale a quella nazionale, specie quella del costume. Ciò che è rilevante è che queste tematiche vengono osservate con gli occhi di studenti delle medie superiori, e quindi di ragazzi e ragazze tra i 15 e i 18 anni, in pratica adolescenti o, per dirla con un linguaggio un po’ desueto, teen agers. Escono dalle aule, non si dedicano solo alle materie scolastiche, si guardano attorno, scoprono il mondo esterno e sono in grado di analizzarlo e di giudicarlo.

Un giornalino studentesco quindi che può essere utilizzato come fonte storica. Molti potrebbero storcere il naso. L’occasione è invece particolarmente stimolante perché, a veder bene, questo è proprio il decennio del protagonismo giovanile. Mai come in questo periodo i giovani si sono rivelati un soggetto storico e come tale sono stati percepiti.

In parte lo erano stati con la prima guerra mondiale e con il fascismo (quando, non a caso, si cantava Giovinezza), ma, ricordiamolo, come esaltazione dello spirito virile e squadristico contro quello che veniva chiamato il “panciafichismo”, proprio dei democratici, e quindi, in definitiva, in forme subalterne, come massa di manovra del fascismo. Lo erano poi stati senz’altro i partigiani nella Resistenza, ma senza una vera e propria consapevolezza generazionale. Ora invece il nuovo protagonismo giovanile è pienamente inteso come tale e si manifesta come autonomo.

Il salto di qualità avviene all’inizio del decennio, favorito da due fattori eccezionali: da un lato la distensione internazionale e dall’altro il boom economico, che apre la strada alla modernizzazione. La prima è vissuta forse senza la piena consapevolezza della portata storica dell’evento ed è certo riduttivo il Guccini che in Pennsylvania Avenue sembra fare autocritica cantando “erano ideali alla cogliona, fatti coi miti del ’63, i due Giovanni e pace un po’ alla buona”. Non erano affatto così e del resto non si poteva certo uscire dalla Guerra fredda, dall’erezione del muro di Berlino o dalla crisi dei missili a Cuba con una semplice stretta di mano. Comunque la Pacem in terris di Roncalli segnò davvero una svolta epocale.

Sul secondo aspetto Il Brogliaccio è in qualche modo figlio della fase espansiva a cavallo dei due decenni 50-60. Nel dopoguerra, caratterizzato dai cosiddetti governi centristi, il modello di sviluppo si era basato sull’equilibrio dei bassi consumi. Il boom economico spinge ora verso la modernizzazione, specie con l’allargamento della domanda, con una crescente industrializzazione, con la politicizzazione della classe operaia sempre più numerosa e con un nuovo protagonismo delle classi medie più acculturate, pur se con gravi e inediti problemi sociali, a cominciare dagli squilibri territoriali, quelli soprattutto dell’emigrazione di manodopera meridionale al nord. Tutto ciò produce una impennata della scolarizzazione di massa, avviata dal centro sinistra, pur con il permanere di

una connotazione di classe, evidenziata da un testo base degli anni sessanta che è Lettera ad una professoressa (al Liceo classico Rinaldini, c’è chi lo ricorderà, vi era qualche professoressa che sembrava uscita da una canzone di Paolo Pietrangeli: Oggi l’operaio vuole il figlio dottore, Contessa, che cosa ne può venir fuori!!).

Quindi quale percezione hanno i giovani, gli adolescenti, del tempo che si trovano a vivere, e questa volta, come detto, non in modo subalterno, ma da protagonisti? Questo è un tema storiografico interessantissimo e, messi un attimo in disparte i dagherrotipi, più o meno sfocati, ancora presenti nella nostra memoria vacillante, si possono cercare delle risposte di un certo interesse proprio negli articoli del brogliaccio.

Certo, va premesso che il giornale ha una sua matrice peculiare; per ammissione della stessa redazione è in definitiva la voce del Movimento studenti di Azione cattolica (Chi ci sta sotto il “Brogliaccio”, dicembre 1966). Periodico dunque di formazione cattolica, certamente non clericale né integralista, moderatamente progressista (si potrebbe azzardare da sinistra democristiana), come del resto era stata Aula magna, il giornalino studentesco del decennio precedente (lì però l’impianto “ideologico” era più prevedibile proprio perché si era negli anni cinquanta). Sarebbe interessante sapere se veniva letto Gioventù, il periodico nazionale dei giovani di Azione cattolica. I richiami potrebbero essere numerosi e varrebbe la pena fare un confronto.

Restano nell’ombra, ma sono paternamente presenti, due sacerdoti “impegnati” e “moderni” come don Piero Nenci e don Paolo Paolucci. Quest’ultimo abbastanza organico al gruppo di giovani legati a Trifogli e al Circolo Maritain. Non è un caso che venga salutato con favore l’inizio della esperienza del sindaco democristiano nel gennaio del 1969. Poco dopo la sua elezione il giornale pubblica un’intervista piuttosto riverente (da parte di Cappanera, suo studente all’Itis) e Trifogli coglie la palla al balzo per esporre le sue proposte nel campo dell’istruzione e a favore dell’università dorica.

Ma proprio l’ispirazione culturale e ideale del foglio studentesco, che potremmo inserire nel solco del cattolicesimo democratico, offre agli storici una visione più realistica e meno mitizzante di ciò che furono gli anni sessanta, in particolare di fronte a una lettura tutta radicale, da primato della controcultura e del beat (potremmo dire), che ha avuto largo spazio negli studi storici.

Visione certo più realistica rispetto a quella enfatica di Mario Capanna: Formidabili quegli anni! Ma anche riguardo quella piuttosto intellettualistica e nostalgica alla Veltroni, che nel 1981 ha dedicato un volume-inchiesta al “sogno degli anni ’60” (rappresentato plasticamente dal famoso I have a dream di Martin Luther King), patologie, del resto, confessiamolo, da cui nessuno di noi è immune. Insomma, il rischio di una scarsa obbiettività è dietro la porta, proprio perché pochi periodi storici sono stati tanto mitizzati. E anche quando il mito nasconde sempre qualche “controverità” interna, perfino scomoda, lo storico non deve avere remore nel rivelarla, cominciando con il riportare i protagonisti e i testimoni alla contestualizzazione storica il più fedele possibile.

Si parta allora proprio dal contesto storico e ci si domandi cosa siano stati gli anni sessanta. Innanzi tutto si può dire che in questo periodo nasce, si forma e si sviluppa quella che conosciamo come cultura progressista. E sappiamo che poche sono le fasi nella storia italiana di segno progressivo, forse l’età giolittiana, la Resistenza, in parte gli anni settanta e poco di più.

Sono gli anni della meglio gioventù, dei baby boomers; una generazione fortunata (non possiamo nasconderlo) nata nel dopoguerra, che ha vissuto in tempi di pace, e anzi, nonostante il persistere della leva obbligatoria, ha fatto della pace un valore assoluto. Una generazione, come già accennato, cresciuta in epoca di scolarizzazione di massa, con un accesso agli studi quasi per tutti, con una certa facilità a inserirsi nel mondo del lavoro, di piena coscienza democratica, intesa nel vero senso costituzionale, e cioè come acquisizione, almeno potenziale, di diritti e di opportunità per tutti.

Ma soprattutto una generazione che si scopre più indipendente delle precedenti, meno subalterna alle autorità (e all’autoritarismo). Già nelle scuole nel rapporto docente-alunno cambiano i modelli, il dialogo subentra alla obbedienza supina. I professori ascoltano e gli studenti criticano. Non si era mai visto.

Del resto è proprio la cultura di quegli anni che viene in soccorso: i testi delle canzoni, specie quelle cosiddette di protesta, il cinema e il teatro più o meno alternativi, le neoavanguardie nel campo letterario e così via. Il tutto condito dal sarcasmo Perfino James Bond (come osserva acutamente Umberto Eco) irridendo il cattivo diventa un simbolo di contestazione anche dell’ordine costituito e del conformismo. Il re è nudo, si potrebbe proclamare. Lo scandalo provocato dalla Zanzara al Parini di Milano è diventato ormai (anche oggi) il simbolo di questa fase storica. Una sessualità un po’ più libera, almeno potenzialmente, con le inevitabili titubanze alla Antoine Doinel (il protagonista di alcuni film di Truffaut), infrange comunque molti tabù secolari.

Però, attenzione! Non si confonda ancora una volta il mito con la realtà! Spesso capita di scherzare sul fatto che i giovani degli anni 60 siamo stati sopravvalutati dalle generazioni successive!! Altro che sesso, droga e rock and roll!!

Ancona poi era più affine alla Dublino di Joyce che alla Woodstock degli hippies! Non solo non girava la “robba”, ma neppure si faceva l’amore tanto facilmente. Le ragazze uscivano poco, erano molto controllate dai genitori e, per confidare che erano nel periodo mestruale, sussurravano “ho il raffreddore”!!

Ciò non toglie, a onor del vero, che se ciò che più resta nell’immaginario collettivo è proprio la modernizzazione nello stile di vita, una ragione c’è. I costumi si presentano più liberi, specie nel confronto con il bigottismo del decennio precedente. Si vedono così girare minigonne e tra i maschi capelli (un po’ più) lunghi, giudicati malamente da più di un benpensante. Le occasioni di incontro tra ragazzi e ragazze sono più frequenti.

Ad Ancona il pomeriggio si studiava, prima di cena si facevano due “vasche” su e giù per il viale della Vittoria e dopo cena si guardava Canzonissima o una delle trasposizioni di grandi opere negli sceneggiati di Sando Bolchi o di Anton Giulio Maiano, maestri di pedagogia di massa. I maschi avevano un proprio spazio in più con le partite a pallone.

Cominciava comunque il mito del Paper e sorgevano i locali dove nel fine settimana si ballava soprattutto il twist, l’hully gully e lo shake e nascevano come funghi i cosiddetti complessi. Ma nelle feste domestiche (o quelle di istituto all’Hotel Jolly), rigorosamente il sabato pomeriggio, vere e proprie ecole du regard provinciali, si privilegiavano i lenti, che permettevano un approccio più intimo nella coppia. Insomma più libertà, ma anche con juicio! Sii è pur sempre in una stagione di passaggio, di transizione.

La modernizzazione, ecco la novità, arriva comunque a tutti, o quasi (l’autostrada, l’utilitaria, gli elettrodomestici, la Tv in quasi tutte le case, il transistor, il mangiadischi, ecc.), investendo soprattutto il tempo libero. Però il rock and roll era ben lungi da essere rivoluzione. Lo scontro tra beatlesiani e rollingstoniani era in qualche modo indotto. Solo una esigua minoranza ascoltava (e capiva) Bob Dylan. Traumatica fu la fine di Luigi Tenco, trovato morto proprio durante il Festival di San Remo. E in fondo basta scorrere le riviste specializzate per i giovani (Big, Ciao amici) per capire che il mondo della canzone portava sì aria nuova, ma ancora non di rottura.

Più incisiva era la acculturazione diffusa, la lettura quotidiana de Il Giorno, il quotidiano fondato dai marchigiani Enrico Mattei e Cino Del Duca, che faceva tendenza (un po’ come la Repubblica negli anni successivi), poi la lettura intensa di libri, specie dei classici della letteratura, fino alla visione di film “impegnati” (Fellini, Monicelli, Visconti, Lizzani, Bellocchio, Bunuel, Truffaut, la Nouvelle vague, ecc..). Anche la lettura dei fumetti fuoriusciva dalla tradizione. Come non ricordare il boom di un periodico come Linus, fino alla corsa alle figurine dei Peanuts tra gli studenti universitari nel dopo ’68!!

Il rinnovamento si espande però anche nel campo politico, ai partiti di massa o ai sindacati.. Anche se ancora resistono molti dei quadri che vengono dall’antifascismo e dalla Resistenza, è proprio nei primi anni sessanta che arrivano a ricoprire cariche politiche giovani che si sono formati proprio a cavallo dei due decenni. Un primo segnale si era avuto con i ragazzi delle magliette a strisce, cioè i giovani scesi in piazza nel 1960 contro il governo Tambroni. Cinque di loro cadono a Reggio Emilia e verranno ricordati da una nota canzone, ma soprattutto restano nella memoria di una generazione che assume una inedita (per il dopoguerra) coscienza antifascista; coscienza che maturerà in occasione del trentennale della Resistenza e della liberazione e che sfocerà nella stagione del sessantotto.

Forse i giovani non avvertono il clima politico generale, segnato dall’avvento tormentato del centro sinistra, dell’avvento di leader di un certo carisma, come Fanfani e Moro, non a caso definiti cavalli di razza, ma anche di reazioni piuttosto forti allo spostamento a sinistra nel paese (segnato anche dalla avanzata elettorale del Pci nel 1963 e dal protagonismo operaio nelle fabbriche). Non percepiscono neppure la presenza di pressioni oscure come le trame del Sifar (una sorta di servizi segreti più o meno deviati) nel 1964 o come il tentativo di colpo di stato con il Piano Solo. Progetti eversivi che troveranno uno sbocco terroristico nella bombe di Piazza Fontana nel 1969 e nella più complessiva strategia della tensione del decennio successivo.

In questo clima generale il brogliaccio affronta i temi più scottanti, come detto su una linea di progressismo moderato e pieno di buon senso. Molti argomenti inevitabilmente sono assenti.. Non stiamo parlando di un manuale sugli anni sessanta. E’ evidente che non vi può essere tutto.

Una assenza significativa è quella della politica italiana. L’Italia è ancora spaccata in due, divisa tra cattolici democristiani e marxisti comunisti e per quei ragazzi era più prudente non stuzzicare questioni tanto delicate, che avrebbero potuto suscitare reazioni incontrollabili. E poi era duro a morire il dogma che a scuola non si fa politica.

Non si parla così, per esempio, di elezioni eppure il Pci ad Ancona ha raggiunto il 32% ed è il primo partito nella città. I funerali di Togliatti nel 1964 sono un evento epocale, ma spaccano ancora il paese in due. Tra i giovani cattolici è forte l’impressione che tra i comunisti non vi siano margini di dissenso e quindi non siano aperti a discussioni libere slegate dalla fedeltà di parte. Lo stesso “dialogo” avviato in questi anni è guardato con sospetto, temendone un uso prettamente strumentale. E nel giornale si accenna al perdurare dell’anticlericalismo che gli stessi socialisti si portano dietro sin dalla “genesi del socialismo” e che costituisce un ostacolo quasi insormontabile (Marcellini, dicembre 1966).

Ma se queste della politica interna sono assenze direi inevitabili (e bisognerebbe riflettere quanto il benessere crescente, accompagnato dall’esplodere della società dei consumi e dello spettacolo, tenga lontani -almeno per ora- i giovani dalla militanza politica), sono però tantissimi i temi che emergono dalla lettura delle varie annate del Brogliaccio, magari affrontati con poche righe, ma sempre con scrupoloso impegno e spirito missionario. E del resto non si pretende risolvere i problemi, più o meno grandi, all’ordine del giorno; si vogliono semplicemente porli all’attenzione degli studenti. C’è un intento pedagogico: portare a conoscenza di tutti ciò che i più preparati, le élites studentesche, hanno già appreso e maturato.

Vediamo così di analizzare quelli che ho individuato come i temi più trattati dal giornale, seguendo una scaletta tra le sue priorità che, nella mia lettura, corrispondono, nell’ordine, a: politica internazionale, terzo mondo, rinnovamento ecclesiale, cultura beat, questione femminile, questione giovanile, letteratura e, dulcis in fundo, il ’68.

Purtroppo devo precisare che non ho potuto visionare la collezione completa del giornale. Non esiste un regesto sicuro e definitivo. Ho trovato quella quasi completa presso la Biblioteca comunale, ho visto qualche articolo sul sito del Brogliaccio (e peccato che molti di quelli riportati non siano datati), ho richiesto in giro la presenza di numeri sparsi, ma nulla di più. Rimandiamo a Nello Bolognini o a Giorgio Cappanera, instancabili cultori della memoria, la missione di mettere on line la collezione completa del giornale!

Vediamo allora di procedere nell’ordine indicato.

  • Politica internazionale Nei primi anni questa è quasi una rubrica fissa di cui si occupa soprattutto Marcello Marcellini, che in realtà si chiama Rosilio e che io ricordo bene per averlo conosciuto e frequentato una ventina di anni fa, come storico appassionato e, soprattutto, intelligente e documentato. Le questioni scottanti tornano nei suoi articoli, e riguardano i paesi comunisti. Non tanto l’Unione sovietica, che, nonostante la destalinizzazione e poi la messa da parte di Kruscev, sembra proporre novità significative, quanto quelli emergenti come la Cina, il Vietnam e Cuba.

La posizione, condivisa con una altro redattore del giornale (e poi direttore), Giorgio Cappanera, che su questioni internazionali si firma spesso Edmondo Pace, come già detto è quella dei cattolici di sinistra e, anche se non è citato, vi intravvedo la lezione di un uomo come La Pira, il quale tra la fine degli anni cinquanta tanto si prodigò per la comprensione di realtà tanto lontane e, soprattutto, per la pace. Molti ricorderanno il viaggio ad Hanoi nel 1965 e l’incontro con Ho Chi Min per stilare una bozza di accordo di pace, poi peraltro rifiutato da Johnson.

Ebbene Marcellini, con l’autorevolezza di un giornalista più che di un semplice studente, forse lettore di Edgar Snow, descrive la Cina, quella disastrata dopo il “Grande balzo in avanti”, ma senza i pregiudizi tipici degli anticomunisti, tanto che un lettore successivamente lo rimprovera di simpatie per il regime maoista.

Stessa linea per quel che riguarda Ngo Dihn Diem, il presidente cattolico del Vietnam ucciso in un colpo di stato proprio nel 1963, contestato dalla maggioranza buddista, di cui qui si critica la subalternità all’America del nord. Con l’aggiunta di una riflessione su cosa voglia dire in pieno Concilio Vaticano II usare la religione come strumento di identità politica.

Impostazione moderatamente progressista anche per quel che riguarda Cuba e Fidel Castro (su Che Guavara ci sarà un intervento a parte, quasi che fosse possibile enuclearlo da quel contesto). Anche qui c’è attenzione alla rivoluzione e se un precedente articolo aveva definito “Castro un palloncino gonfiato”, ora invece il suo esperimento va seguito con meno superficialità, purché il potenziale dittatore non si immedesimi sui modelli comunisti, a cominciare da quello russo. E comunque, precisa Marcellini, la libertà predicata dagli Stati uniti non è una libertà per tutti.

Si viene così al mondo occidentale e proprio nell’occhio posto al mondo più vicino a noi, l’Europa in particolare, che ci appare di grande attualità il pensiero dei redattori. La novità è che “la storia sta cambiando”, proclama Marcellini. Non in senso astratto o ideologico; sta cambiando in modo molto concreto. Siamo nel maggio 1964 e il giovane redattore si mostra fortemente critico verso i nazionalismi, o i sovranismi come diremmo oggi, mentre Cappanera l’anno successivo si augura che De Gaulle non venga rieletto perché ostacolo all’unità europea. Purtroppo, invece, avrà il secondo mandato proprio contro il socialista Mitterand e appare ancora lontano il sogno del giovane Cappanera, che chiama l’Europa “la nostra patria di domani”.

  • Terzo mondo Il terzomondismo non è un tema nuovo nell’ambiente degli studenti, specie di quelli di formazione cattolica. Già Aula magna aveva mostrato interesse per il tema. Forse la Conferenza di Bandung del 1955 ha lasciato un segno e avviato una riflessione a tutto campo.

E’ ben presente comunque, anche tra i giovani anconetani, da un lato la necessità di un modo più adeguato ai tempi di intendere le missioni religiose, che sia cioè rispettoso delle culture e delle tradizioni locali, senza imporre quelle occidentali, dall’altro il tema delle ingiustizie del colonialismo. Non c’è un appoggio incondizionato (come sarà nel ’68) ai movimenti di liberazione o un’analisi ideologica di quello che verrà chiamato imperialismo, ma sicuramente c’è una condanna delle politiche di oppressione da parte dei paesi europei. Vi è, insomma, quasi la consapevolezza di essere “cittadini del mondo” e di voler agire di conseguenza.

Quello che è certo è che alle ingiustizie di carattere economico e politico (rivelate e amplificate da un testo base come I dannati della terra di Frantz Fanon e da tanta pubblicistica che arriva sugli scaffali dei giovani) si deve il perdurare della fame nel mondo. Edmondo Pace (Cappanera, come si è visto), dopo aver denunciato le colpe del colonialismo e del neo colonialismo di stampo economico, saluta la nascita di movimenti come Mani tese e, ad Ancona (con adepti perfino in Piazza Diaz!), di un gruppo autodefinitosi “Terzo mondo”, teso soprattutto a sensibilizzare la cittadinanza riguardo alla fame nel mondo e a mandare aiuti concreti ai”diseredati”.

Con questo spirito, e anche in questo caso, come in Aula Magna, viene ricordata l’opera di un missionario illuminato come Raul Follerau, medico dei lebbrosi. Un vero mito per i cattolici affascinati dal mondo delle missioni. E non manca qualche giovane che vorrebbe partire per dare una svolta radicale alla propria esistenza, tagliandosi tutti i ponti alle spalle.

Emerge infine un certo fastidio per il crescente consumismo delle società occidentali che sperperano il denaro che potrebbe servire ad aiutare lo sviluppo del terzo mondo. Addirittura una redattrice del giornale, che si firma P.P., si lamenta che si sprechino soldi non solo per la corsa agli armamenti, ma anche che vi sia “la smania di chi si affretta a bruciare altrettanti e più miliardi per fare la corsa sulla luna” (Una tragica incoerenza, febbraio 1968).

  • Il rinnovamento ecclesiale Non è un caso che il Concilio Vaticano II, all’inizio guardato come un evento storico ma di cui non si percepisce la portata universale, divenga pian piano di grande interesse per il cosiddetto popolo di Dio. Non si dimentichi del resto che ancora i cattolici sono la maggioranza degli italiani e che gli effetti del Concilio i fedeli li percepiscono già nella messa domenicale, recitata in lingua italiana e con il sacerdote che non volge più le spalle ai fedeli.

Il tema nuovo che fa più presa è infatti proprio la partecipazione, non solo alla liturgia, ma anche proprio e soprattutto alla missione evangelizzatrice, nell’apostolato laicale. La Chiesa è ora “popolo di Dio” e i fedeli avvertono come non mai di non essere più spettatori, bensì protagonisti.

Sfogliando il Brogliaccio si resta colpiti che si parta da una polemica di segno diremmo tradizionale, segnale dell’anticomunismo che non abbandonerà mai (almeno fino al ’68) la linea del giornale. Si polemizza con i sovietici, e nello specifico con la Pravda, in quanto oltre cortina sarebbero preoccupati per il successo (e quindi il consenso) che potrebbe avere il Concilio. In sostanza la religione non sarebbe più destinata all’estinzione – ecco il loro timore – ma, anzi, si galvanizzerebbe, smentendo le previsioni proprie di una lettura dogmatica del marxismo.

Una volta però usciti dal polemismo tradizionale, il rinnovamento ecclesiale è salutato con un certo entusiasmo; si comincia ad assorbire il linguaggio della profezia. E se é ancora Marcellini a reclamare la grandezza del papa Paolo VI (di fronte ai “pigmei” che intenderebbero metterlo in discussione), è soprattutto Marco Dubbini a esprimere il sentimento nuovo, che è inteso, secondo il linguaggio del tempo, contrapposto alla “mentalità borghese”, legata cioè più alla forma che alla parola di Dio. E’ superfluo aggiungere che i giovani sono affascinati da quest’ultima e ne fanno il cardine della loro religiosità.

Più problematico è l’approccio quando nella seconda metà degli anni sessanta si diffonde il cosiddetto “dissenso”, di cui, per il brogliaccio don Enzo Mazzi della comunità dell’Isolotto, ne è un esempio… da prendere con le molle! Resta a noi il rammarico che i redattori, forse perché timorosi di essere percepiti dagli altri studenti troppo cattolici, non vadano più a fondo nelle questioni ecclesiali e teologiche in anni di grandi innovazioni.

  • la questione femminile In epoche di cambiamenti non può restare ai margini il bisogno di emancipazione delle donne. In questi anni tra l’altro si gettano le basi della svolta femminista degli anni settanta. Per ora si rimane sul terreno dell’emancipazione e dei diritti nel campo dell’occupazione. E’ questo un tipico terreno di lotta dei sindacati e dei partiti (soprattutto quelli di sinistra). Ma le donne cominciano a conquistare posizioni di rilievo. Si ottengono risultati per quei tempi eclatanti, come quando Marisa Cinciari Rodano viene eletta vicepresidente della Camera nel 1963.

Sul giornalino è Norma (non mette il cognome e si potrebbero fare supposizioni perché non aggiunga il cognome, ma lasciamo supporne i motivi al lettore) a farsi promotrice di richiesta di diritti. Ma i maschi non ci stanno, tanto che Norma Gradara (questo il cognome celato) reclama l’eguaglianza, ma, diciamo la verità, nel giornalino rimane una vox clamantis, al punto che riceve una lettera da un “maschilista” (Il giudizio non richiesto di un intruso). La missiva è talmente provocatoria (“le donne devono stare a casa, a cucinare e a pensare ai figli”) da sembrare ironica e confezionata apposta per permettere alla redattrice di avere gioco facile nella replica. Norma, però, non sembra mettere in discussione l’impianto ideologico del provocatore (cura della casa e dei figli), ma replica rimarcando il diritto al lavoro e alla fine della sudditanza. Arriva così a proclamare che la “lotta continua”, con in più un “facciamo vedere chi siamo”, che se non prevede ancora il ritorno delle streghe, certo ne preannuncia l’imminente irrompere sulla scena.

Una postilla mi sia permessa, anche perché i duellanti si richiamano alla creazione per sostenere le proprie idee. Il maschio usa quella trita della inferiorità di Eva, nata dalla costola di Adamo. Al che la femmina reclama l’interpretazione della parità di natura. Non siamo ancora alla più attuale interpretazione teologica per cui Abramo nasce dalla terra, Eva dalla carne, potendo così vantare una umanità ben più ricca.

Comunque negli anni sessanta i progressi nel campo dell’emancipazione femminile si intravvedono e cominciano ad accompagnarsi a una maggiore libertà per tutti. Così affiora un tema fino ad allora tabù, il divorzio. Il giornale sfiora l’argomento, ma è ancora presto perché si possa esprimere una posizione chiara e, per allora, anticonformista. L’emancipazione non deve rimettere in discussione l’impianto famigliare!

  • la cultura beat Quando diversi anni fa il Corriere adriatico ha dedicato una pagina per ricordare l’esperienza del Brogliaccio, l’ha chiamato in modo del tutto inappropriato “il foglio dei beat anconetani”. Occorre infatti precisare che se i redattori erano tutt’altro che beat o beatnik, come si diceva allora, per la verità erano molto curiosi del fenomeno, tanto da dedicare a esso un’inchiesta tra i giovani. Nel dicembre 1966 si diffonde nelle scuole un questionario tra gli studenti delle Superiori per avere un loro giudizio sui beats. Per la verità ciò che emerge subito è che neanche gli estensori delle domande sappiano bene chi siano i beats. Addirittura vengono genericamente intesi come cappelloni, poco inclini allo studio e al lavoro, protestari e contrapposti ai soliti “matusa” (viene usato proprio questo termine!).

La maggioranza delle risposte mostra per il fenomeno o indifferenza o ripulsa. Solo una minoranza, per quanto di una certa consistenza, mostra interesse e perfino ammirazione. Cappanera commenta i risultati esprimendo una notevole diffidenza e fa sorridere quando scrive:

I giovani studenti anconetani sono contrari a quegli atteggiamenti isterici che alcuni assumono ascoltando la beat-music. Questo “sbattersi e contorcersi” è fatto più per esibizionismo, che per una conseguenza naturale dovuta al ritmo.

Va comunque rimarcata positivamente la curiosità per il fenomeno e soprattutto l’intenzione di andare alla radice, di non soffermarsi sugli aspetti più alla moda. Cappanera stesso consiglia di leggere gli autori beat, perché, forse, la letteratura ci offre un’immagine meno banale del fenomeno.

E’ curioso, ma senza discostarsi troppo dalla realtà, che si affronti poi un tema delicato. Beat e droga di Giuseppe Marconi intende rompere un tabù e rivelare una verità allora scomoda. L’uso cioè di sostanze stupefacenti da parte di cantanti e gruppi rock. Un po’ ingenua si rivela però l’affermazione che “I Beatles che sono professionisti seri, non si drogano!”

Ma proprio i quattro di baronetti di Liverpool meritano attenzione per il successo senza precedenti. E lo scoop lo fa Marvi Maroni, che addirittura intervista Ringo Starr in occasione della tournée dei Beatles in Italia!

Un appunto finale, ma è un mio tic per nulla involontario, è che non venga mai preso in considerazione Bob Dylan, citato una sola volta da Marvi Maroni, come cantore della pace. Ovviamente nessuno poteva presagire che gli sarebbe stato assegnato il Pulitzer, il Grammy e il Nobel per la letteratura. Eppure, come ha scritto un noto giornalista americano, nessuno come lui ha posseduto gli anni sessanta. Una lacuna però che certo non inficia il gran lavoro culturale svolto dal giornale, tanto più che il vuoto è colmato (e riscattato) da una particolare attenzione ai testi delle canzoni di Sergio Endrigo.

  • I giovani Non mi soffermo sulle cronache della vita studentesca, in particolare su quelle dai vari istituti, a cui il giornale dedica ampio spazio e che, sicuramente, meriterebbero una ricerca specifica. Come meriterebbero spazio le riflessioni e le proposte per una riforma della scuola, dell’ambiente scolastico, della didattica, di cui si fa portavo soprattutto il solito Cappanera, che dovrebbero portare anche a un atteggiamento diverso degli insegnanti verso gli studenti. Interessante in proposito la Lettera ai professori di Patrizia Papili, che, parafrasando Barbiana, difende “i somari”, emarginati come non degni di attenzione da parte dei professori, assolutamente indisposti ad aiutarli. “L’alunno non è un voto!”, è una persona, proclama solennemente (e giustamente) la futura poetessa.

Mi preme invece ribadire che i redattori hanno verso i giovani, i colleghi studenti, si potrebbe dire, una missione pedagogica neanche troppo celata. Nell’articolo La cricca di Marco Dubbini e Ugo Borghi (novembre 1965) si afferma esplicitamente di cercare i lati positivi dell’ambiente giovanile, perché solo in tal modo “si può iniziare un lavoro fattivo di sviluppo e perfezione che può senz’altro accelerare l’eliminazione dei lati negativi”. Così se i giovani prediligono la comitiva è lì che occorre perseguire la crescita sana del ragazzo, preservandolo dalla cattiva influenza di certi compagni.

Il mese successivo è ancora Marcellini, ragazzo,si potrebbe dire, già con i calzoni lunghi, proprio per sottolineare la sua maturità, che arriva però al nodo vero. Saranno bravi o meno bravi, a scuola e nella vita, ma quale rapporto hanno i giovani con la politica? Il ’68 è ancora là a venire e anche quei pochi iscritti ai partiti sono in crisi, invecchiati anzi tempo, per di più poco coinvolti dai grandi ideali dei loro padri. La colpa è soprattutto delle varie forze politiche, poco interessate al problema e invece intente a rafforzare le clientele, più o meno pulite, col rischio – osserva Marcellini con piglio profetico – presto ai politici si sostituiranno i politicanti.

Non distante è la preoccupazione di Renata Mambelli, futura giornalista di Repubblica e autrice di affascinanti romanzi storici. Di fronte ai rischi di una guerra, e di una guerra nucleare in particolare, come possono i giovani restare indifferenti. Certo, non sono mandati in Vietnam, ma lo scenario preoccupante che si affaccia all’orizzonte non può non riguardarli direttamente. In sostanza, sembra domandarsi: dov’è quella che passerà alla storia come “la generazione del Vietnam”?

Un’immagine ancora diversa è quella, ancora di Marco Dubbini, riguardo alla religiosità dei giovani. (La gioventù ha sete di verità, novembre 1967). Al di là delle apparenze i ragazzi hanno sete di moralità e di altri valori. E’ questa la strada per la religiosità. Si richiede solo a essi coerenza nei comportamenti.

Forse la coerenza l’hanno dimostrata nelle emergenze. L’immagine ormai classica dalla meglio gioventù è presente nella partecipazione, sia fisica, sia indirettamente solidale, all’alluvione del 1966 a Firenze, a cui il brogliaccio dedica qualche riga. I giovani ci sono! Sono diventati adulti, non sono come i beats, sfasati e asociali, proclama in altra sede Cappanera, chiedendo il voto ai diciottenni. Insomma dimostrano quello che valgono. Peccato che poi l’articolo sui giovani a Firenze pieghi verso la trita polemica con i “matusa”, che li giudicano male! Ma che colpa abbiamo noi! cantavano i Rokes! Un insopportabile campionario di vittimismo!

  • Cultura e letteratura Ovviamente non si sta cercando il sorgere di qualche opera letteraria di qualche enfant prodige. Più che altro il giornale cerca di invogliare i giovani alla lettura o all’ascolto di buona musica. Si passano così in rassegna tutti i best seller di allora, tenendo conto che tra questi molti non sono altro che i classici della letteratura.

Ma va subito segnalato che in questo settore si misurano già ragazze poeticamente sensibili, come Patrizia Papili, che anticipa il suo futuro lavoro con qualche poesia o prosa degne di attenzione. Così come già si misurano con la scrittura personaggi del calibro di Francesco Scarabicchi e dell’ex direttore della Pinacoteca di Ancona, Michele Polverari.

Il primo si confronta con Prévert, il poeta più amato da sempre dagli studenti, con una lettura tutt’altro che banale della sua fortuna: “Il successo di Prévert – scrive Scarabicchi – non è da cercarsi nei salotti letterari o nell’intellettualismo stantio e spesso bugiardo, bensì tra le strade vecchie di Parigi, nella gente comune, povera, fra i bohemiens, nei giovani che hanno come unica ricchezza un amore e nient’altro”. Ma non basta. Scarabicchi esprime la sua sensibilità anche di fronte a un tragico avvenimento come il suicidio del ceco Jan Palach che si è dato fuoco a Praga, come segno di protesta contro l’invasione russa. Un gesto che in qualche modo è già poesia.

Polverari, invece, affronta un tema più scabroso. Si domanda quanto erotismo sia presente in Cioccolata a colazione di Pamela Moore, libro di cui non si ha più memoria, ma che allora si leggeva quasi di nascosto per la scabrosità delle situazioni esposte. Polverari cerca di andare più a fondo e sottolinea ciò che manca dietro il sesso fine a se stesso: l’amore. Non a caso – precisa il giovane critico – l’autrice si è poi suicidata.

  • il ’68 La mia impressione è che il Brogliaccio muoia con il ’68, con il lungo ’68, quello che si protrae nel decennio successivo. Ovviamente il rapporto causa effetto non è immediato, ma qualcosa di profondo cambia nel mondo studentesco fino a rendere, quasi d’improvviso, se non sorpassata, certo inadeguata, la linea del giornale, il linguaggio, la comunicazione. Non è tanto, o solo, il moderatismo (o, meglio, il riformismo) che si trova spiazzato di fronte all’irrompere dell’estremismo, quanto, e a mio avviso soprattutto, della militanza politica intesa come omologazione delle idee. Il pluralismo, la vocazione all’ascolto, vantati dai giovani del giornale, non appaiono più un valore. Ora o si è rivoluzionari o si è reazionari, tertium non datur.

Certo il Brogliaccio reagisce, intravvede una subalternità di molti giovani di fronte alla contestazione che, ai propri occhi, si presenta come una vera e propria moda (e proprio Polverari lo mette in evidenza, definendola addirittura “decadente”). Così come non si cela un qualche fastidio per le forme più vistose di protesta (e per censurarle si scomoda perfino Dino Buzzati), ma non c’è dubbio che si sia di fronte a un radicale mutamento culturale e antropologico del mondo studentesco, di cui il giornale deve alla fine prendere atto e subirne le conseguenze.

Si dedica così molto spazio al tema. Si analizzano due figure molto esaltate in questo periodo, come Che Guevara e Marcuse (rispettivamente da Edmondo Pace e da Patrizia Pesaresi), si prendono molto seriamente (e questo è forse un limite) i messaggi provenienti dalle scuole e dalle università occupate, come fossero già dei soviet pronti a occupare il potere. Si paventano così gli sbocchi dispotici dell’eventuale rivoluzione, come le esperienze storiche hanno dimostrato (Laura Belardinelli), per poi rifugiarsi nel rassicurante dogma che l’unico vero rivoluzionario che meriti questo appellativo è Gesù Cristo (Paolo Bedini). E’ difficile mascherare un certo integralismo proprio di chi fatica ad aprirsi al valore della laicità.

Per la verità, come era stato per il beat, il fenomeno non è poi così capillare come lo si percepisce. Ad Ancona, al di fuori dell’ambiente studentesco, non fa molta presa. Gli stessi operai, che pure riscoprono una nuova conflittualità con l’autunno caldo, hanno identità e obiettivi diversi da quelli degli studenti. Si pensi che alla fine dell’anno Ancona vota ed elegge un sindaco democristiano e che il Partito comunista non è affatto incline a sostenere il movimento. Anzi, vengono addirittura espulsi i pochi aderenti al Manifesto.

Si arriva comunque al 1969 e l’attenzione al fenomeno nuovo è così profonda che il brogliaccio organizza un dibattito pubblico sul movimento studentesco. Il titolo dell’iniziativa mostra già un approccio non solo pregiudiziale: Limiti e possibilità. La relazione è di Nello Bolognini, che ribadisce l’impostazione “riformista” del giornale. A suo avviso il Movimento patisce pesanti limiti sia nella forma (non si sa dove dovrebbe portare la rivoluzione, col solito rischio di una involuzione totalitaria), sia nel metodo (l’uso sconsiderato della violenza), sia nelle strumentalizzazioni (quella del Pci appare evidente agli occhi del relatore in quanto il Movimento ha la propria sede nel Circolo della Resistenza). Bolognini però ne coglie intelligentemente le potenzialità annunciate nel titolo, specie nello stimolo al rinnovamento della società, obbiettivamente impellente. Certo, per essere proficuo deve abbandonare i vagheggiamenti utopici.

Ma il Sessantotto (ormai “lungo”, non effimero) è un fiume in piena e anche i ragazzi che gli oppongono resistenza prima o poi si trovano a cedere (seppur momentaneamente), o, quanto meno, ne colgono l’aspetto più meritorio, come l’irrompere della politica nel quotidiano e, soprattutto, l’aspetto edificante della militanza. Del resto, non erano stati proprio i redattori del brogliaccio a predicare una maggiore partecipazione dei giovani alla vita politica? E la politica non è anche cultura e civiltà?

Ho avuto più volte occasione di sottolineare come l’Italia (ma anche la Germania e la Francia) avessero per tutti gli anni sessanta subito l’egemonia anglosassone, specie nell’ambito della cultura giovanile, rimarcando un evidente provincialismo. Con il ’68 si ha la rivincita del provincialismo. La politica assume una centralità che la controcultura americana non solo non ha previsto, ma ha in qualche modo disprezzato. Ora i giovani italiani, francesi e tedeschi che scendono in piazza acquistano l’egemonia rinnegando la summer of love, peraltro già sepolta dalla diffusione delle droghe e dalla fuga dalla realtà degli hippies. Alla fine degli anni sessanta il mondo beat si ritrova nelle parole di John Lennon, che dice ai “rivoluzionari” di non contare su di lui. E forse sarà proprio Yoko Ono a riscattarlo, ricollocandolo nell’universalità dell’utopia immaginata, politica e metapolitica allo stesso tempo. Mi si perdoni la bestemmia, ma è la giapponese antipatica a salvare i Beatles dall’irrilevanza culturale.

Ma intanto in Europa i meriti acquisiti dalla rivolta giovanile si disperdono dietro a linguaggi orribili (come avrebbe notato Nanni Moretti); la contestazione ha imboccato una strada tutta ideologica, si è trasformata in un fenomeno diffuso di esaltazione e di intransigenza dogmatica. L’eskimo non è poi così innocente. “Chi ha esitato questa volta sarà con noi domani”, cantano gli studenti in piazza inneggiando alla violenza contro la polizia. Senza accorgersi di andare incontro al suicidio, modulato da forze oscure pronte a strumentalizzarli con la strategia della tensione. Ma del resto, per citare ancora Guccini, “a vent’anni si è stupidi davvero!”

In conclusione si può dire, col senno del poi, che avessero ragione gli studenti del Brogliaccio a non lasciarsi coinvolgere troppo dal massimalismo sessantottino. La fase dell’emancipazione politica dei giovani chiedeva tempi più ponderati e l’accelerazione del ’68 portò a risultati contraddittori. Se fu una scossa per scuotere le vecchie sicurezze e i dogmi del passato, diffuse però l’idea, a veder bene borghese, che tutto fosse dovuto e facile da ottenere. Come accennato, le scorciatoie portarono all’impazzimento degli anni settanta. L’utopia uccise il sogno. Per fortuna i più presero coscienza della pesantezza della realtà (Peguy più Gramsci) e si misurarono con la concretezza del quotidiano, delle potenzialità che gli stessi partiti offrivano per modificare la società e, non a caso, l’ingresso dei giovani portò a un indubbio rinnovamento delle forze politiche e i contraddittori anni settanta verranno ricordati anche come decennio di grandi riforme.

Oggi siamo lontanissimi dalle aspirazioni dei giovani di allora. Dietro le nostre nostalgie è difficile nascondere il malessere per il presente. Lo spirito critico, sale della democrazia, frutto del fiorire delle intelligenze giovanili, era allora ben lungi dal tramutarsi in demagogia. Rileggere oggi gli articoli dei ragazzi del Brogliaccio, anche quelli non ancora liberati da certe incrostazioni dal sapore integralista, è come respirare aria pulita; tanto più oggi con il conformismo di massa, con il cedimento e la sudditanza al potere, con il sublimato e pervasivo inno all’ignoranza, senza il coraggio del samaritano che non volta altrove lo sguardo.

Quei giovani hanno comunque fatto tesoro della loro brillante esperienza adolescenziale. Forse perché non avevano facce di figli di papà, per citare Pasolini. Lasciati i panni dei giovani Törless sono poi giunti a maturità. L’articolo che ho citato del Corriere adriatico riporta la loro professione successiva. Molti sogni sono stati realizzati, anche se prevalentemente sul piano professionale e creativo, e per lo più in modo individuale, ma, nonostante tutto, possiamo dire di aver ritrovato in loro tanto della “meglio gioventù”, proprio quella del film di Marco Tullio Giordana. Sono la prova che è esistita davvero, cinquant’anni fa. !!

Massimo Papini

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